Intervista al presidente del Copasir su immigrazione e terrorismo

Giacomo Stucchi: "Chi finanzia la costruzione di moschee in Italia, finanziava Bin Laden"

"Dietro la Qatar Foundation c'è un disegno preciso di chi investe milioni per realizzare moschee con la compiacenza degli amministratori locali". "Per arginare gli sbarchi occorre tornare ai respingimenti ed espellere i clandestini. Via chi non condivide i nostri valori"

Marco Dozio
Giacomo Stucchi: "Chi finanzia la costruzione di moschee in Italia, finanziava Bin Laden"

Foto da Facebook

Giacomo Stucchi, senatore della Lega e presidente del Copasir, comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, recentemente ha lanciato l’allarme sulla possibilità che i terroristi arrivino (anche) attraverso i barconi, soprattutto dopo lo sfaldamento delle roccaforti dello Stato Islamico in Libia.

Stucchi, se da un lato c’è il pericolo che alcuni “profughi” si radicalizzino in una fase successiva all’ingresso in Europa, dall’altro è già successo che tra i “migranti” si mimetizzassero terroristi, come quelli entrati in azione negli attentati di Parigi.
Attualmente il pericolo maggiore è determinato da persone che possono decidere di attivarsi autonomamente, senza ricevere input o aiuti particolari. In Europa e in tutto l’Occidente la situazione è delicata per questo motivo. In via preventiva è possibile individuare, certo con una dose di difficoltà, le strutture o le cellule organizzate: dovendosi scambiare messaggi o informazioni è possibile che qualcosa si venga a sapere, aprendo una breccia per individuare i componenti e le intenzioni di quella struttura. Mentre quando si parla di persone che si attivano autonomamente o di terrorismo molecolare, quasi familiare, formato da due o tre soggetti, allora diventa difficilissimo intervenire e fare prevenzione, perché in quei casi non avvengono scambi di informazioni per via telefonica o telematica. Parliamo di soggetti che si ritrovano in luoghi ristretti comunicando tra loro di persona, come faceva un tempo la mafia. Se pensiamo all’autoattivazione del singolo, questa persona potrebbe non parlare con nessuno e non comunicare a nessuno le proprie intenzioni.

Come Copasir avete sentore di rischi imminenti?
Oggi non c’è nessuna evidenza di un’attività ostile che sia stata individuata in modo puntuale. Ve n’è stata una in passato che tutti ricordano. Mi riferisco alla vicenda di Lecco: in quel caso un lavoro importante in via preventiva svolto dall’intelligence e poi dalle forze dell’ordine ha permesso di evitare che qualcuno potesse compiere gesta dalle conseguenze drammatiche. Dobbiamo però mantenere quella tensione che permette di avere la giusta attenzione su tutto. Su quei soggetti, magari irregolari, dei quali non si capisce il motivo della presenza in Italia. E su quei soggetti che pur essendo regolari non condividono i valori fondanti delle nostre comunità.

Paiono in molti a non condividere questi valori…
Se non condividi i valori occidentali devi tornare a casa tua, al tuo Paese d’origine.

Come si possono arginare gli sbarchi?
Dovremmo semplicemente applicare una norma che esiste. E che dice che i respingimenti possono essere eseguiti. E in ogni caso tutti coloro che entrano illegalmente sul territorio italiano devono essere rimandati a casa propria. Questo è quello che deve essere fatto. E non solo in Italia ma in tutta Europa. Perché parliamo di milioni di clandestini, che qualcuno in modo più elegante definisce migranti economici, io però sono affezionato al vecchio termine: si tratta di clandestini presenti sul territorio europeo. Dobbiamo confrontarci con altri Paesi e chiedere a tutti il medesimo rigore.

Respingimenti e rimpatri possono produrre un effetto di deterrenza?
Assolutamente sì. Nel momento in cui fai capire che se cerchi di entrare in Europa illegalmente vieni automaticamente riportato al Paese d’origine, uno la prima volta magari ci prova, la seconda diventa difficile che ci riprovi, la terza volta non ci prova più. L’effetto deterrenza è fondamentale da questo punto di vista. Serve però anche una politica seria d'immigrazione: la Bossi-Fini legava l’immigrazione ai posti di lavoro. Nel momento in cui non ci sono posti di lavoro nemmeno per gli italiani, a maggior ragione occorre applicare una politica di questo tipo in modo ferreo e concreto.

L’Italia però continua ad agire nel modo che sappiamo. Resta il Paese colabrodo che non solo non effettua respingimenti, ma va a recuperare imbarcazioni al largo della Libia.
L’Italia è il Paese che in Europa ha avuto il compito e il ruolo di fare quello che altri Paesi dicono che bisogna fare, a parole ma non con i fatti. Cioè i Paesi europei dicono che bisogna accoglierli e bisogna aiutarli. Però dicono all’Italia “fatelo voi”. Dovessimo accogliere tutti i poveri dell’Africa o dell’Asia parleremmo di almeno due miliardi di persone. Li portiamo tutti in Europa o in Italia? Non è serio. Da questo punto di vista dobbiamo rifiutarci di essere a livello europeo coloro che subiscono le buone intenzioni degli altri. Chi ci va di mezzo è l’Italia, quando vediamo che giustamente gli altri Paesi ci rimandano indietro soggetti entrati illegalmente in Europa attraverso il nostro Paese, e dicono che non è un problema loro ma nostro. È evidente che antepongono gli interessi del proprio Paese a quelli europei. Ed è qualcosa che sull’immigrazione dovremmo fare anche noi.

Terrorismo: ci sono nuovi pericoli di radicalizzazione?
La radicalizzazione avviene oggi attraverso due canali prioritari: uno è il web. Purtroppo molto facilmente nel deep web si possono trovare messaggi farneticanti o istruzioni d’uso che permettono a determinati soggetti di avanzare nel loro processo di radicalizzazione, identificando il mondo occidentale come il nemico. Nel web la partita è difficilissima, ma viene condotta da noi e da tutti i grandi Paesi occidentali cercando di rispondere in tempo reale. Poi c’è un problema di radicalizzazione all’interno delle carceri: bisognerebbe riflettere se sia giusto tenere nelle nostre carceri determinati personaggi favorendo il loro processo di regolarizzazione. O se non sia meglio procedere con un’espulsione coattiva e rimandarli nei propri Paesi d’origine. Consentire l’aumento del fenomeno di radicalizzazione nelle nostre carceri significa tenere un problema in casa che non è di poco conto. Anche se parlassimo di alcune decine di persone, sarebbero comunque numeri significativi.

A proposito di islam radicale. In Italia la Qatar Charity Foundation, organizzazione quantomeno ambigua, sta finanziando la costruzione di decine di moschee.
Qatar Charity Foundation ha appunto una storia ambigua: secondo quanto riportato da diversi siti Web nel 1993 sarebbe stato uno dei mezzi utilizzati da Bin Laden per finanziarsi. Ora purtroppo sta supportando la creazione e l’organizzazione di importanti luoghi di aggregazione e di preghiera musulmani in Europa, trovando spesso la condivisione di amministratori che non capiscono quali siano le dinamiche che portano questi soggetti a mettere decine di milioni di euro nella realizzare di luoghi di preghiera. In questo caso non si tratta di consentire agli islamici di praticare il proprio culto, qui non c’è nulla che abbia qualcosa a che vedere con la libertà religiosa, che resta garantita. Queste sono operazioni con le quali si cerca di affermare che i loro valori di riferimento sono più importanti rispetto a quelli delle realtà in cui questi luoghi di preghiera vengono realizzati.

È possibile bloccare questi finanziamenti?
Non è possibile se il finanziamento arriva da un’organizzazione riconosciuta e certificata a livello internazionale, com’è appunto Qatar Charity Foundation. È possibile invece bloccare finanziamenti erogati da soggetti dietro ai quali non si capisce bene chi ci sia. Nel caso della Qatar Charity si sa benissimo chi c’è dietro e chi mette quei soldi.

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