sentimenti ed emozioni in comune

La vita emotiva degli animali

Dai saggisti etologi C. Darwin a G. Celli fino a Jeffrey Masson a Richard Francis impariamo a riconoscere nei nostri pets un impulso comunicativo mediato da sensibilità ed affettività primarie

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Stefania Genovese

Stefania Genovese

Stefania Genovese, laureata in psicopedagogia e filosofia, ha ricevuto il premio internazionale "Zurich" dell'Università di Barcellona, per la sua tesi di laurea di indirizzo epistemologico sulla creazione dei miti moderni.

Autrice di programmi radiofonici sugli animali e curatrice di rubriche dedicate ai bambini. Ha diretto la rivista astronomica Kosmos e ha scritto numerosi articoli di divulgazione psicologica e scientifica sulle principali riviste italiane.

La vita emotiva degli animali

Perla di Valeria Nimo

Jeffrey Moussaieff Masson è uno psicanalista e psicologo animale; ha scritto molti libri sugli animali come I cani non mentono sull'amore ed Il maiale che cantava alla luna, nonché il recentissimo La vita emotiva dei gatti. Per mia esperienza personale di lettrice, devo appunto riconoscere che sono proprio gli psicanalisti a sondare con maggiore introspezione il mondo emotivo e cognitivo degli animale, e che, senza scadere in atteggiamenti antropomorfizzanti, sono in grado di offrirci una maggiore disanima dei loro processi affettivi e simbolici nella relazione con l'essere umano. Secondo J. Masson, ad esempio, molto spesso si tende a riservare solo al cane, quella gamma di sentimenti che lo rende una creatura meravigliosa e sensibile, contrapponendolo al gatto etichettato come creatura di basso rango eccessivamente autarchica e ripiegata su se stessa e dunque incapace di provare rispondenza ed affezione. Eppure sono proprio i gatti tra gli animali ad essere quelli con cui intessiamo una maggiore intimità.


La convivenza che in questi ultimi secoli ha avvicinato l'uomo a diversi animali selvatici ha permesso all'uomo di sperimentare il piacere di interagire con un membro di una specie diversa. Grazie ai gatti infatti, creature certamente meno addomesticate delle loro controparti, ossia i cani, all'uomo è stato concesso di oltrepassare la barriera della specie, e di esperire così un desiderio universale; convivere pienamente con una specie che, solo apparentemente, manifesta una sorta di narcisismo innato, dato da una precipua codificazione etologica, che li rende poco malleabili e certamente inadatti alla sottomissione e certamente non disposti ad interazioni forzate. Anche questa caratteristica però è certamente frutto di un adeguamento genetico derivato dai propri progenitori, creature solitarie che dovevano fare affidamento solo su loro stesse, non necessitanti quindi di ricorrere ad autorità o all'assenso del gruppo di appartenenza.


Ma J. Masson non ha solamente analizzato gli schemi cognitivo ed emotivo dei nostri pet d'elezione, bensì ha concentrato le sue riflessioni, sempre con coerenza logica e scientifica anche sugli animali di fattoria; ha infatti sottolineato quanto non vi sia distinzione tra loro, e che tutti siano dotati di sentimento e di affettività, pienamente in grado di concepire la gestione di una propria società secondo la propria specie evolutiva. Certamente ciò comporta che venga per molti additata come barbarie la nostra consuetudine di tenerli rinchiusi e di cibarsene, riaprendo il controverso dibattito se ciò sia giusto o meno, privarli di libertà e di scelta. Dinanzi agli occhi abbiamo l'immagine degli agnellini sottratti alla propria madre e poi macellati (crudele realtà che si perpetua per i riti Pasquali) o delle mucche allevate per la produzione intensiva del latte; anche alle quali poi vengono spesso sottratti i piccoli vitelli.


Ma siamo così convinti che una madre agnello, o una madre mucca possano non soffrire del distacco forzato dal loro piccolo? Forse non tutti sanno che la madre ed il piccolo continuano a chiamarsi gridando l'uno verso l'altra, sino a perdere la voce. Secondo questo psicanalista è giunto il momento di riflettere su quanto sia errato negare anche a questi animali una sensibilità nonché ignorare cosa determini realmente il benessere di un animale. Difatti anche se taluni animali domestici o di fattoria sono stati allevati per essere uccisi, questo non ha modificato la loro capacità emotiva; anch'essi coltivavano ricordi, soffrono e provano dolore. È insensato comporre una giustificante graduatoria comparata della sofferenza dando molto peso all'essere umano e poco agli animali.


"Preoccuparsi di un tipo di sofferenza", sostiene lo psicanalista, "non significa che non si debba avere alcun interesse per le altre specie, o che una debba prevalere forzatamente sull'altra". Occorre ricordare che anche noi umani ci siamo auto-addomesticati, accelerando in questo modo la nostra evoluzione e la nostra adattabilità proprio come è stato per gli animali. Il saggista scientifico Richard Francis osserva che variabilità morfologiche uniche che contraddistinguono animali e homo sapiens sono certamente il frutto di precisi meccanismi evolutivi che la domesticazione ha certamente accelerato.


Conseguentemente la prossimità uomo animale ha certamente comportato una selettività naturale ed un incremento della docilità e della cooperatività, esaltando anche nel contempo talune alterazioni anatomiche e psico-comportamentali collegate e comuni a tutte le specie. Ciò che gli scienziati definiscono "sindrome di domesticazione", una sorta di "mutua accettazione" del "tutto compreso" da adottare vicendevolmente in cambio di un pasto sicuro e di un rifugio all'ombra degli umani, non contempla solo cani, gatti, bovini, cavalli, pecore, maiali, oche, ma anche procioni, volpi ed altre specie ritenute un tempo selvatiche, ma sempre più comuni e vicine alle dimore umane.


Tutto ciò ha comportato decisamente una maggiore presa di coscienza nei confronti dell'attribuzione di empatie e di emozioni da parte degli animali. Talvolta quando osserviamo taluni animali, come anche i nostri gatti, siamo propensi ad interpretare come vanità, indifferenza, superiorità, arroganza o distacco, ciò che in realtà è una forma di autocompiacimento nel sapersi bastanti a se stessi. Per acquisizione genetica, loro non ritengono che noi possiamo essere indispensabili per loro dal punto di vista emotivo e materiale, tuttavia grazie alla "sindrome di domesticazione" molto spesso ci avvediamo che nella loro mente si siano sviluppati sentimenti che li spingono a comunicare con noi, e che li portano a volte a manifestare una costellazione di sentimenti. Come, in certe situazioni, il disappunto, ad esempio, per essere stati lasciati da soli troppo tempo, o anche il precipitare in una sorta di abulia per la perdita del proprio compagno umano.


È dunque giunto il momento di riconsiderare gli animali attraverso il ventaglio di emozioni, e di percezioni quali l'amore, la gelosia, l'appagamento la curiosità, la rabbia la paura, che fino a poco tempo fa risultavano solo essere appannaggio dell'uomo. Uomo che spesso ne nega le evidenti manifestazioni nelle specie caratterialmente meno duttili e in quelle destinate alla sopraffazione per pura convenienza alimentare. Tornando ai nostri pet, Jeffrey Masson ha scritto che "i cani non mentono sull'amore (ma neppure i gatti ad esempio quando fanno le fusa, manifestazioni sincere di appagamento)", perciò è lecito chiedersi se la percezione di amore di un cane sia simile o dissimile dalla nostra, o se sia lecito attribuire caratteristiche ed emozioni proprie dell'uomo al cane. Egli dimostra quanto la sfera emotiva degli animali sia ricca e complessa quanto quella umana; così facendo addentrandosi nell'esplorazione dell'universo del cosiddetto "migliore e più sincero amico dell'uomo" ha infranto pregiudizi antropomorfizzanti e ha ampiamente approfondito "i moti del loro cuore canino", non dissimili da quelli umani, come gratitudine, lealtà, solitudine, delusione, e persino sogni, offrendo degli strumenti interpretativi scevri dagli scontati pregiudizi comportamentali a loro attribuiti.


Anche i gatti come i cani ad esempio, riescono a leggere le nostre intenzioni o in un modo ancor più profondo i nostri veri sentimenti nei nostri confronti. Altrimenti non si spiegherebbero i tanti e conclamati esempi di empatia tra uomo ed animale. Secondo Masson si giungerà a dimostrare che gli animali provino emozioni positive in modo simile all'altro e si riuscirà ad arricchire il nostro vocabolario per coniare termini che si avvicinino maggiormente a significare ciò che provano talune specie. Ciò non comporta certamente degradare la nostra umanità ma piuttosto accettare un parallelismo tra esseri umani ed "altri da noi". Osservazione, che non solo risulta essere molto affascinante, data la natura complessa e misteriosa ad esempio della specie felina, ma soprattutto determinerebbe una nuova consapevolezza arricchente la nostra complessità emotiva. Anche gesti antitetici a volte attuati dagli animali, come l'avvicinarsi ed il discostarsi dall'uomo, sono guidati da precise emozioni; ma non è raro riscontrare in essi attaccamenti tali da essere interpretati come amore incondizionato e sacrificio, a volte non riconosciuti perché inconsueti o minanti la nostra razionalità.


Certamente, come sostengono i grandi scienziati prodromi dell'etologia come C. Darwin, la vita emotiva dei pet si è arricchita proprio grazie alla frequentazione con gli esseri umani e proprio a ragione di ciò, essi hanno sviluppato emozioni con il fine di comunicare con noi. Gli animali sono in noi (e non solo simbolicamente come costruttori di "anima" come asserisce J. Hillman) ma soprattutto come compartecipi del nostro medesimo DNA. E per l'appunto a giudizio del grande etologo Giorgio Celli anche loro si specchiano in noi, perciò l'appartenenza alla medesima famiglia ci ha indotto a ritenere che la natura umana nelle sue complesse manifestazioni ha in sé un crittogramma non ancora decifrato che tuttavia ci conduce inevitabilmente ad una identità connaturata al mondo animale. Noi uomini", come dice Masson, "ad esempio ci abbiamo messo molto tempo, ma infine stiamo contraccambiando i segnali emessi dai gatti, come un pianeta disabitato e solitario distante milioni di anni luce, perso nello spazio e desideroso della compagnia di altre stelle che si trovano in altri luoghi dell'Universo". E ciò vale anche per le altre specie.


E ciascuna ha molte emozioni da insegnare all'uomo; i felini sono sempre vigili ed ugualmente hanno sviluppato una certa filosofia zen che contempla una totale immersione in se stessi, che non è autodeificazione bensì l'accettazione di un ordine naturale in cui ogni cosa corrisponde al conseguimento leibniziano del miglior mondo possibile in cui si possa godere di pace, tranquillità, acquiescenza, assaporando un attimo in modo così completo e coinvolgente da trasformarlo in una sembianza di eternità. I canidi, da parte loro, invece, hanno basato la loro sopravvivenza sulla socializzazione e sulla cooperazione e mediante questa filogenesi evolutiva hanno fatto del dinamismo e della continua attività affiliativa un presente costante e necessario.

Inoltre non dimentichiamoci che ogni essere vivente si è evoluto in modo da impiegare volentieri le proprie capacità, ma quando non le utilizza mai o vengono inibite, esso prova un senso di perdita, o di frustrazione. Anche la gelosia che nelle nostre stesse culture umane possiede svariate sfumature culturali è un'altra emozione presente in tutti gli animali, dai lupi agli uccelli, e spesso vivendo con un pet ne possiamo constare personalmente la sua manifestazione. Il nostro cane Tommy è spesso geloso delle attenzioni che riserviamo ad Eva, una bimba figlia di nostri amici, e tende a regredire a cucciolo, pretendendo di essere preso in braccio, ed emettendo versi simili a mugugni per richiamare l'attenzione. Divertente è inoltre il comportamento della nostra micia Milù, molto attaccata a mio marito, che sembra non gradire quando io, in sua presenza, lo baci: infatti miagolando insistentemente e con tono riprovevole corre verso di noi con la coda dritta e si infratta ai nostri piedi nel tentativo di separarci. Certamente il filtro della nostra interpretazione è sempre presente quando osserviamo gli animali ma è ormai fuor di dubbio che essi siano in grado di esternare emozioni e di scegliere selettivamente tra esse, interagendo nell'ambiente a seconda del loro proprio stato vigile.


Taluni asseriscono che la paura ad esempio, sorga negli animali in modo differente da quanto possiamo percepirla noi umani; in fondo essi non patiscono forse paure immaginarie? O piuttosto sarà appannaggio della propria libertà la predisposizione a non preoccuparsi del passato e non temere il futuro? Ma sarà veramente così? Anche la collera e la rabbia possono giustamente manifestarsi negli animali tuttavia è interessante osservare quanto un sentimento di ira rivolto a se stesso, sia alquanto raro in un animale selvatico mentre possa di più manifestarsi nel contesto di una vita sociale. Un'altra emozione come la curiosità è negli animali una spinta innata che però è basata essenzialmente sulla loro concretezza; da essi apprendiamo anche questa lezione che non esistono ieri e domani ma solo la magia di questo singolo istante.


Taluni animali hanno conservato dunque una sorta di selvaticità emotiva soprattutto per quanto riguarda la libertà, ma è fuor di dubbio che la loro indipendenza da noi sia alquanto relativa in quanto anche noi, che condividiamo il loro habitat, siamo parte della loro famiglia allargata. E ciò comporta che tra noi e loro permanga un afflato metacomunicativo tale da consentire reciprocamente l'utilizzo di una vasta gamma di emozioni che consentano una interazione costruttiva ed appagante per entrambi.

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