nomina al Dap

Di Matteo: "Bonafede cambiò idea per lo stop di qualcuno"

"Mi chiamarono da Roma dei colleghi per dirmi che c'era una cosa molto brutta che mi riguardava..."

Redazione
Di Matteo: "Bonafede cambiò idea per lo stop di qualcuno"

Dopo la telefonata in diretta a Non è L'Arena su La7 domenica sera, Nino Di Matteo, pm antimafia, componente del Csm, ribadisce la sua versione dei fatti a proposito della mancata nomina alla guida del Dap nel 2018. In una intervista a Repubblica, il magistrato ripercorre i fatti che, a suo parere, portarono il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede a ritirare la proposta di dirigere il Dipartimento che sarebbe stata sgradita ad alcuni boss detenuti al 41 bis.

Di Matteo racconta che il 18 giugno 2018 Bonafede lo chiamò al telefono. "Mi pose un'alternativa: andare a dirigere il Dap oppure prendere il posto di capo degli Affari penali. Aggiunse che dovevo decidere subito perché mercoledì ci sarebbe stato l'ultimo plenum utile del Csm per presentare la richiesta di fuori ruolo. Richiesta che era urgente per il Dap, ma non lo era per la direzione degli Affari penali. Gli dissi che sarei stato a Roma il giorno dopo e mi sarei recato da lui al ministero. Bonafede chiuse il telefono dicendo 'scelga lei'".

Il giorno seguente, racconta ancora il pm, "mi sedetti davanti a Bonafede e gli dissi che accettavo il posto di capo del Dap. Lui però, a quel punto, replicò che aveva già scelto Basentini, mi chiese se lo conoscessi e lo apprezzassi. Risposi di no, che non lo avevo mai incontrato". Di Matteo non chiese al ministro perché aveva cambiato idea "ma rimasi sorpreso. Devo presumere che quella notte qualcosa mutò all'improvviso. Bonafede insistette sugli Affari penali, parlò di moral suasion con la collega Donati perché accettasse un trasferimento. Non dissi subito no, ma manifestai perplessità. Siamo a giugno, disse Bonafede, lei mi manda il curriculum, a settembre sblocchiamo la situazione".

Il giorno dopo Di Matteo torna in via Arenula per dire a Bonafede che "a queste condizioni non era più disponibile. Cose come queste sono indimenticabili. Come il nostro ultimo scambio di battute. Io gli dico di non tenermi più presente per alcun incarico, lui ribatte che per gli Affari penali 'non c'è dissenso o mancato gradimento che tenga'. Una frase che, se riferita al Dap, ovviamente mi ha fatto pensare". Di Matteo racconta ancora che "dopo le elezioni alcuni giornali scrissero che c'era un'ipotesi Di Matteo al Dap. Dell'esistenza del rapporto lo appresi il giorno prima o lo stesso giorno della visita. Mi chiamarono da Roma dei colleghi per dirmi che c'era una cosa molto brutta che mi riguardava. In più penitenziari, per esempio all'Aquila, boss di rango avevano gridato 'dobbiamo metterci a rapporto col magistrato di sorveglianza per protestare contro questa eventualità'. Subito dopo 52 o 57 detenuti al 41 bis, ciascuno per i fatti suoi, avevano chiesto di conferire. A quel punto era stata fatta un'informativa diretta a più uffici di procura e al Dap".

"Il ministro - spiega Di Matteo - si mostrò informato della questione. Pensai allora, e ho sempre pensato, di essere stato trattato in modo non consono per la mia dignità professionale". Del comportamento di Bonafede lo turbò il fatto che dal ministro arrivò "prima una proposta, poi un'altra. Da allora mi sono sempre chiesto cos'era accaduto nel frattempo. Se, e da dove, fosse giunta un'indicazione negativa, magari uno stop degli alleati o da altri, questo io non posso saperlo".

Il pm spiega anche perché ha deciso di parlare dopo due anni: "Per alto senso istituzionale non potevo dire perché non avete nominato me anche se c'era chi, accanto a me, faceva le ipotesi più fantasiose, ma io non ho mai voluto dire niente. Se avessi parlato sarebbe apparso fuori luogo, come un'indebita interferenza" ma "dopo le dimissioni di Basentini, proprio come due anni fa, alcuni giornali hanno di nuovo scritto che mi avrebbero fatto capo del Dap. Quando Roberto Tartaglia è diventato vice direttore eccoli scrivere 'arriva il piccolo Di Matteo'. Poi domenica sera, quando ho sentito fare il mio nome inserendolo in una presunta trattativa - e sia chiaro che lo rifarei negli stessi termini - ho sentito l'irrefrenabile bisogno di raccontare i fatti, al di là delle strumentalizzazioni".

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