A volte ritornano

Ebola, il virus che non fa cassa

Dimenticato, ma non debellato, il terribile male continua a colpire l’Africa Nera. Ed il pericolo che prima o poi possa giungere a casa nostra non è affatto scongiurato

Redazione
Ebola, il virus che non fa cassa

Il ministro della Salute liberiano Tolbert Nyenswuah mentre annuncia un nuovo focolaio nel Paese, nell'aprile 2016. Foto ANSA

L’anno scorso aveva colpito nello stato africano della Liberia. Tre nuovi casi si erano verificati tutti nello stesso villaggio, Nedowein, che si trova a 40 km a sud della capitale Monrovia. Gli infettati erano un ragazzo di 7 anni, ammalatosi il 21 giugno e morto il 28 per quella che veniva curata erroneamente come malaria, un uomo di 24 anni ed un altro di 27. L'ultimo episodio risale al 31 maggio scorso, quando una donna di 30 anni è morta durante il trasporto all'ospedale di Monrovia. Ironia della sorte, due mesi prima il Governo aveva dichiarato che nel Paese l'epidemia era cessata. Quasi nulla si sa invece delle decine di donne infettate, a seguito di uno stupro, nella Sierra Leone. Hanno paura e non denunciano la violenza.


Ma non solo. Ebola aveva messo in allarme anche l’Italia a fine agosto 20125, quando all’Ospedale Civile di Brescia un migrante in arrivo da un centro d’accoglienza aveva fatto scattare il protocollo previsto; si era poi scoperto che era solo tubercolosi, ma per qualcuno lo spavento c’era stato. L’episodio rilanciava un drammatico interrogativo: come mai, sebbene il virus si conosca sin dagli anni Sessanta, ancora oggi non è stato approntato un vaccino (anche se una terapia dell’OMS recentemente testata su 4000 persone nella Guinea Concry pare stia dando risultati concreti)? La risposta data dai maligni è che trattandosi Ebola di una malattia dei poveri, del Terzo Mondo, le grandi case farmaceutiche non abbiano avuto interesse ad investirvi sino al 2014-15, quando si è diffusa in Europa la paura di una pandemia portata dagli immigrati africani.


Al momento nessuno sa dire se sia così, ma il sospetto resta. Gli Ebolavirus sono stati descritti per la prima volta dopo l’epidemia di febbre emorragica scoppiata nel sud del Sudan nel giugno 1976 e nello Zaire nell’agosto 1976; da allora ben poco sembra sia stato fatto. Sappiamo che il nome deriva dal fiume Ebola nello Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo) e che il ceppo sia imparentato con il virus Marburg, dal nome della città tedesca ove fu isolato nel 1967, portato dalle scimmie ugandesi usate come cavie da laboratorio.


Entrambi i virus appartengono alla famiglia dei Filoviridae ed il virus di Marburg è distinto antigenicamente dal virus di Ebola. In Africa, la prima epidemia nota di quest’ultimo risale al 26 agosto, 1976, a Yambuku, una città a nord dello Zaire. Inizialmente si pensò che la diffusione virale fosse dovuta all’uso ripetuto degli aghi non sterili utilizzati in ospedale, poi allo scarso rispetto dei protocolli di sicurezza per le malattie infettive, sino ai riti funebri tradizionali che prevedono, prima della sepoltura, il lavaggio del tratto gastrointestinale. La specie Sudan ebolavirus fu la seconda ad essere scoperta, sempre nel 1976. Apparentemente sembrava originarsi tra i lavoratori del cotone della città di Nzara, in Sudan, ma gli esami sugli insetti del cotone e persino su qualsiasi animale della zona non diede alcun risultato.


Una terza variante del virus, questa volta portata dai macachi asiatici, fu scoperta nel 1989 e non risultò essere pericolosa per gli esseri umani. Sotto controllo anche la variante scoperta tra gli scimpanzé della foresta Tai in Costa d’Avorio il 1º novembre 1994. Studi sui tessuti mostrarono risultati simili ai casi umani riportati durante l’epidemia di virus Ebola nel 1976 avvenuta in Zaïre e in Sudan. Il 24 novembre 2007 il Ministero Ugandese per la Sanità confermò un’epidemia di Ebola nel distretto di Bundibugyo. Questo nuovo ceppo si rivelò letale per l’uomo, se non curato per tempo. Funzionari ugandesi confermarono 37 decessi su 149 casi. C’è da chiedersi come mai, dopo tutte queste epidemie, a tutt’oggi una cura definitiva non sia stata ancora messa a punto…

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