Il valore economico del “lavoro” familiare di cura, educativo e di produzione

Sono casalinga: contribuisco al PIL?

Anche se il “lavoro familiare” non è facile da misurare, ed è anche riduttivo definirlo propriamente un “lavoro”, è arrivato il momento di farlo rientrare nei conteggi del Prodotto Interno Lordo nazionale. Lo suggerisce un recente studio pubblicato dalla Commissione Economica delle Nazioni Unite per l'Europa (UNECE)

Giuseppe Brienza
Sono casalinga: contribuisco al PIL?

Il valore del lavoro di cura, educativo, di produzione di beni e servizi, di organizzazione etc. svolto gratuitamente all'interno delle famiglie è certamente una realtà difficile da misurare. E, in realtà, sarebbe anche riduttivo definirlo un “lavoro”. Tutto sommato, però, considerando la de-valorizzazione sociale della moglie e madre “casalinga”, andare a misurarne il valore economico come se fosse un lavoro come gli altri aiuterebbe a contrastare l’ingiustizia di non considerarlo come parte integrante della ricchezza di un Paese. Il “lavoro familiare”, infatti, non entra né è mai entrato nei conteggi del Prodotto Interno Lordo (PIL).

A livello internazionale, però, l'attenzione alla sua misurazione anche in termini economici sta crescendo. Nel dicembre scorso, ad esempio, la Commissione Economica delle Nazioni Unite per l'Europa (UNECE), una delle cinque articolazioni geografiche dell'ECOSOC, ha pubblicato in meritoun importante lavoro di ricerca, curato da una task force appositamente costituita dall’organismo specializzato dell'ONU. L’obiettivo? Molto pratico, cioè redigere delle linee guida per “misurare il valore del lavoro domestico non retribuito”, vale a dire l’apporto dato alla ricchezza economica nazionale dalle casalinghe (cfr. Aa.Vv., Guide on Valuing Unpaid Household Service Work, United Nations, New York and Geneva 2017, pp. 166 – testo disponibile in versione integrale inglese sul sito UNECE: www.unece.org).

Nel pool dei ricercatori è stata coinvolta anche una studiosa italiana, Monica Montella dell’ISTAT che, l’anno scorso, ha elaborato i microdati dell’indagine Uso del Tempo TUS 2008-2009 e 2013-2014, curando il Capitolo 1, intitolato “Il lavoro non retribuito e il valore della produzione familiare”, dell’omonimo e-book pubblicato dall’ente nazionale di statistica. La d.ssa Montella ha curato appunto la redazione del capitolo 4 delle linee guida dell'UNECE, in rappresentanza dell’Italia, offrendo un'interessante e compiuta sintesi dello stato dell'arte della ricerca scientifica sul tema del valore del lavoro casalingo non retribuito e della sua misurazione. In particolare lo studio capitalizza nel suo complesso i contributi finora pubblicati a livello internazionale sulla definizione e la valutazione del “lavoro di servizio domestico” (casalingo) non retribuito, discutendo le principiali problematiche metodologiche ed i metodi di misura utilizzati e utilizzabili per la sua “monetizzazione”.  Sono presentate quindi diverse tabelle con dati ed interessanti statistiche in merito, elaborando in conclusione la task force dell'ONU alcune rilevanti raccomandazioni e suggerimenti per sviluppare con ulteriori ricerche il tema.

Nelle sole ipotesi in cui la donna abbia scelto di restare a casa dedicandosi in via esclusiva alla cura dei figli e della casa, ci sembra che l'ordinamento del nostro Paese possa ben considerare anche l'ipotesi della tutela e della valorizzazione di questa sua libertà. Favorire il "lavoro" casalingo, oltretutto, potrebbe configurarsi come una parte integrante dell'indifferibile pacchetto di politiche per la promozione della maternità e della famiglia. Valutare il “lavoro” delle casalinghe anche sotto il profilo economico, potrebbe sicuramente aiutare ad acquisire maggiore consapevolezza di questa imprescindibile e preziosa "missione", da incentivare sotto forma di agevolazioni soprattutto per le giovani famiglie e per le future mamme. Sarebbero provvedimenti sacrosanti, tanto più nell’inverno demografico che stiamo attraversando.

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