L'antropologo ed il cibo-Kultura

La Cecla: contro i filosofi del pentolame

Babel food, il cibo nato dalle commistioni più improbabili e glorificato mediaticamente dalla trash tv. Molto meglio una tradizionale cena popolare

Stefania Genovese
La Cecla: contro i filosofi del pentolame

Sopraffatti dai reiterati show televisivi in cui si inneggia alla letteratura culinaria in ogni sua variegata celebrazione?

Annoiati dai reality show che ci propinano un "dilettantismo affascinato dal luccichio di un cibo petulante" assurto a bene di consumo e strombazzato come opera d'arte, proclamato da "maître a penser" dall'ego smisurato? Sconcertati dalle martellanti e stucchevoli trasmissioni televisive che inneggiano alle ricette di cucina come opere d'arte, in cui si è passati dalla competenza e dalla convivialità ad un florilegio di "filosofi da pentolame" che dibattano di ricette come se fossero Dialoghi Socratici?
Allora il libro "Babel Food - contro il cibo Kultura" (Il Mulino), scritto dall'antropologo Franco La Cecla, è per voi quanto mai indispensabile ed esplicativo! 

Infatti quest'opera si presenta come un conciso ma utile vademecum per analizzare e svelare cosa si cela dietro questa irrefrenabile "mania della cucina" ossessivamente propinataci in tutti i suoi aspetti. Per La Cecla è ora di smetterla di considerare il cibo come un valore morale, esso deve essere relativizzato per ciò che è: cibo e basta, senza però essere mai contestualizzato e deprivato del suo aspetto conviviale e relazionale...
L'autore ritiene il pubblico ormai affetto da una specie di anoressia, assillato dal cibo-mito, ed ugualmente immemore della battaglia per lo Slow Food, che è stata una grande rivoluzione, in quanto è riuscita ad evidenziare, non solo l’importanza del cibo sano, ma anche quanto esso sia legato ad un mondo agricolo che debba essere mantenuto sano e protetto. La stessa Expo invece è stata l'espressione più evidente di una sorta di Babele alimentare imperante, (che rende ad esempio un genere di alimentazione diffusa ovunque, come la carne argentina a Singapore, il sushi a Bologna, il kebab a Washington). Questa esposizione si è dunque rivelata solamente una grande fiera paesana dove decine di padiglioni inventati da annoiate archistar hanno offerto il mondo del cibo come qualcosa in cui "tutto fa brodo", piena di cumuli di plastica dove accanto a storie di commoventi di caffè e frutti nativi c'erano i colossi del cibo come Commodity. Purtroppo, l’idea che il cibo sia non solo ristorante o ristorazione di alto livello, ma anche pranzo o cena popolari sta andando a svanire, così come i luoghi della tradizione, (infatti i ristoranti stanno avendo la meglio sulle trattorie, posti dove regna vividamente la cultura della aggregazione e della condivisione). Secondo La Cecla, dunque, la globalizzazione sovverte tutto, pur non essendo del tutto negativa; tuttavia l’importante è essere coscienti che c’è una differenza tra la pasta che uno mangia in piedi a New York e quella in una trattoria locale. Inoltre non è che mangiare nei ristoranti etnici si riesce a comprendere la cultura di quel determinato popolo... 

"Non c’è nulla di male, anzi la cucina è interessante", asserisce l'autore, "perché spesso la grande base della tolleranza è la curiosità verso le altre culture, ma non bisogna illudersi, ad esempio, che la cucina cinese sia quella che si mangia a Milano".
Se parliamo di "cucina italiana", inoltre, non si deve generalizzare, perché essa esiste in toto come finzione solo all'estero, mentre in realtà essa è espressione di un coacervo di costumi e abitudini che vanno dal sardo all'abruzzese, dal ligure al piemontese, e così via... L'antropologo La Cecla ci racconta inoltre, di questa odierna sbornia mercificata del cibo come se fosse non Cultura ma "Kultura" pacchianamente parlando, e della storia della pasta, una sorta di grammatica adottata per unificare gli italiani, le sue radici storiche, i suoi aneddoti politici e letterari. In conclusione questo libro ci invita finalmente a riconciliarci con le nostre radici, condannando una mondializzazione coatta che snatura il rito sociale, le implicazioni e le complicità del semplice consumo di un pasto intorno ad un tavolo.

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