Buonismo e sottomissione

La Corte d'appello: "Obbligatorio assumere donne velate"

Una sentenza considera discriminatoria la mancata assunzione di una ragazza che si era rifiutata di togliere il velo islamico e condanna la società a risarcirla

Alessio Colzani
La Corte d'appello: "Obbligatorio assumere donne velate"

Un negozio di hijab, i veli islamici, a Jakarta. Foto ANSA

La Corte d'appello di Milano ha dichiarato discriminatorio e quindi illegittimo il comportamento di una società di ricerca del personale che si è rifiutata di selezionare come hostess una ragazza italiana di origini egiziane "a causa della sua decisione di non togliere il velo". I giudici, che hanno ribaltato la sentenza di primo grado del Tribunale di Lodi, hanno condannato la società a risarcire la giovane. Come si legge nel dispositivo che la corte ha depositato, sarebbe "discriminatoria" la mancata ammissione di Sara, allora studentessa universitaria di 21 anni, "alla selezione per la prestazione di hostess nei giorni 3 e 4 marzo presso la fiera Micam", dedicata al settore calzaturiero, "a causa della sua decisione di non togliere il velo". I magistrati hanno quindi condannato la società "a risarcire il danno non patrimoniale subito" dalla ragazza, "liquidato in via equitativa in 500 euro".

Tre anni fa Sara, nata in Italia da genitori egiziani, rispose ad un annuncio con cui Evolution Events, agenzia di Imola, cercava un paio di hostess per l'attività di volantinaggio per conto di un'azienda presente al Micam, evento in calendario alla Fiera di Rho. Inviò una sua foto nella quale indossava lo hijab, cioé il velo che incornicia il volto coprendo capelli, orecchie e collo. Poi uno scambio di mail, con la società che le chiese se era disposta a scoprire il capo lasciando vedere i capelli, e con la giovane che spiegò di portare il velo "per motivi religiosi" e di non aver intenzione di toglierlo. Tutt'al più avrebbe potuto abbinarlo alla divisa. Da qui il rifiuto dell'agenzia di offrirle il lavoro occasionale e il successivo ricorso, tramite gli avvocati Guariso e Livio Neri, della ragazza al Tribunale di Lodi convinta del "carattere discriminatorio per motivi religiosi e di genere" della sua esclusione. La società di Imola si difese rivendicando il diritto di selezionare le lavoratrici sulla base di esigenze estetiche e di immagine affermando che "i clienti non sarebbero mai stati cosi' flessibili". Sara, invece, sostenne che quando un requisito coinvolge il fattore religioso gode di una particolare tutela: può essere condizione di assunzione solo quando è essenziale alla prestazione lavorativa e il sacrificio imposto deve essere proporzionato all'interesse perseguito dall'azienda.

I giudici lodigiani più di un anno dopo rigettarono la richiesta della ragazza ritenendo che tra i requisiti richiesti per ottenere il lavoro c'era quello dei "i capelli lunghi e vaporosi" che coperti dal velo non sarebbero stati visibili. Nel caso di specie "la prestazione di lavoro - era stato scritto in sentenza - non si esaurisce nel distribuire volantini ma nel farlo prestando la propria immagine con le caratteristiche volute dal datore di lavoro". Ora la Corte d'Appello di Milano ha invece dato ragione a Sara.

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