quante balle!

Jobs Act: Le Figaro svela gli altarini di Renzi

La stampa francese rivolta come un calzino le tecniche comunicative del premier e spiega come abbia fatto a far digerire al popolo italiano la riforma del lavoro

Alfredo Lissoni
Jobs Act: Le Figaro svela gli altarini di Renzi

Fonte italiancoffeehouse.it

In Francia una settimana di botte, proteste e rivolte per la riforma del lavoro, in Italia nulla. O noi siamo più addormentati o i francesi sono più sanguigni, si saranno detti in tanti. Nulla di più lontano dalla realtà. Il popolarissimo quotidiano parigino Le Figaro ha posto sotto il microscopio le tecniche mediatiche e comunicative del Renzone nazionale ed ha capito (e svelato) come riesca a far trangugiare agli italiani qualsiasi brodaglia, anche la più indigesta.


In Italia, scrive il quotidiano francese, "Matteo Renzi ha imposto il suo jobs act" senza "far scendere milioni di italiani in piazza, al di là di qualche grande manifestazione. Perché è riuscito a giocare tutte le carte a suo favore per far passare la sua riforma del lavoro. Il capo del governo italiano ha lanciato il suo jobs act all'inizio del mandato, al top della popolarità. Tutto il contrario dell'esecutivo francese che si è lanciato nella battaglia al minimo dei sondaggi, sfiancato da quattro anni al potere. Nel febbraio 2014, il giovane e impetuoso presidente del Consiglio succede a Enrico Letta, vince alla grande le europee con il Partito democratico, raccogliendo il 40% dei voti, e concretizza sullo slancio la sua riforma del mercato del lavoro".


"Altra grande differenza con il fiasco della legge El Khomri", continua Le Figaro, "Renzi ha curato il suo piano di comunicazione. Ha martellato senza tregua con il suo messaggio: il jobs act è una necessità per uscire dalla crisi e rilanciare il lavoro e punta prioritariamente agli esclusi del mercato del lavoro, fra i quali i giovani, alle prese con una disoccupazione elevatissima, sono le prime vittime". In altre parole, il premier ha saputo toccare le corde giuste: giovani, lavoro, crisi, preoccupazione per il futuro. Poco importa se la riforma quegli obiettivi non li abbia affatto raggiunti e la riforma sia continuamente al centro di modifiche; se, come denunciato subito dalla UIL, "aveva lasciato i contratti di precarietà a tempo determinato a 36 mesi senza causale"; se, come affermato dalla CGIL, "il Jobs Act è il mantenimento delle differenze e non la lotta alla precarietà”; se, come stigmatizzato dalla CISL, "non ha cancellato la precarietà selvaggia, sottopagata e senza tutela".


Passino ancora i 100.000 posti di lavoro fasulli (la sbandierata "assunzione ogni quindici" è addirittura falsa. Quei 100.000 lavoratori su un milione e mezzo assunti nel 2015 con l’esonero totale di contributi previdenziali non avevano diritto allo sgravio); passino i  600 milioni di euro di sgravi contributivi indebitamente percepiti nel triennio 2015-2017, segnalati dall'INPS, e passi infine la panzana dei nuovi contratti a tempo indeterminato stipulati nei primi 7 mesi del 2015: 630.585 quelli sbandierati dal ministro Poletti, scesi drasticamente, dopo attenta analisi, a 327.758. Se Renzi Potter dice che il lavoro è in ripresa, i media fan finta di credergli. E il prossimo film sarà Non ci resta che piangere.

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