chiedeva vendetta per il nipote terrorista

Palermo, torna in carcere la prof jihadista

Nei telefonini della ricercatrice libica la polizia ha trovato foto di guerriglieri islamici davanti a corpi ammassati in una fossa comune, il pavimento insanguinato di una stanza e la foto di un bambino kamikaze

Fabio Cantarella
Palermo, torna in carcere la prof jihadista

Torna finalmente in carcere Khadiga Shabbi, la 45enne ricercatrice libica dell’Università di Palermo che lo scorso dicembre venne arrestata dalla Polizia di Stato con la gravissima accusa d’istigazione a commettere atti di terrorismo. Lo ha deciso la Cassazione ponendo la parola fine al lungo iter giudiziario che ha caratterizzato la vicenda.


L’arresto della donna non venne infatti convalidato dal Giudice per le indagini preliminari che si limitò a disporre l’obbligo di dimora e per questo la Procura della Repubblica di Palermo fu costretta a proporre appello poi accolto dal riesame. Il collegio presieduto dal magistrato Antonella Consiglio, e composto dai giudici Gaetano Scaduti e Giuseppina Di Maida, condivisero l’esigenza cautelare in carcere ma a quest’ultima misura si sarebbe dovuta dare esecuzione solo dopo che il provvedimento fosse divenuto esecutivo. Ecco quel che scrisse il Riesame:  “…Sciogliendo la riserva assunta all’udienza camerale del 21 gennaio, in merito all’appello proposto dal pubblico ministero, avverso l’ordinanza di rigetto del Giudice per le indagini preliminare, del 23 dicembre 2015, della richiesta della misura della custodia cautelare in carcere emessa dal Pm, accoglie  l’appello proposto dal Pm della Procura di Palermo”, e “applica nei confronto di Khadiga Shabbi, la misura della custodia cautelare in carcere e dispone che sia data esecuzione alla presente ordinanza solo dopo che la stessa sia divenuta definitiva”.

La ricercatrice di Bengasi in servizio presso l’Università di Palermo, dunque, è rimasta a piede libero sino alla pronuncia della Corte di Cassazione giunta ieri, anche se nel frattempo i pubblici ministeri Calogero Ferrara e Emanuele Ravaglioli, coordinati dal capo della Procura della Repubblica di Palermo Francesco Lo Voi, hanno continuato a indagare disponendo, tra le altre cose, una perizia sui pc e i telefonini della donna, così rinvenendo diverse foto con riferimenti alla Jihad, guerriglieri islamici davanti a corpi ammassati in una fossa comune, il pavimento insanguinato di una stanza e la foto di un bambino kamikaze.

L'inchiesta della Digos sulla Shabbi prese il via da alcune segnalazioni che portarono a svelare un’intensa attività di propaganda svolta dalla ricercatrice in favore di una serie di organizzazioni terroristiche islamiche come Ansar Al Sharia Libya, tra le maggiori oppositrici del governo di Tobruk. La donna condivideva sul proprio profilo Facebook materiale di propaganda relativo alle suddette organizzazioni terroristiche, ma dall’inchiesta sono emersi anche contatti con due foreign fighters.

La ricercatrice avrebbe anche tentato di fare avere un visto di studio al nipote Abdulrazeq Fathi Al Shabbi, combattente ricercato dalle truppe dell’esercito regolare, vicino all’organizzazione Ansar al Sharia alla quale si attribuisce la responsabilità dell’attentato al Consolato americano di Bengasi nel 2012. Il nipote della Shabbi, da questa definito un martire, morì poi in un conflitto a fuoco. In diverse intercettazioni la donna chiese vendetta per il nipote.

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