notabili note

La Corte dei conti e l'affabulazione della crescita "robusta e duratura". Cui seguirà la moltiplicazione dei pani e dei pesci

0
Edoardo Varini

Edoardo Varini

Dopo anni, dopo decenni di editoria e comunicazione mi sono reso conto che senza una precisa scelta d'azione lo scarto tra la parola e lo stato delle cose è incolmabile. Se questo scarto era tollerabile un tempo, quando all'incirca il nostro Paese viveva in un sostanziale benessere, ora non lo è più. In ragione di 5 milioni di poveri e stipendi e pensioni da fame non lo è più. In ragione di riforme di cartapesta e malgoverno non lo è più. Non è tornato il tempo dell'impegno, è giunto per la prima volta. Quello degli anni Settanta era un impegno ideologico spesso, troppo spesso avulso da una reale cognizione della condizione socio-economica delle persone. L'impegno di oggi – ancora di pochi ma è sufficiente contarsi ogni giorno per vedere che il numero cresce – ha dalla sua la forza del bisogno e la lucidità di un pensiero nuovo forgiato dallo scontro quotidiano con quell'entropia che il capitalismo sregolato unito ad una malintesa idea di sinistra senza volto né identità vorrebbe trionfante ma ancora non lo è. Opporsi a questa disumana insensatezza è un dovere. Doverosamente scrivo allora queste notabili note.

La Corte dei conti e l'affabulazione della crescita "robusta e duratura". Cui seguirà la moltiplicazione dei pani e dei pesci

Questa cosa se non riguardasse le nostre vite sarebbe comica. Solitamente le premesse introducono e descrivono e supportano lo svolgimento e le conclusioni di uno scritto, di un documento, di una relazione.

Ma quando si tratta della Corte dei conti, no. Leggendo il suo Rapporto 2017 apprendiamo nella premesse che: «Finalmente si è usciti da una fase di recessione protrattasi per otto anni. [...] I primi segnali dell'anno in corso sono molto incoraggianti e la nostra economia è in una fase di transizione verso una crescita più robusta e duratura». Proprio così: «Una crescita più robusta e duratura». Senza vergogna. 

Prosegui nella lettura e scopri che il carico fiscale complessivo (total tax rate) per un'impresa italiana di medie dimensioni è del 64,8%, superiore del 25% ad un'omologa impresa dell'area europea. E allora ti chiedi: ma di che cosa parlava la premessa? Ma come si fa ad essere diretti verso una robusta e duratura crescita con questo gravame?

E allora leggi ancora, perché magari potresti trovare un chiarimento. E invece trovi una confutazione: il nostro cuneo fiscale (cioè il delta tra il costo del lavoro a carico dell'imprenditore e lo stipendio netto del lavoratore) è superiore di 10 punti percentuali al dato medio del resto d'Europa: parliamo del 49% contro il 39%.

A seguire la Corte dei conti scopre che il debito pubblico nostrano è il più alto del Vecchio Continente, inferiore solo a quello della Grecia, ovviamente parlando in termini percentuali: oggi è pari al 132% del Pil, a fronte di un debito teutonico del 78,4%. Lo scorso anno, il debito, ha superato i 2.200 miliardi.

Ora, si sente ripetere spesso la tiritera che a far esplodere il debito pubblico sia stata un'esplosione della spesa: è falso. E non è che a ripeterlo diventa vero.

Nel 1980 il debito pubblico corrispondeva al 57,7% del Pil, nel 1994 raggiunse quei livelli spaventosi che oggi dobbiamo affrontare, per l'esattezza arrivò al 124,3%. Andiamo a vedere se nella spesa pubblica si registrò un'analoga impennata? Non ve ne fu nessuna. Nel 1980 la spesa era pari al 40,8% del Pil e nel 1994 al 42,9: nemmeno 3 punti percentuali in più. Ricordiamo che negli stessi anni il debito pubblico raddoppiò.

E allora? A allora vorrei tanto che la si smettesse di attaccare salari e welfare con queste panzane. Con ogni panzana. Non è più il tempo delle fesserie, ammesso che lo sia mai stato.


La situazione del debito pubblico divenne insostenibile a seguito del divorzio tra Banca d'Italia e Tesoro, allorché la prima smise di intervenire nell'acquisto dei titoli di Stato. Venne così a mancare uno dei maggiori compratori di titoli di stato, cioè del debito nazionale, e che cosa succede quando diminuisce la domanda? Che aumentano i tassi, perché altrimenti i compratori non arrivano.

Nel 1994 il divario tra i tassi di interesse dei titoli italiani e della UE giunse al 9%: pari al 13% il primo ed al 4% il secondo. Nel '92, senza la difesa della Banca d'Italia, giunsero gli attacchi speculativi alla lira che costrinsero l'Italia ad uscire dal sistema monetario europeo ed a svalutare.


Riassumendo, ben vengano la riduzione e la razionalizzazione della spesa pubblica, ma la si smetta di additare il welfare ed i salari come la causa dell'aumento del debito pubblico.

Se ci sarà una ripresa non sarà perché gli insegnanti o i poliziotti o gli impiegati statali prenderanno 800 euro al mese e non si spenderà nulla per sostenere il disagio economico o la malattia, oppure la vecchiaia. Sarà perché verrà ridotta l'imposizione fiscale sul lavoro e si appronteranno piani di sviluppo economico solidi e credibili.


Sono cose indissolubili. Oggi in Italia non si può fare impresa. Non si può. Lo sappiamo tutti. Vogliamo piantarla di raccontare che è possibile, santi così le cose, una ripresa? Lo dico in primo luogo ai magistrati contabili della Corte dei conti: non scrivete che assisteremo a un miracolo, che lo stiamo rendendo possibile. Siate istituzionali e non governativi, se vi è riesce.

A presto. 

LIBERA LA BESTIA CHE C'È IN TE!

Contribuisci anche tu alla sezione LIVE NEWS, inviandoci un video, una foto o un articolo!

partecipa inviandoci i tuoi:


MC S.R.L.
sede legale: via angelo maj, 24 - 24121 Bergamo
C.f./P.IVA: 04061980167 - R.E.A.: BG-431792
Email: INFO@ILPOPULISTA.IT

direttore: alessandro morelli
condirettore: matteo salvini

ILPOPULISTA.IT È UNA TESTATA TELEMATICA REGISTRATA PRESSO IL TRIBUNALE DI MILANO, N. 121 DEL 27/04/2015

per i tuoi annunci: PUBBLICITA@MC-SRL.EU