L’amaro destino dei reperti e della Giustizia

Giovanni FLORIO
L’amaro destino dei reperti e della Giustizia
Che cos’hanno in comune i casi della strage di Erba e del delitto Macchi? Apparentemente, nulla... o forse, il contesto socio economico di due province gemelle, territori di villeggiatura dell’arguta Milano fin dai tempi di Cesare Beccaria, contrade fertili di contraddizioni, segreti, slanci e miserie di una borghesia votata a un intimismo privato, volubile, testardo e un po’ ipocrita. Oppure, condividono l’apparato burocratico giudiziario, supinamente importato da generazioni per delegare un fastidio, qualcosa che in fondo non sembra poi così importante o che non si è mai ben capito del tutto. Di certo, i due casi giudiziari un fatto l’hanno in comune ed è agghiacciante: lo scabroso destino dei reperti raccolti sul luogo dei delitti e affidati alle cure sospette dei rispettivi Palazzi di Giustizia. Quello di Varese li ha comodamente distrutti fin dal 2000, si potrebbe dire “preventivamente”, per non dire “premeditatamente”. Il Tribunale di Como invece, in spregio delle accorate quanto circostanziate istanze a tutela di due ergastolani non colpevoli, vi ha provveduto a posteriori, in fretta e furia, la mattina del 12 luglio scorso, semplicemente portandoli all’inceneritore municipale, a cura del Cancelliere Capo per conto dell’Ufficio Corpi di reato. Da che mondo è mondo, è il delinquente disgraziato braccato dalla polizia, a far di tutto per nascondere le prove a suo carico, fino a distruggerle appena possibile. Ebbene, a Como e a Varese, è invece l’apparato giudiziario a sbrigare queste faccende, malgrado si tratti con tutta evidenza di situazioni controverse, controvertibili e cosparse di ragionevoli dubbi. Mentre a Como un caparbio collegio difensivo si batteva ancora per evitarla, a Varese la distruzione è avvenuta diciotto anni fa nella più totale indifferenza, di fatto asfaltando il fondo viscido dove ha potuto scorrere inesorabile, un processo indiziario surreale, in grado di mandare all’ergastolo chiunque, compreso un liceale implume come Stefano Binda. Che cosa mai potevano rivelare quei reperti che con tanta arroganza, sono stati distrutti? A chi giova un’eliminazione così rocambolesca, per non dire grossolana? Errare – e in questi due processi di errori ed orrori ne sono accaduti fin troppi – è umano, ma distruggere le prove dei propri errori passati, presenti o futuri, è davvero satanico.

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