Vergogna renziana

La truffa del bonus da 80 euro: un lavoratore su 8 deve restituirlo

Allo sgravio ha diritto chi ha un reddito tra gli 8mila e i 26mila euro all'anno: chi è andato al di sotto o al di sopra deve rimborsare la somma

Redazione
La tuffa del bonus da 80 euro: un lavoratore su 8 deve restituirlo

Operai contestano il premier a Reggio Calabria con false banconote da 80 euro. Foto ANSA

Come facilmente prevedibile, più che quello di una beffa gli 80 euro renziani stanno assumendo per molti contribuenti il sapore di una truffa. Il Fatto Quotidiano racconta la storia di Eugenia Pages, cuoca 31enne, che l'anno scorso ha ottenuto il bonus elettorale in busta paga, previsto per chi ha un reddito tra 8mila e 26mila euro annui. Ora lo Stato le chiede di restituire tutto quanto percepito perché non ne aveva diritto, avendo un reddito troppo basso: "Trovo tutto questo ridicolo e vergognoso. Io in qualche modo la sfango, ma chi non lavora tutto inverno e deve pagare sull'unghia, come fa?"

La scorsa estate Eugenia ha lavorato per tre mesi in un ristorante di Chiavari, in provincia di Genova, e per due mesi ha percepito l'indennità di disoccupazione. Nei tre mesi di lavoro, la cuoca ha portato a casa poco più di 4mila euro. Il datore ha chiesto l'erogazione del bonus anche se non le spettava e di conseguenza anche l'Inps le ha concesso il beneficio sul sussidio di disoccupazione. "Poi a maggio mi ha chiamato la commercialista – spiega la signora – e mi ha detto che l'Agenzia delle Entrate mi chiedeva di restituire il bonus". Nel 730 precompilato che si è trovata di fronte compare la scritta: "In sede di dichiarazione è stato recuperato il bonus Irpef non spettante erogato dal datore di lavoro per un importo pari a 410 euro". Insomma, la cuoca ora deve restituire in un colpo solo un decimo di quanto ha guadagnato col proprio lavoro l'anno scorso. "Quindi cosa dovrò fare quest'estate, quando finalmente lavorerò di nuovo perché inizia la breve stagione turistica? – si chiede Eugenia – Tenere da parte 80 euro al mese perché l'anno prossimo mi saranno richiesti indietro? Cioè, sarò punita come quest'anno perché non sono stata in grado di trovare un altro lavoro decente, regolare, pagato a norma e non in nero o con i voucher?".

Il premier Matteo Renzi il 12 marzo 2014, aveva presentato in conferenza stampa l'idea del bonus da 80 euro come "un'operazione che definirei di portata storica. I destinatari del nostro intervento non sono solo i ceti meno abbienti, ma anche un po' di ceto medio". Proprio tra i "meno abbienti" che l'intervento intendeva sostenere, invece, c'è chi ora si ritrova a subire un danno a causa di quel credito Irpef. Il beneficio, infatti, spetta a quanti hanno un reddito compreso tra gli 8mila – la soglia di incapienza, sotto cui non si pagano le tasse – e i 26mila euro. La richiesta la presentano i datori di lavoro, che devono "determinare la spettanza del credito e il relativo importo sulla base dei dati reddituali a loro disposizione", come dice l'Agenzia delle Entrate. Ma può capitare che le imprese commettano un errore o che "i dati reddituali a loro disposizione" siano insufficienti per un calcolo preciso, così il bonus è arrivato anche ai lavoratori sotto la soglia degli 8mila euro di reddito o sopra il limite dei 26mila euro.

Dai dati del dipartimento delle Finanze risulta che nel 2015 (anno d'imposta 2014) hanno dovuto rimborsare il bonus ben 1,4 milioni di contribuenti. In totale i lavoratori hanno dovuto ridare all'Agenzia delle Entrate 320 milioni di euro, circa 220 euro a testa. Numeri decisamente importanti, soprattutto se si pensa che le imprese hanno erogato il beneficio a 11,6 milioni di italiani, per un valore totale di circa 6 miliardi di euro: in pratica, ha restituito il bonus il 12,5% di quanti lo hanno percepito: un caso su otto. Il fenomeno ha interessato ogni fascia di reddito, dalle più alte alle più basse, ma è facile comprendere come l'inconveniente possa aver creato più problemi a chi ha guadagnato di meno: tra quanti hanno dovuto restituire il bonus, infatti, 341mila contribuenti avevano entrate inferiori ai 7.500 euro annui. Sono i cosiddetti incapienti: guadagnano talmente poco che non pagano imposte perché la detrazione fiscale per il reddito da lavoro dipendente supera l'ammontare di tasse che dovrebbero pagare. In totale, queste persone hanno sborsato 55 milioni di euro, circa 160 euro a testa.

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