notabili note

Italia, o le disavventure della virtù

Che fanno i più virtuosi giovani dove non alberga virtù? Se ne partono

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Edoardo Varini

Edoardo Varini

Dopo anni, dopo decenni di editoria e comunicazione mi sono reso conto che senza una precisa scelta d'azione lo scarto tra la parola e lo stato delle cose è incolmabile. Se questo scarto era tollerabile un tempo, quando all'incirca il nostro Paese viveva in un sostanziale benessere, ora non lo è più. In ragione di 5 milioni di poveri e stipendi e pensioni da fame non lo è più. In ragione di riforme di cartapesta e malgoverno non lo è più. Non è tornato il tempo dell'impegno, è giunto per la prima volta. Quello degli anni Settanta era un impegno ideologico spesso, troppo spesso avulso da una reale cognizione della condizione socio-economica delle persone. L'impegno di oggi – ancora di pochi ma è sufficiente contarsi ogni giorno per vedere che il numero cresce – ha dalla sua la forza del bisogno e la lucidità di un pensiero nuovo forgiato dallo scontro quotidiano con quell'entropia che il capitalismo sregolato unito ad una malintesa idea di sinistra senza volto né identità vorrebbe trionfante ma ancora non lo è. Opporsi a questa disumana insensatezza è un dovere. Doverosamente scrivo allora queste notabili note.

Italia, o le disavventure della virtù

Lo scorso anno sono espatriati 107.529 nostri connazionali, 6.232 in più dell'anno precedente, in maggioranza, quasi il 37%, di età compresa tra i 18 e i 34 anni: stiamo parlando di 39.410 persone. Di queste 30.000 giungono da Lombardia e Veneto e la metà di loro va in Germania.

Sono le cifre del rapporto "Italiani nel Mondo" presentato giovedì a Roma dalla Fondazione Migrantes. Il nostro Capo dello Stato, Sergio Mattarella, dopo qualche inutile frase sulla bellezza degli scambi di intelligenze e culture, ha commentato i dati con un minimo, con quel minimo di verità che ci si aspetterebbe da chi dovrebbe aver cara più di ogni altro la propria nazione reale: per quella ideale ci sono già dipinti, poesie, retorica commemorativa, sculture, targhe marmoree, medaglie e trofei di ogni natura. Ecco il minimo di verità cui mi riferisco: "I flussi tuttavia non si sono fermati e, talvolta, rappresentano un segno di impoverimento piuttosto che una libera scelta ispirata alla circolazione dei saperi e delle esperienze".


Sa, caro Presidente, quale verità si cela dietro il suo – posso dire "democristiano"? – "talvolta"? Che questo è sempre stato il Paese degli "infortuni della virtù", per parafrasare il celeberrimo titolo del romanzetto del Divin Marchese dedicato alle sventure della virtuosa Justine. "Posto che, sulla base delle nostre convenzioni sociali e non dimenticando mai il rispetto inculcatoci per esse dall'educazione, a noi purtroppo capita d'imbatterci per la perversità degli altri solo e sempre in spine, mentre i perfidi raccolgono le rose, non potrà capitare che alcuni di noi, senza un fondo di virtù così solido da superare le riflessioni originate da queste meste circostanze, decidano che sia meglio lasciarsi trascinare dalla corrente piuttosto che opporvisi e dicano che la virtù, per quanto sia bella, quando diventa malauguratamente troppo debole per lottare contro il vizio, si riveli il peggio che si possa scegliere, e che in un secolo completamente corrotto è più sicuro comportarsi come gli altri?". E questa intuizione alla base dell'albertosordismo. Di quel che noi siamo. 

Questo è l'Italia: il comportarsi come gli altri, sempre. Trovando una giustificazione per tutto. È palese che questo Paese non ha più nulla da offrire ai propri giovani perché non ha più una progettualità economica. Non c'è tanto da filosofeggiare. È tutto qui. Ed allora siamo al piccolo cabotaggio dei 5 stelle, alla buona amministrazione, all'ostentare un'indimostrata superiorità morale. Ma quando una politica è virtuosa? Quando presuppone una visione del mondo. E qual è la visione del mondo di Grillo, autoproclamatosi rinnovato capo politico del Movimento?

Non se ne ha la più pallida idea. Non rubare, non corrompere, non farsi corrompere, aggiungerei non mettersi le dita nel naso e non fare le Olimpiadi.  Non gridare no, perché lui grida. Essere ogni tanto fascistelli nemmeno, perché lui talora lo è. Piazzata su piazzata, nell'errata convinzione che la piazza sia democrazia, invece ne è semplicemente un possibile luogo. I nostri giovani se ne stanno andando in piazze straniere perché alle piazze italiane non credono più. A presto. 

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