la riflessione storica

"La Chiesa si cali nel mondo reale". Bergoglio non è stato il primo a chiederlo

C'è un illustre precedente, quello di papa Pecci, che denunciò i mali sociali della sua epoca. Era l'Ottocento ma il mondo è rimasto tale e quale

Alfredo Lissoni
"La Chiesa si cali nel mondo reale".  Bergoglio non è stato il primo a chiederlo

"La Chiesa deve calarsi nella società moderna"; l'esortazione è venuta da papa Francesco in occasione del dibattito sul diaconato femminile. In realtà quest'idea, che tanto ha diviso le gerarchie vaticane, non è sua ma risale ad un suo illustre predecessore, Leone XIII, il papa del Risorgimento. A 68 anni doveva essere un pontefice di transizione, ed invece ne visse 93 e fu il papa più ardito. Stiamo parlando di Gioacchino Pecci, il successore di Pietro che, il 15 maggio 1891, con l'enciclica Rerum Novarum, le "cose nuove", aprì la Chiesa al mondo, ai problemi della società contemporanea.


Sino ad allora la Chiesa, reduce dai moti massonici e liberali, era rimasta chiusa in se stessa, e guardava con ostilità ad ogni ventata di cambiamento. Ma sotto Leone XIII, sul finire dell'Ottocento, il Vaticano si trovò di fronte a radicali mutamenti nel campo politico, economico e sociale, ma anche scientifico e tecnico. Si stava affermando una nuova concezione della società e dello Stato e, di conseguenza, dell'autorità. Una società tradizionale si dissolveva e cominciava a formarsene un'altra, carica della speranza di nuove libertà, ma anche dei pericoli di nuove forme di ingiustizia e servitù.


Erano gli anni del capitalismo e del salariato, caratterizzati da gravosi ritmi di produzione, senza riguardi per il sesso o l'età, e della conseguente diffusione delle idee socialiste. Fu allora che Leone XIII, intuendo con grande acume i futuri sviluppi della società contemporanea, decise di intervenire con un documento che affrontava in maniera diretta la "questione operaia", vale a dire il conflitto tra il capitale e il lavoro. "Destò gran meraviglia", scrisse 12 anni dopo don Luigi Sturzo, il fondatore del Partito Popolare, "quando questo vecchio di 82 anni pubblicò l'enciclica. Quel documento parve quasi socialista; i governi liberali e borghesi temettero, e perfino molti ecclesiastici".


Le "cose nuove", alle quali si riferiva l'enciclica, erano tutt'altro che positive. Il papa denunziava difatti, a seguito dei progressi incessanti dell'industria, le mutate relazioni tra padroni e operai; l'accumulo della ricchezza nelle mani di pochi, accanto alla miseria della moltitudine; la maggiore coscienza dei lavoratori ma anche il peggioramento dei costumi. A rileggerlo adesso, quel testo, risulta particolarmente attuale, quasi che non fosse cambiato niente, in quasi due secoli, come se la società si fosse cristallizzata ed immobilizzata. Ma forse è l'essere umano che, nonostante tutto, non cambia mai.


Di fronte ad un conflitto che opponeva, quasi come "lupi", l'uomo all'uomo fin sul piano della sussistenza fisica degli uni e dell'opulenza degli altri, il Papa affermò i diritti fondamentali dei lavoratori. Rivendicava la dignità del lavoro e del lavoratore in quanto tale; il diritto alla proprietà privata e all'associazionismo sindacale; il diritto al giusto salario, alla limitazione delle ore di lavoro, al legittimo riposo e ad un diverso trattamento dei fanciulli e delle donne quanto al tipo e alla durata del lavoro. L'Enciclica intendeva contrapporsi al dilagare delle idee marxiste ed alla loro visione atea e materialista. Contro la dottrina della lotta di classe, papa Pecci proponeva il principio della collaborazione tra classi, indicando quelli che erano i diritti e i doveri sia dei padroni che dei proletari.

Pur con i limiti di certe idee, l'Enciclica segnò un primato. Per la prima volta, dai tempi del risorgimento, il Vaticano, anzicchè chiudersi in sé, in ciò che gli storici hanno definito "dispotismo illuminato", si apriva alla società e se ne faceva difensore. Le idee della Rerum Novarum, dirompenti per l'epoca, hanno il pregio di essere di grande attualità; esse vengono difatti esportate in tutti quei Paesi del Terzo Mondo ove ancora sopravvivono grandi differenze economiche. E non sarebbe male se anche Renzi se le leggesse...

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