I disastri della moneta unica

Dragoni: “L'euro sta uccidendo la nostra economia”

L'economista che ha scritto i 50 motivi per cui all'Italia conviene lasciare la gabbia eurista: “Chiunque vada al governo e non si riappropri della sovranità monetaria è destinato a sbattere contro un muro”

Marco Dozio
Dragoni: "L'euro sta uccidendo la nostra economia"

Foto da internet

Lo scorso anno di questi tempi, insieme al professor Paolo Becchi, l’imprenditore ed economista Fabio Dragoni vergò su Libero i 50 motivi per cui all’Italia conviene lasciare l’euro. Una sorta di manifesto da contrapporre ai catastrofisti di professione, quelli che, per esempio, per la Brexit prevedevano disastri inenarrabili per l’economia britannica e anzi mondiale.

Dragoni, quali sono i motivi principali per cui il nostro Paese dovrebbe abbandonare la moneta unica? Ne sintetizzi due.
Il primo è che si arresterebbe la spinta alla deindustrializzazione che sta caratterizzando l’Italia. Con una moneta artificialmente forte è più conveniente acquistare prodotti all’estero, anche nelle fasi intermedie del ciclo produttivo. Gli imprenditori trovano più vantaggioso delocalizzare una o più fasi della produzione. E questo si traduce in un processo di deindustrializzazione e quindi in un aumento della disoccupazione.

Il secondo?
Uscendo dalla moneta unica sarà possibile rilanciare la domanda interna, proprio perché non sarà così conveniente comprare prodotti realizzati all’estero. Ricordiamoci che molto spesso acquistiamo merce prodotta in Svezia, non in Bangladesh, basti pensare all’Ikea per fare un esempio. Il 60% del nostro prodotto interno lordo è fatto di domanda interna, di consumi delle famiglie. E qualcuno si meraviglia che in otto anni di crisi, dati della Cgia di Mestre, abbiano chiuso 160mila botteghe, con tutto quello che ne consegue anche, per esempio, a livello di degrado urbano.

Mettere a punto un piano di uscita dall’euro dunque è fondamentale?
Chiunque vada al governo e non si riappropri della sovranità monetaria è destinato a sbattere contro un muro. Governare un Paese senza la sovranità monetaria è come guidare un autobus senza il volante o senza il cambio: bisogna solo sperare che la strada sia dritta, perché alla prima curva l’autobus finisce in fondo al burrone.

Il dibattito sulla moneta unica si è affievolito in Europa in seguito alla sconfitta di Marine le Pen in Francia e in parte di Wilders in Olanda?
Nell’ultimo anno, soprattutto in Italia, i disastri correlati alla gestione dell’immigrazione hanno assorbito l’attenzione di politici e media, ed è comprensibile che sia così. Parlare di moneta unica non è facile. Ma chi pensa che il malcontento nei confronti dell’euro sia incidente da archiviare ha fatto male i calcoli. E poi era impossibile aspettarsi che l’epicentro della rivolta anti euro fosse l’Olanda.

Per quale motivo?
Premesso che Wilders ha guadagnato terreno, mentre l’equivalente del Partito democratico è sostanzialmente scomparso, se c’è un paese che ha beneficiato della moneta unica in termini surplus commerciale è proprio l’Olanda. Impossibile aspettarsi che quella realtà diventasse l’epicentro della rivolta anti euro.

Sul caso francese?
La sconfitta è stata netta, ma consideriamo che Marine Le Pen ha pagato la dimensione Parigi-centrica della Francia: nella capitale, dove risiede un terzo della popolazione, ha incassato mediamente solo il 5%. Ma i motivi di quanto è successo sono anche di natura economica.

In che senso?
La Francia ha un deficit primario di bilancio che va dai 2 ai 4 punti di Pil rispetto all’Italia: significa che se l’Italia avesse un bilancio fotocopia di quello francese potrebbe permettersi di spendere ogni anno dai 30 ai 60 miliardi in più, a parità di condizioni. Non risolveremmo il problema, certo, ma resta il fatto che i francesi non stanno sperimentando ristrettezze paragonabili alle nostre.

Quindi l’Italia avrebbe più argomenti rispetto alla Francia per attuare l'eurexit?
Da noi esiste una consapevolezza maggiore dei danni subìti, perchè stiamo peggio. Abbiamo 6 milioni di disoccupati, di cui 3 milioni che cercano lavoro e non lo trovano e 3 milioni che non lo cercano ma sarebbero disposti a lavorare: questi ultimi non sono nemmeno definiti disoccupati, ma scoraggiati. Dal 2008 a oggi in Italia ci sono 3 milioni di disoccupati in più, considerando appunto anche i cosiddetti scoraggiati. Come se avessimo un’intera metropoli di persone che non lavorano. La situazione è molto più grave di quella descritta da certe statistiche ufficiali.

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