MESSAGGI JIHADISTI SU facebook

Il Gip nega le misure cautelari richieste dalla Procura di Trieste

Il ministero li espelle e il procuratore capo di Trieste, Carlo Mastelloni, commenta con amarezza: "Speriamo di non ritrovarceli qui, sotto mentite spoglie, tra qualche mese"

Fabio Cantarella
Il Gip nega le misure cautelari richieste dalla Procura di Trieste

Incitavano al jihad e al martirio, inneggiavano alle azioni del Califfato, festeggiavano gli attentati dell'Isis, consideravano con disprezzo l'imam della comunità islamica locale ritenuto "moderato" e aperto agli influssi occidentali e avevano contatti con alcuni Imam radicali nei Balcani, uno dei quali arrestato nel 2014 in Bosnia. Per questo cinque macedoni, residenti da molti anni a Ronchi dei Legionari (Gorizia), sono stati espulsi per motivi di sicurezza nazionale, con un decreto ministeriale.

L'espulsione, decisa lo scorso 26 settembre, è scattata dopo il rifiuto da parte del Gip di Trieste di accogliere le richiesta di misure cautelari fatta dalla Procura Distrettuale del capoluogo giuliano per due dei cinque espulsi. Il reato ipotizzato dai pm triestini è quello di "atti di apologia in relazione a delitti di terrorismo commessi attraverso strumenti informatici". Il gip, però, ha ritenuto che gli indizi raccolti dagli investigatori della Digos della Questura di Trieste, in collaborazione con quelli di Gorizia, non erano sufficienti per adottare misure di cautelari.


È scattata così la decisione di espellerli ed è amaro il commento del Procuratore Capo di Trieste, Carlo Mastelloni: "Speriamo", ha detto, interpellato dall'ANSA, "di non ritrovarceli qui, sotto mentite spoglie, tra qualche mese". L'indagine è partita due anni da un account Facebook, dove venivano postati numerosi video e documenti a sostegno dell'autoproclamato Stato Islamico e hanno coinvolto, oltre al titolare del profilo (un giovane macedone di 28 anni), anche due fratelli, di 31 e 28 anni, cognati del titolare del profilo. Tutti e tre erano residenti da molti anni a Ronchi dei Legionari dove gestivano una società che operava nel settore dell'edilizia. Lo stesso odio ideologico-religioso dei tre è stato documentato dalla Polizia anche per il padre dei due fratelli (che ha 52 anni) e per la moglie (32 anni) di uno di loro.

L'adesione al progetto espansionistico dell'ISIS e la diffusione dell'ideologia del Califfato - spiegano in Procura a Trieste - erano portate avanti dai cinque macedoni "con determinazione, accompagnata da un netto rifiuto di integrarsi nella società italiana". Proprio a causa del loro integralismo e della loro adesione ideologica all'ISIS, i rapporti dei cinque con la comunità religiosa di riferimento erano diventati sempre più tesi, fino alla contrapposizione totale con durissimi contrasti con gli altri fedeli che frequentavano il loro stesso luogo di culto e con chi esprimeva, in pubblico e finanche in privato, forme di solidarietà per le vittime degli attentati e delle torture dell'Isis.

Dalle indagini, inoltre, è emerso che i cinque erano in contatto con imam di origine balcanica noti per il loro radicalismo, uno dei quali arrestato in Bosnia perché accusato di aver reclutato, anche in Italia, combattenti da inviare sui teatri del conflitto siriano e iracheno. Gli investigatori, infine, hanno rilevato anche collegamenti con alcuni foreign fighters macedoni partiti dall'Italia per andare a combattere tra le fila dello Stato Islamico.

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