Intervista allo scrittore e psicoterapeuta

Claudio Risè: "I terroristi attaccano perché sono in guerra. Non perché sono pazzi"

"Il tentativo di applicare ai 'soldati dello Stato Islamico' certe categorie psichiatriche è ridicolo. È un modo di girare la testa di fronte a ciò che vediamo". Sugli immigrati: "È in gioco la vita e il futuro stesso dei Paesi di accoglimento".

Marco Dozio
Claudio Risè: "I terroristi attaccano perché sono in guerra. Non perché sono pazzi"

Foto Malapelle/Tracce

I terroristi potranno anche essere persone disturbate, forse, ma sono anzitutto soldati che agiscono in una guerra. Da qui deriva la furia devastatrice. E se siamo in guerra, allora non è possibile ragionare con criteri e categorie proprie del tempo di pace. Anche e soprattutto se si parla di comportamenti psicologici. Per Claudio Risè, psicoterapeuta e scrittore di fama mondiale, più che le patologie c’entrano le logiche, i meccanismi di guerra. Anche sull’immigrazione lancia un monito preciso: prescindere dalla cultura delle diverse popolazioni sarebbe errore imperdonabile.

Lei si è occupato della questione "identitaria" nelle sue diverse sfaccettature. L'immigrazione massiva a cui stiamo assistendo che cambiamenti può produrre nella nostra società? A cosa stiamo andando incontro, diciamo sul medio o lungo periodo?
I fenomeni migratori di notevole importanza, come quelli cui assistiamo in questi anni, hanno grande rilievo psicologico perchè vanno a toccare la questione del territorio, una delle più decisive per l'equilibrio psichico (e anche fisico) delle persone. Parlo del territorio delle popolazioni di arrivo. E del territorio da cui l'immigrato proviene e che porta con sé, con tutto il suo bagaglio culturale, affettivo e religioso. Per integrare le persone immigrate è necessario che i Paesi che le accolgano abbiano piena coscienza della profondità di queste questioni e non le liquidino come "semplici" aspetti economici o affettivi. È in gioco la vita e il futuro stesso dei Paesi di accoglimento e delle loro popolazioni, oltre naturalmente a quello degli immigrati. Nè più né meno. Ogni via di fuga attraverso le diverse retoriche politiche oggi correnti, porta solo disastri: perché non corrisponde alla realtà.

Nelle ultime settimane i media hanno posto l'accento sul disagio psichico dei terroristi islamici. Monaco a parte, negli altri attentati la matrice islamista è stata appurata, eppure ci si è concentrati sugli aspetti psichiatrici, che pur esistono. Un terrorista può essere sano di mente? Non si tratta di un giochino mediatico per spostare il focus dalla motivazione ideologico-religiosa?
Non si è ancora capito che questi episodi di terrorismo fanno parte di una guerra, che per quanto anomala riproduce comportamenti psicologici del tutto diversi da quelli propri del tempo di pace. La guerra è un tipo particolare di conflitto nel quale l'aggressione, nelle sue varie forme, non esprime necessariamente patologie (che possono naturalmente anche esserci, ma non sono loro a determinarla), ma diventa la regola del comportamento di chi combatte. Inoltre la classificazione delle patologie varia a seconda delle culture (guerra compresa) e dei territori: comportamenti anomali in una cultura sono del tutto "normali", e magari richiesti, in un'altra. Il tentativo di applicare ai "soldati dello Stato Islamico" le categorie psichiatriche del DSM IV, il manuale di psichiatria americano adottato in Occidente, è ridicolo sia dal punto di vista culturale che psicologico. È un modo di girare la testa di fronte a ciò che vediamo.

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