Ricostruzioni incompiute

In Sicilia, nella Valle del Belice, 48 anni dopo la ricostruzione non è finita

Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio del 1968 un terremoto, simile a quello di Amatrice, devastò una decina di comuni. Diversi gli sprechi e le opere pubbliche incompiute

Fabio Cantarella
In Sicilia, nella Valle del Belice, 48 anni dopo, la ricostruzione non è finita

In Sicilia, quarantotto anni dopo, la ricostruzione non è ancora finita. Il terremoto che colpì la Valle del Belice, nel gennaio del 1968, radendo al suolo una decina di comuni tra le province di Agrigento e Trapani, si manifestò con una potenza simile a quella che lo scorso 24 agosto ha colpito l’Italia centrale.

Come documenta Il Foglio, quella zona, oggi tristemente nota come l' “Asse del Belice”, ha le sembianze di un deserto e non l’attraversa quasi nessuno.

La strada provinciale che dal comune di Partanna porta a Gibellina, si presenta con l’asfalto nuovo, non consumato perché non vi passa alcuno e soprattutto perché l'arteria stradale ad un certo punto si interrompe bruscamente offrendo a chi vi giunge una visuale spettrale: una campagna e, poco più in là, una città morta.

Il vecchio comune di Poggioreale è un luogo fantasma, ci sono ancora le case crollate e s’intravede, un po’ qua e un po’ là, qualche squarcio del patrimonio architettonico devastato dal forte sisma del 1968.

Poggioreale ormai non è più quello, i suoi abitanti lo hanno rifondato a qualche chilometro di distanza dal paese distrutto dal terremoto. Ormai è solo un luogo da far conoscere ai bambini man mano che crescono, solo perché non dimentichino le loro radici e la storia di un paese che non c’è più e che non è stato mai ricostruito nonostante le buone intenzioni del tempo.

Nel nuovo comune sono comunque rimasti quattro gatti, poco più di un migliaio con il solito centro d’accoglienza per migranti che non poteva mancare.
Un’idea su tutte della fallita ricostruzione? Tra le altre cose l’architetto Paolo Portoghesi progettò per Poggioreale una piscina elegantissima che seppur realizzata non è stata mai stata inaugurata e oggi è piena di escrementi d’uccelli dopo che il tetto in vetro è crollato. Poi piante e fichi d’india tutto intorno.

Come racconta a Il Foglio Nicola Catania, sindaco del vicino comune di Partanna e coordinatore dei centri del Belice, quella piscina è costata circa dodici miliardi delle vecchie lire. Sprecate, quindi, soldi pubblici buttati come spesso avviene, fondi che avranno fatto guadagnare qualcuno ma senza raggiungere il loro scopo.

Sono diverse le opere pubbliche incompiute, come il centro sociale della stessa Partanna che oggi è possibile utilizzare solo in parte perché il comune non ha i soldi per completare l’opera. Il sindaco racconta che la struttura peraltro non è mai stata collaudata e accatastata, è una struttura fantasma anch’essa. Come tante altre che alla fine hanno solo fatto guadagnare tecnici e imprese.

Come la vicina area industriale e artigianale di Salaparuta, 583 mila euro di lavori, ma degli artigiani e delle industrie neppure l’ombra. Anche lì tira un’aria spettrale.

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