SCHEGGE DVRACRVXIANE

Caso Bossetti: omicidi insoluti e capri espiatori politicamente corretti

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Helmut Leftbuster

Helmut Leftbuster

Helmut Leftbuster nasce a Roma abbastanza tardi da essersi goduto i mefitici effluvi scolastici e universitari del ’68. Nella vita non scrive (semmai parla!), ma lo fa per passione e missione, essendo un convinto assertore di quelle libertà di pensiero e di opinione che, ben 3000 anni dopo Atene e Roma, vengono messe sotto assedio da una sorta di Pensiero unico depressivo, nichilista e soprattutto antidemocratico.

Il suo nome nasce dal connubio fra l’aulicità del romanticismo nibelungico e lo humor “trash” col quale Egli si rende guastatore delle peggiori ipocrisie progressiste e radical-chic.

Il “castigat ridendo mores” contraddistingue da sempre il tenore tematico e stilistico sia delle sue collaborazioni (Qelsi, Arianna Editrice e, ora, anche Il Populista) sia della gestione del blog che coordina, Aristocrazia Dvracrvxiana, ove si ciondola dal ghibellinismo dantesco (la “Dvra Crvx” del Poeta e non la “moscia crux” di 4 fricchettoni post-conciliari) a ricette gastronomiche identitarie messe a tavola per onorare  contadini e pastori nostrani ed indurre giovanissimi e massaie a dire "basta!" a venefiche porcherie sottocosto globalizzate e a cazzarate eque e solidali.

Il suo motto è «alla "povertà" si guarda, non si crede».

Caso Bossetti: omicidi insoluti e capri espiatori politicamente corretti

Foto ANSA

Partiamo dal presupposto che è oramai palesata senza troppi pudori l’intenzione dell’establishment politico-economico mondialista di “diluire” l’europeità dei popoli europei per calmierarne quell’emancipazione giuridica e culturale che, nei secoli, li ha resi troppo esosi rispetto alla media globale; e a giudicare dal cambio di rotta elettorale in voga in Europa, la gente sembrerebbe finalmente averlo capito.

Bene, lo ha capito, ma con quale ritardo rispetto a quanto avrebbe fatto se le avvisaglie iniziali di tale progetto fossero state più evidenti?!

Consapevoli, infatti, dell’inusitatezza e dell’inaccettabilità di un colpo di mano di tale portata, i potentati globalisti si erano premuniti per silenziarne tutte le possibili controindicazioni manifestatesi a danno della gente sin dai primi anni ’90: e così (perlomeno questo è l’oggetto della nostra riflessione), i poteri forti potrebbero aver lasciato “insoluti” tutta una serie di misteri piccoli e grandi, là dove la loro soluzione sarebbe stata allarmante per un’opinione pubblica che, fosse stata resa consapevole, avrebbe elettoralmente reagito prima.

Insomma, col senno di poi, non si può non dare lettura adeguata di quei sintomi iniziali del malessere sociale programmato che ora possono finalmente essere decodificati con la giusta lucidità.

Guardando ai primi anni ’90, infatti, se su un fronte iniziava il lavaggio del cervello mediatico sulla santificazione del migrante, ovvero il più sconosciuto degli sconosciuti considerando quanto già sia arduo individuare animo e intenzioni di un qualsiasi connazionale cresciuto nel nostro medesimo contesto culturale ed educazionale, sull’altro fronte già si tacitavano le malefatte compiute da stranieri.

E così abbiamo assistito nel tempo a picconatori di passanti, massacratori di anziani e persino ragazzotti beccati con cadaveri fatti a pezzi in valigia, che sono stati scagionati, giustificati, alleggeriti nelle condanne e nella percezione mediatica dei loro crimini (come quegli scafisti che avrebbero agito in “stato di necessità”).

Ma mano a mano, la frequenza dei casi fattasi esponenziale ha iniziato a parlare alla gente con voce propria, nonostante i disperati depistaggi inscenati dalla propaganda immigrazionista, connivente con quello che l’antropologa Ida Magli chiamava “Il Laboratorio Per La Distruzione”.

E allora sarebbe forse il caso di domandarci, guardandoci indietro, quanti casi siano rimasti “insoluti” più per l’inopportunità di risolverli che non per l’incapacità di farlo; quante vittime siano state private della giustizia solo perché non sarebbe stato prudente dare in pasto all’opinione pubblica la reale identità dei loro aguzzini; e, soprattutto, se tanto ci da tanto, sarebbe il caso di domandarci quanti presunti colpevoli siano diventati capri espiatori in favore di veri, ma innominabili, colpevoli.

Non a caso, là dove non è stato possibile pasticciare le carte per via d’una dinamica troppo palese del fattaccio, si è provato a farlo almeno mediaticamente dilazionando la pubblicazione dell’identità dei criminali rispetto all’accadimento del crimine, come nel caso della bambina trovata morta nel campo Rom non certo a seguito del boccone di mozzarella inizialmente additato come responsabile del suo decesso, ma perché seviziata (da Il Mattino.it del 27 10 2017).

O come accaduto con la diciannovenne di Castagneto Carducci, uccisa da un senegalese che solo grazie alla pervicacia di innumerevoli approfondimenti di indagine è stato inchiodato alla sua colpevolezza (da La Nazione, cronaca di Livorno del 14 6 2013).


Ma a fronte di situazioni ove, pur con gran ritardo e grande stitichezza mediatica, è stata raggiunta una verità che sarebbe stato troppo sfacciato occultare, ce ne sono state molte altre rimaste “misteriosamente” appese. Ed hanno tutte precisi comuni denominatori: 1, sono casi verificatisi in anni nei quali l’opinione pubblica non era ancora avvezza ad accettare fatti di sangue riguardanti bambini e giovani donne come consueti, e quindi non andava spaventata; 2, si tratta di casi resi particolarmente attenzionabili, oltre che per una cruenza del tutto inedita alla cronaca nostrana, per aver visto colpiti non più solo obbiettivi sensibili come poliziotti, mafiosi o terroristi, ma gente comune colpevole solo di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. 3, in quasi tutti questi casi, prima o dopo, s’è trovato un qualche straniero di mezzo: il delitto dell’Olgiata, che solo con molto ritardo rivelerà come omicida il domestico filippino; la strage di Erba, un caso ben più ricco di dubbi che di certezze, con una scena del crimine data alle fiamme, e con un Azouz Marzouk, il pregiudicato inizialmente incriminato e poi scagionato a scapito dei due “pittoreschi” coniugi Romano, che a pochi giorni dall'uccisione del figlioletto, anche lui fra le vittime della strage, trovava la disinvoltura di partecipare a comparsate in discoteca in compagnia di Corona & co. (fonte: TgCom del 9-6-2007).

Il delitto di Meredith Kercher, ove la condanna dell’unico responsabile accertato, nonché reo confesso, l’ivoriano Rudy Guede, è stata scandalosamente offuscata da una campagna mediatica tutta incentrata su presunti complici rivelatisi poi candidi quanto il colore della loro carnagione.

Recentemente si è concluso anche il caso di Yara Gambirasio con la condanna dell’italianissimo Bossetti; una vicenda investigativa e processuale che ha visto scendere in campo in difesa dell'operaio bresciano giornalisti del calibro di Vittorio Feltri, e che pullula di inchieste giornalistico-forensi che pongono rilevantissimi dubbi sulla conduzione delle indagini nonché sulla colpevolezza del condannato; e anche qui, in prima istanza, era stato visto coinvolto uno straniero, poi scagionato in un secondo momento.

A questo punto, verificando quanto la stampa di regime preferisca aprioristicamente puntare il dito contro mariti, genitori, fratelli e vicini di casa della vittima, piuttosto che contro soggetti esterni alla sua cerchia e quindi ben più realisticamente svincolati empaticamente dalla vittima medesima, come non pensar male su un sacco di altre storie rimaste “in sospeso”?! Pensiamo al caso di Denise Pepitone, dove certi media sembravano felici di poter cavalcare il movente familiare, a quanto pare definitivamente escluso in favore di nuove impronte digitali comparse sul suo sventurato tracciato (Il Giornale del 21 9 2018); o al giallo di Cogne, al delitto di Garlasco, al caso Orlandi...e a tanti, troppi altri casi dubbi o insoluti.

Già, perché c’è un ultimo comun denominatore che potrebbe ricondurre tali casi a crimini commessi da “innominabili”: la totale assenza di movente. Ti trovi lì, passa un annoiato picconatore furioso dei tanti che vediamo in giro (da Kabobo al caso di Reutlingen o a quello di Pamela Mastropietro), e ti ammazza, violenta o sevizia per pura barbarie, senza quel movente che presso latitudini giuridicamente evolute come la nostra è elemento logico imprescindibile per ipotizzare un capo d’imputazione. Al che, spiazzati dalla totale assenza di moventi plausibili, magari ci si accontenta di colpevoli improbabili ma perlomeno “politicamente corretti”.

Ebbene, cotanta “approssimazione”, dolosa o colposa che sia, potrebbe essere dietro ad ogni caso dubbio o insoluto e a spese di capri espiatori tirati in ballo solo per parare il culo ai danni collaterali d’un’accoglienza indiscriminata costataci un prezzo davvero troppo alto.








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