analisi sociologica

Scuola italiana sotto esame

Un golem dai piedi di argilla, retrograda, conservatrice, impreparata ad affrontrare i cambiamenti socioculturali

Stefania Genovese
Scuola italiana sotto esame

Durante queste afose giornate di fine giugno, si stanno svolgendo gli iter degli esami di maturità: una tappa obbligata, un rito cultural-sociale a cui quest'anno sono destinati 500.000 studenti, ed al quale spesso si fa riferimento per decretare il passaggio da un età adolescenziale semispensierata a quella più ponderata e riflessiva tipica della adultità. Toccherebbe dunque alla scuola sancire in modo critico ma pedagogicamente evoluto questa transizione di crescita. Eppure ancor oggi ci si domanda se tutto l'establishment scolastico italiano sia veramente in grado di offrire questo imprescindibile e necessario step evolutivo; e ci si interroga se le nostre scuole siano capaci di offrire una cultura appassionante, viva e versatile, e di incentivare le relazioni umane, approcciando la realtà tramite approfondimenti speculativi.


Purtroppo ciò non avviene; sempre dominante ed opprimente è il trittico Lezione-Apprendimento sul Manuale-Interrogazione. I docenti, una categoria ormai svilita e svuotata dei suoi reali valori perchè oppressa da riforme che ne condizionano status economico e didattico, paiono spesso sempre più distanti dai reali problemi dei bambini e degli adolescenti. Gli insegnanti, spesso precari a vita, perchè oppressi da una "routine" d'insegnamento e di graduatorie conformista e pressurizzata, a loro imposta dal Ministero, non sono spronati al dialogo profondo, ed alla comprensione dell'anima dei discenti affidati alle loro "cure". Così fare scuola significa "in primis" ascolare il docente, assimilare, ripetere, molto spesso mnemonicamente, spesso senza aver veramente compreso e metabolizzato ma soprattutto ineriorizzato ciò che si è appreso per poi poterlo applicare come "forma mentis", ossia come metodo per decifrare ed interpretare le problematiche reali.


Ma gli stessi docenti di oggi troppo demotivati, inadatti al ruolo di psicopedagogi, permangono nell'impasse di una scuola che non li considera e non li apprezza come produttori di cultura ma che all'opposto li relega nel ruolo di trasmittenti condensate di uno scibile vetusto e inadeguato alla attualità. E non scordiamo quanto sia sempre più invalsa l'opinione che la crisi della cultura in Italia sia data anche dalla minima considerazione che essa detiene per conquistarsi uno spazio remunerativo e compensatorio nella nostra società. Parafrasando una  sarcastica piece di un noto comico:"La cultura in Italia, la si lascia alle fighette",  in quanto da noi, essa non paga, né economicamente, né remunerativamente, né professionalmente; come si spiegherebbero altrimenti così tanti "cervelli" in fuga all'estero? Studiosi ricchi di ingegnio e di iniziativa a cui viene preclusa ogni possibilità di esercitare la propria professionalità perchè qui da noi si vedeno superati nei concorsi dal clientelismo e dalla gratuità imperante. Il nostro paese è pronto tuttavia a rivendicare il valore e l'appartenenza di questi pofessionisti, non appena all'estero vengono riconosciuti i loro meriti. Italia ingrata che prima li costringe ad "emigrare" (non per opportunità ma per necessità), per conseguire affermazione e riconoscimento finalmente degni e corretti, e poi ipocriticamente li richiamerebbe a sé.


Scienziati ed inventori di grande pregio che si affrettano a disconoscere, giustamente, una patria che prima li rinnega e ne "tarpa le ali", e che, successo ottenuto, cerca vanamente ed ipocritamente di riconoscerli come suoi illustri concittadini. Troppo spesso i giovani d'oggi si chiedono quanto sia utile studiare, non essendo per nulla incentivati, perchè, tutti, nella scuola fatiscente e spesso carente "in primis" di ogni strumento materiale e didattico, a partire dai docenti disillusi e monocritici, agli alunni incompresi nelle loro necessità di crescita e di domanda, navigano a vista in un "mare-magnum" di incertezze, inopinabili valutazioni selettive, e reiterate dicotomie profonde tra sapere intellettuale, manuale e professionale. Una separazione classista che si fa sempre più grave perchè trascende le stesse gerarchie sociali a danno di tanti giovani desiderosi di apprendere per costruirsi un domani che possa offrirgli un futuro nel campo in cui si sentono più versati. Insomma, la conoscenza va discussa ed integrata in un universo ampio e dialettico che possa offrire sostegno e comprensione all' interno dei rapporti scolastici e che possa realmente poi incidere sulla società mediante la formazione di persone in grado di districarsi di fronte alle nuove necessità multimediali, multietniche e polimorfe della vita.


La docente Paola Mastracola aggiunge: "È necessario che i giovani, in un mondo che li vezzeggia, li compatisce, e ne alimenta ogni giorno il vittimismo, con un gesto coraggioso e rivoluzionario si riprendano la libertà di scegliere se studiare o no. Occorre che sovvertano tutti gli insopportabili luoghi comuni che da almeno quarant'anni ci governano e ci opprimono, che non incrementano mai la creatività pura,  ormai asserviti ad idoli programmatici e pedagogici  obsoleti." Questa acuta autrice ha quanto mai spesso sottolineato come fosse fondamentale adeguare la scuola ad una innovazione legata al nostro vivere quotidiano, corredarla di una eccellente preparazione culturale multistratificata per poi offrire al discente la libertà, il libero arbitrio, l'indipendenza, di sganciarsi dall'omologazione genitoriale e scolastica. Non per niente nel suo ultimo pamphlet (La passione ribelle), contro il conformismo e la superficialità scolastica, la Mastracola cita degli stilemi negativi come l'ideologia del antinozionismo, la passione per il nuovismo, la fede nella tecnologia, e l'edonismo imperante.


A suo giudizio il valore dello studiare è scomparso in quanto può essere constatato sia nella impreparazione del corpo docente, sia tra i giovani e purtroppo tra gli stessi politici, ignoranti ed affabulatori troppo proni a teatrare in televisione. La scuola non è più il tempio dello studio, ma il tempio della finzione dello studio, perchè tutto è pervaso da un lassismo che porta la superficialità ed il qualunquismo a primeggiare, mentre chi si appassiona allo studio viene etichettato come un emarginato. Oggi si è disposti, per esempio, ad ammirare l'impegno, lo sforzo, la fatica e la preparazione degli atleti, ma non altrettanto si stima chi si applica allo studio, perchè esso non ha la giusta considerazione che merita. Ai nostri giorni lo studio è visto come un epifenomeno riservato agli sfigati, ai solitari. Molto meglio collegarsi alle chat, ed ai social, rinnegando la necessità della propria interiorità e rimanendo perennemente in pseudo-contatto virtuale con l'universo dei pari, senza una necessità ma per pura smania di appartenenza ad una comunità con cui si scambiano conoscenze da chiacchericcio,  ed in cui si culla il delirio di narcisismo e protagonismo. Così eccoci immersi in una vorticosa babele "slow and partly" a discapito di una solitudine riflessiva. Purtroppo la preparazione offerta dal mondo scolastico è ancora sinonimo di un nozionismo che nega gli sforzi intelletuali e creativi.


Per quanto mi riguarda, concordo completamente con questa insegnante così coraggiosa che ha denunciato i gravi mali che affliggono i nostro percorsi istruttivi. Da insegnante mi sono spesso soffermata ad indurre alla riflessione i miei alunni, così come ero stata educata io; ho cercato di far comprendere che anche lingue classiche come il latino o il greco possano aiutare al ragionamento, ad accrescere il proprio" thesaurus" grammaticale e logico, ad esplorare liberamente la nostra modalità di comprensione del mondo. Ho cercato di spiegare come leggere libri, appassionarsi ad essi, possa offrire una "clavis aurea" per relazionarci con il nostro percorso esistenziale. Che è importante essere considerati degli "eversivi" (nella cultura), perchè in grado di saperci soffermare appassionatamente ed olisticamente sulla realtà, di rallentare per poi contrastare un mondo troppo frenetico, parcellizzato, e liquido pronto a plagiarci e a "pensare per noi". Adottare dunque per l'affermazione della nostra identità e del liberio arbitrio, un "otium" creativo che sappia contrastare i "mala tempora" di una società, troppo spesso, antietica, esteriorizzante e certamente approssimativa.

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