Ti condanno al laogai, ovvero ai lavori forzati

Cina: quell'economia sulla pelle dei carcerati

Si chiamano Laogai, campi di rieducazione, ma ricordano i campi di concentramento. Ed il Governo cinese fa di tutto per nasconderne l'esistenza, nonostante le denunce internazionali

Redazione
Cina: quell'economia sulla pelle dei carcerati

Un'intera fetta dell'economia cinese si basa sullo sfruttamento dei detenuti che vi vengono rinchiusi, sottoposti a massacranti turni di lavoro

Era il 2006 allorché il quotidiano leghista La Padania, il 29 gennaio, lanciava l’allarme: con grave perdita per le aziende tessili piemontesi, le Olimpiadi avrebbero vestito made in Cina; erano state difatti realizzate a Pechino le divise rosse dei 20mila volontari di Torino 2006. Nulla di strano, sin qua; senonché, come denunciato sempre (e solo) dallo stesso giornale dieci giorni prima, buona parte del  tessile cinese veniva prodotto in veri e propri campi di concentramento. La denunzia era partita dalla Laogai Research Foundation ed era stata raccolta dalle Nazioni Unite.

Che cos'è un laogai (abbreviazione di laodong gaizao, "riforma attraverso il lavoro")? In pratica, il lavoro forzato della Repubblica Popolare Cinese, previsto dal sistema giuridico e carcerario cinese. Di laogai in Cina ne esistono ufficialmente 1422, anche se parlare di ufficialità è pretestuoso: le autorità cercano di nasconderne l'esistenza. E questo perché le condizioni di vita dei forzati e il loro impiego come forza lavoro sono spesso indicati come lesivi dei diritti umani. Diverse fonti sostengono che nei campi di lavoro vengano comunemente applicati la tortura, la rieducazione politica, ritmi di lavoro estenuanti e che vi sia un alto grado di mortalità dei prigionieri riconducibile a maltrattamenti di vario tipo. E vi si praticherebbero anche crimini come il traffico di organi dei reclusi.

Nel caso del tessile, le principali aziende cinesi si trovano nella regione di Guang Dong, famosa per essere una delle province in cui lo sfruttamento umano è portato alle estreme conseguenze. E qui il cerchio si chiude. Al tessile locale – spesso finto cashmere realizzato con materiali acrilici e siliconi per contraffare una fibra sempre più rara – lavorano detenuti e minorenni; quanti siano i forzati che compongono questa manodopera coatta e gratuita è però un segreto che il Governo cinese custodisce bene.

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