IL FANTASMA DI BERISIA ZERELJ

Pericolo kosovaro

Seguendo la storia di Resim Kastrati, 23 anni del Kosovo, espulso dall’Italia perché pronto a partire per la Siria e arruolarsi nell’Isis, si arriva dritti filati a capire come funzionano i finanziamenti che alimentano le moschee integraliste nel nostro paese. Tutto nero su bianco e certificato da un atto di un tribunale italiano

Roberto Fiorentini
Pericolo kosovaro

Il giovane macellaio, da anni acquartierato nei paesi della Bassa Lombardia tra Cremona, Mantova e Brescia, viene pizzicato nel 2015 dalla polizia ad esultare sul web subito dopo il massacro di Charlie Hebdo. Partono le indagini e si capisce che è in contatto "con persone che condividono le sue stesse posizioni estremiste, non solo ma che erano in grado reperire documenti contraffatti e armi da fuoco, di provenienza illecita, pur di raggiungere gli scenari di combattimenti". Si scava nella sua vita emergono contatti fitti con suoi connazionali kosovari che frequentano una moschea a Motta Baluffi: minuscolo comune piazzato proprio in mezzo alla golena del fiume. Luogo di preghiera sinistro quello di Motta già finito nell’inchiesta su Bilal Bonisc, imam bosniaco arrestato l’anno scorso con il sospetto di essere un reclutatore dell’Isis, predicatore in quella moschea e in tutto il Nord Italia.

Sotto la lente di ingrandimento finisce così questa luogo di culto e correndo indietro con il tempo e con i documenti, si scopre quello che è stato ed è ancora il percorso tipico dei finanziamenti occulti per acquistare, a cifre consistenti, gli immobili da trasformare in luogo di culto. I documenti rinvenuti sono chiarissimi e riportano al 2008 quando l’Ufficio del Giudice Tutelare di Cremona, autorizzando il possessore a vendere l’immobile, scrive nero su bianco venditori, compratori, cifre, modalità e tempi di pagamento; certificando a sua insaputa la dimostrazione della provenienza straniera di denari per attrezzare moschee.

Si scopre così che, un anno prima nel 2007, il fabbricato in questione viene acquistato dall’Onlus Associazione Cossovara attraverso il suo legale rappresentante Berisia Zerelj  per una cifra pari a 200.000 euro. Di Zerelj in Italia si sa poco o nulla. Viene in Lombardia dal Kosovo firma le pratiche burocratiche, porta i quattrini e sparisce da dove era arrivato. Su Internet, invece, molto si sa. Appare in video in cui predica in moschea, in cui compiano alternativamente i segni dell’islam. Minareti, mecca, fedeli prostrati a pregare. Gli ambienti che appaiono nei video di certo non depongono per situazioni floride a tal punto da poter far intuire che l’uomo navighi nell’oro o che possa così, da un giorno con l’altro, sborsare cifre così considerevoli.

Il documento è chiaro: Zerelj stringe l’accordo a 200. 000 euro e subito mette sul tavolo 30.000 euro, Altri 90.000 alla stesura del Rogito Notarile e 80.000 ripartiti in rate mensili dell’1000 euro da versarsi entro il 5 di ogni mese. Ovviamente nessuno sa da dove provengono i fondi: quelli serviti per pagare subito e le rate successive. Purtroppo il documento non spiega il flusso da istituti bancari specifici. L’Onlus da parte sua, con il passare del tempo, si confonde e si rimodula e ancora non si capisce come mai un’associazione, con sede in Italia, avesse come legale rappresentante un imam, o presunto tale, proveniente direttamente dal Kosovo. Tutto si annacqua piano piano e intanto i predicatori d’odio trovano un posto in cui riunirsi. Davanti alle prime rivelazioni giudiziarie e giornalistiche i kosovari rimasti negano ogni evidenzia. Chi c’era al tempo ora è in Germania a lavorare, spiegnao o chissà da quale altra parte del mondo. Ma l’indagine sembra procedere, per ora, sotto traccia in attesa di un colpo di scena. E intanto in Parlamento è ferma da mesi un’interrogazione sul pericolo kosovaro.




rf

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