OCCHIO ALLA FINANZA

Conta più il costo dello Spritz, che dello spread

Perché abbiamo paura di un indice finanziario? Cosa c’entra la gente comune con la finanza?

Andrea Lorusso
Conta più il costo dello Spritz, che dello spread

Foto quotidiano.net

Viene instillato un terrorismo psicologico come arma politica di controllo delle posizioni di Governo a favore di popolo, con il solito mantra del “non ce lo possiamo permettere”. Al banchetto siedono i papaveri del giornalismo prezzolati ed i partiti politici che hanno fatto dell’ortodossia di mercato il loro primo comandamento indefettibile.

Una volta per tutte chiariamo questo dannato spread. È un semplice differenziale tra tassi d’interesse, direbbe il manuale d’economia. In sostanza, serve a calcolare la forbice tra il rendimento di un titolo a dispetto di un altro. In Europa il titolo di rifugio, quello considerato più sicuro, è il bund tedesco.

Ecco perché lo spread si calcola tra BTP italiani e titoli di Stato teutonici. Questo differenziale, calcolato in punti base, può salire per due motivi. O perché gli investitori credono sempre di più nel volto della Merkel, oppure perché credono sempre meno nelle parole di Conte. In soldoni, se c’è un surplus di domanda nei confronti dei titoli tedeschi, questi avranno un rendimento molto inferiore, e quindi un minor costo per interessi e quindi (la Germania avrà) una maggiore facilità a reperire risorse da privati, imprese, e grandi fondi d’investimento o istituzionali. Ma è altresì vero, che tassi irrisori, scoraggiano i clienti da sportello delle banche a comprare qualcosa che poi dopo dieci anni dia indietro lo zero virgola, spostando di fatto la proprietà del debito pubblico dai piccoli risparmiatori ai grandi manovratori finanziari.

L’interesse – prendiamo ancora in prestito i manuali – è la remunerazione del capitolo investito in termini di tempo e di rischio. Questa bolla di tensione, che ha fatto rialzare il costo di approvvigionamento per il nostro Paese di denaro contante, è frutto di una stortura del sistema monetario europeo.

L’ex Premier Romano Prodi lo predisse, anzi ne era colpevolmente conscio: “Sono sicuro che l’euro ci costringerà a introdurre un nuovo insieme di strumenti di politica economica. Proporli adesso è politicamente impossibile, ma un bel giorno ci sarà una crisi e si creeranno i nuovi strumenti”.

Il punto è che un “bel giorno” abbiamo scoperto che la BCE, rispetto alle Banche Centrali Nazionali di un tempo, non era garante di ultima istanza nei confronti dei titoli sovrani invenduti, ed in generale, della solvibilità di una Nazione. Quindi l’ipotesi che fosse possibile dichiarare default, o congelare i titoli sulla piazza per un tempo indefinito, ha preso piede nell’ultimo Governo Berlusconi, permettendo interventi shock che oggi stiamo ancora pagando, come le riforme Monti.

Dopo aver fatto cadere un po’ di teste e avere permesso ad Esecutivi fantoccio di intraprendere massacri del sistema sociale, il Governatore Mario Draghi assicurò l’impegno a comprare i titoli invenduti (la prossima settimana verrà ridiscusso il piano di Quantitative Easing, e probabilmente si ridurranno nuovamente gli acquisti di asset invenduti), fermando il rialzo continuo dei tassi d’interesse dei Paesi più deboli e spegnendo anche il rialzo dei CDS.

Altra cosa che abbiamo imparato a conoscere, ma di cui dovremmo infischiarcene. Ovvero appunto i Credit Default Swap, una specie di assicurazione, che copre nell’eventualità un soggetto fallisca (in questo caso lo Stato) e non onori i suoi impegni. Nessun piccolo, medio, grande investitore acquista questi prodotti o si è preoccupato dell’aumentare del costo di questi strumenti, se non ad esempio i fondi pensione, che hanno l’obbligo di contro-assicurare i propri investimenti a garanzia dei lavoratori che versano il TFR o quote volontarie.

Il numero di partite iva attive, la dimensione dei rapporti di lavoro stabile, la qualità dei salari, il differenziale tra imprese che aprono e chiudono, la capacità dell’economia reale di allocare le risorse, creare PIL, innovazione, investimenti, progettazione, qualità della vita, ecc, è questo che interessa all’elettore. E non che in Borsa vengano o meno bruciati miliardi, o che ci sia qualcuno che specula sulla nostra sovranità come se fosse il piatto al tavolo del casinò.

Impariamo a votare più dal costo dello Spritz, che dal livello dello spread.

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