la marcia su roma

Renzi in piazza per il Sì. Cento piazze si riempiono di No

Usa toni apocalittici, il Premier, quando parla dei destini dell'Italia, dell'Europa e poco ci manca anche di questo e di altri mondi. E non risparmia frecciate ai dem, a Orban, a Bruxelles. Sulle note di 'O sole mio...

Alfredo Lissoni
Renzi in piazza a Roma per il Sì. E cento piazze si riempiono di No

È in pieno delirio d'onnipotenza il Matteo Renzi che sabato ha partecipato alla manifestazione di piazza del Popolo a Roma per il Sì al referendum. Dopo le gigionate di rito ("Come sono belle le riunioni in streaming ma quanto è bello tornare ad abbracciarsi in piazza") se ne è uscito con un messianico "il nostro destino non è litigare al nostro interno ma cambiare l'Italia". E poco ci mancò che si separassero le acque, pardon, le (poche) fila di elettori e militanti portati apposta in piazza dal Partito per ascoltarlo, in una piazza desolatamente vuota.


Mentre i sostenitori delle "cento piazze per il No" manifestavano il loro dissenso da Nord a Sud (e tanti giovani protestavano in piazza di Spagna, dimostrando di essere loro il vero futuro del Paese, per fortuna) il Bomba andava a slogan libero su tutto. L'Italicum?  "Non abbiamo aperto ma spalancato le porte". Sì, del potere nelle mani di uno solo. Come i despoti illuminati dell'Europa settecentesca o come nella Russia zarista. La legge elettorale? "Non sia un alibi, siamo pronti a cambiarla". Sì, in peggio. Con un sistema proporzionale che regala il 60% dei seggi al partito che prende solo il 40% dei voti. Un PD a caso. Nemmeno nell'Iraq degli anni Novanta si era così sfacciati.


E poi l'apoteosi, in un crescendo quasi mistico: "Il punto non è più questo ma è se vogliamo continuare a guardare soltanto la nostra storia o ci va di parlare finalmente del futuro del Paese". "Tocca a noi decidere se costruire il futuro o fare come quando passa il treno e non si sale: per paura, per pigrizia, per ritardo. Noi ci dobbiamo salire sul treno e guidarlo". E le bordate alla minoranza dem, ovviamente in nome della democrazia: "Il fatto che voi avete fallito non vuol dire che dovete far fallire noi". E stilettate all'assente Orban, l'unico che contrasta a fatti e non a parole l'invasione clandestina: "Prima di parlare dell'Italia si sciacqui la bocca". E le smargiassate anti-Ue, declamate in plurale maiestatis stile divinità biblica: "Noi diciamo che siccome nel 2017 casualmente a Roma si riuniranno i capi di governo e in Ue arriva a scadenza il tema del fiscal compact, noi non accetteremo di inserirlo nei trattati Ue. L'Europa sembra aver perso l'anima".


Per fortuna, di fronte a tanta prosopopea, un unico momento serio e sincero effettivamente c'è stato. Quando all'ingresso di Renzi sul palco la regia ha suonato "O sole mio". Come nelle mandrakate di Gigi Proietti in Febbre da cavallo, prima di tirare una "sola" a qualcuno...


La piazza romana semivuota...

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