oltre lo specchio

Femminicidio: baratro della follia o inadeguatezza di una società allo sbando?

Donne imbrigliate in rapporti costellati da lunghe sequele di violenze fisiche e morali che soccombono alla personalità prevaricatrice dell'uomo

Stefania Genovese
Femminicidio: baratro della follia o inadeguatezza di una società allo sbando?

Foto ANSA

Elena, Carla, Sara, e prima di loro molte altre... Ancora una volta assistiamo attoniti ed esterefatti all'ennesima ed efferata trucidazione di donne, avvenuta per mano degli stessi mariti, compagni o conoscenti del proprio nucleo sociale. Donne che spesso si trovano imbrigliate in rapporti costellati da lunghe sequele di violenze fisiche e morali, da parte proprio di coloro che avrebbero dovuto amarle e rispettarle, e che invece in nome di una dissennata follia di prevaricazione e di una egoica possessività arrivano ad annicchilire la loro personalità ed a permettere il truce strazio del proprio corpo.


Sembrerebbe dunque che "il maschile" abituato da secoli a schiacciare il femminile per dimostrare a se stesso il proprio potere, si disorienti di fronte ad una donna che è al suo pari livello, che rivendica libertà, dignità e parola. Allora l'uomo chiuso nel suo mondo di supremo dominatore, suo diritto acquisito per nascita e convenzione sociale, non solo si preclude la possibilità di instaurare con lei, un rapporto di crescita interlocutoria e psicologica, ma esteriorizza il suo malessere, il suo rifiuto verso un rapporto declinato anche al femminile, giungendo alle forme più barbare ed estreme di odio.


Ma il maschile deve imparare ad aprirsi all'Altro, senza il timore di essere privato del prestigio e della sua superiorità impressa nella memoria collettiva; mentre il femminile deve recusare la disistima e l'immagine negativa scaturita dai pregiudizi e dai luoghi comuni. Da ciò ne consegue che l'uomo deve necessariamente mutare mentalità e tutto ciò deve svolgersi in un reciproco rispetto di spazi e identità peculiari senza che avvengano disarmoniche predominanze da parte dell'uno o dell'altro sesso.

Tuttavia, dietro questo atroce proscenio dove si consumano ormai troppo spesso violenze efferate, dove si ricercano motivazioni e si sprecano illazioni gratuite, dove ipocriti silenzi si macerano nel sangue di innocenti creature, aleggiano gli spettri di tutte le denuncie inascoltate di vessazione esposte da quelle donne, che le istituzioni non hanno saputo accogliere e che inadeguatamente hanno demistificato ed eluso. Spesso le vittime terrorizzate non riescono, per paura di un accrescimento nei maltrattamenti a rivolgersi alle autorità o a recarsi presso quei centri ove possono trovare protezione e conforto da quell'orrore in cui sono costrette a vivere.


Nella mente della nostra società che pare inerte e che non commina mai pene adeguate per questi omicidi sempre più dissenati e crudeli, continuano a riproporsi le discussioni sulle cause della violenza di genere, perchè di fronte a questi sempre più crudeli ed inumani episodi di cronaca, non è più sufficiente etichettare i femminicidi come "impulsi di follia", o di "insana gelosia" o "omicidi passionali"; pregiudizi che sono solo il frutto di arcaiche concezioni maschiliste che non tengono in alcun conto le vere analisi psico-sociali delle motivazioni di queste violenze. Occorre rielaborare i pattern cognitivi che hanno generato questi atti ingiustificabili, occorre soppesare i primi segnali di avvertimento di uno squilibrio emotivo-razionale in atto, e cercare di ridurre e combattere il possibile insorgere di potenziali omicidi.


È probabile che chi giunga a compiere un assassinio efferato nei confronti della propria fidandazata, moglie o compagna, provenga da un contesto famigliare dove vigeva la umiliazione ed il maltrattamento da parte delle proprie figure di riferimento. E questo è un problema psichiatrico da non sottovalutare, perchè un bambino che cresce in una famiglia dove la violenza diviene l'unica forma interlocutoria e di scambio relazionale, da adulto ha maggiori possibiltà di divenire un adulto deviato che corrisponderà nei legami affettivi con la stessa modalità nichilista e distruttiva con cui è cresciuto, soprattutto se ha assistito a scene in cui le donne del suo nucleo familiare venivano rese dipendenti ed asservite violentemente ai dettami delle controparti maschili.


Il suo inserimento nel sociale sarò disequilibrato e comunque basato sulla erronea convinzione che, di fronte a situazioni di difficoltà o di separazione, l'unica risorsa disponibile da attuare sia l'eliminazione radicale della causa del disagio subito, in ogni modo possibile, provocando così uno scollamento psicologico tra il codice morale ed il proprio io cosciente. In questo caso anche la martirizzazione della propria donna diviene tragicamente accettabile e conseguentemente praticabile.


Tutto ciò sottende un problema dissociativo e conflittuale gravissimo che accentua il divario comunicativo tra uomo e donna, e che genera da una parte figure maschili che si servono della forza bruta per compensare la propria debolezza psicologica, ancorati ad un amore possessivo ed illusorio, e dall'altra figure femminili incapaci di difendersi e di opporsi sin dai primi momenti agli abusi ed alle prevaricazioni  eterogeneriche, inglobanti se stesse in una falsa relazione "amorosa"  lesionista ed distruttiva.


Inoltre, a giudizio dello psiconalista Claudio Risè, anche la nostra società basata sui consumi e sul profitto, che livella tutti al ruolo di bambini bramosi di possedere giocattoli-merci, ha una certa responsabilità nel plagiare in modo dicotico e disequilibrato le coscienze, non solo privando l'uomo del gusto e del piacere di donarsi alla propria compagna, come simbolo di fecondazione fisica e metafisica della donna, ma anche rendendolo sempre più isolato e confuso nella decodificazione degli odierni rapporti di coppia.

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