a volte ritornano

Talebani, vinti ma non sconfitti

Il terrorismo qaedista non nacque in Afghanistan, ma fu segretamente finanziato dal Pakistan, che oggi finge di combatterlo. Ed i centri di indottrinamento sono madrasse apparentemente innocue

Redazione
Talebani, vinti ma non sconfitti

Chi pensava che il terrorismo talebano fosse cessato, messo in ombra dalle gesta dei macellai dell’Isis, ha fatto male i conti. È stato evidente recentemente, quando un gruppo di talebani ha dato l’assalto al parlamento afgano a Kabul; tutti e sette i kamikaze, che avevano fatto esplodere un’autobomba lungo il muro di protezione dell’edificio, sono stati uccisi è l’attentato ha suscitato lo sdegno delle autorità religiose, che hanno condannato “chi non rispetta il mese sacro del Ramadan”.


Quanto al mondo occidentale, esso ha la memoria corta; ha “scoperto” l’esistenza dell’Afghanistan nel 1979, quando il paese venne invaso dall’Unione Sovietica. Al momento parve giusto, ai paesi occidentali schierati in funzione antisovietica – soprattutto America e Gran Bretagna – usare l’integralismo islamico come forza combattente e riunificatrice. La chiave di volta di quest’operazione fu però il Pakistan, trasformatosi da stato confessionale a paese fondamentalista nel giugno 1977, quando un golpe aveva deposto il presidente di allora. In posizione militarmente strategica, dal Pakistan passavano gli aiuti alle milizie talebane. Le violenze dell’Armata Rossa fecero sì che la popolazione solidarizzasse con i mujaedin, i guerrieri santi, guidati dal comandante Massud, in seguito eliminato proprio da al-Qaeda, perché appartenente ad un gruppo militare che rifiutava il terrorismo e perseguiva unicamente la liberazione dell’Afganistan.


Nel 1994 si chiude il capitolo della guerra in Afghanistan, dopo nove anni di guerra e milioni di vittime civili; ed è proprio il Pakistan, attraverso il servizio segreto, a prendere il controllo del Paese e ad imporre il regime dei talebani. L’uomo che rese possibile quest’impresa, il generale Ahmad Mehmood, capo dei servizi segreti, l’8 ottobre 2001 sarà rimosso dal presidente Musharraf in persona, in quanto uomo di al-Qaeda, implicato nell’attentato dell’11 settembre.

Le milizie dei talebani sono costituite da combattenti che provengono dalle madrasse, ovvero da scuole coraniche fondamentaliste, create apposta per plagiare le giovani menti. Là oltre cinquantamila studenti imparano il Corano a memoria, ma vengono addestrati anche all’uso delle armi. Queste scuole reclutano bambini tra le famiglie più povere, spesso nei campi profughi, in cambio di cibo e riparo. Trasformare questi infelici in combattenti e kamikaze è un gioco da ragazzi. E il problema non riguarda solo il mondo afroasiatico. Nei giorni dell’autobomba al Parlamento di Kabul Justin Nolan Sullivan, un diciannovenne del North Carolina, è stato incriminato per avere provato a fornire materiale di sostegno all’Isis, pianificando omicidi ed attacchi negli Stati Uniti. Per questo motivo il mondo occidentale - almeno, quello che ragiona -  guarda sempre con molta apprensione alla nascita, in Europa, di scuole islamiche (anche solo telematiche) fuori da qualsiasi controllo. Di recente persino il Tagikistan le ha poste sotto osservazione, rendendosi conto che stavano diventando sempre più frequentemente fucine per la formazione di jihadisti.

 

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