Intervista al docente di Demografia dell'Università Bicocca

Immigrazione, Blangiardo: "È in atto un processo di sostituzione di popolo"

L'allarme: "Questi numeri non possono diventare strutturali". "L'Africa subsahariana ha un miliardo di abitanti, che diventeranno un miliardo e 600 milioni. Se dovessimo dar libero sfogo a questa dinamica demografica in Europa, ci troveremmo nei guai"

Marco Dozio
Immigrazione, Blangiardo: "È in atto un processo di sostituzione di popolo"

Foto Fondazione Ismu

Parlare di sostituzione di popolo non è più un tabu, numeri alla mano. Nel 2015 sono sbarcati 153.843 immigrati a fronte di 107.529 italiani espatriati. In buona parte giovani connazionali in fuga da disoccupazione, precariato endemico, costo della vita insostenibile, welfare insufficiente: in fuga da un Paese che in genere garantisce solo i garantiti, i parassiti e i raccomandati. Il fenomeno è speculare. Nel 2012 sono scappati 78.941 italiani, l’anno dopo 94.196 e 101.297 nel 2014. Il trend dell’invasione vede invece 42.925 sbarchi nel 2013 e 170.100 nel 2014, mentre nel 2010 erano solo 4.406 per la politica dell’allora ministro degli Interni Roberto Maroni fatta di respingimenti, espulsioni collettive, accordi con gli Stati di partenza. Che sia in corso una dinamica di sostituzione di popolo, se i numeri resteranno tali, lo spiega Gian Carlo Blangiardo, docente di Demografia all’Università di Milano Bicocca.

Professor Blangiardo, come interpreta il dato sull’emigrazione di 107mila italiani nel 2015, molti dei quali giovani?
C’è una parte di queste persone, in prevalenza di origine sudamericana, che hanno acquisito la cittadinanza italiana per poi spostarsi da italiani in altre Paesi europei, ma siamo nell’ordine di 10mila o 15mila. Gli altri sono italiani doc, passatemi la definizione, molti dei quali giovani, spesso qualificati. Un fenomeno che va accentuandosi. Stiamo perdendo risorse importanti. Giovani per i quali il Paese ha investito nel percorso di formazione ma che paradossalmente vanno a lavorare altrove, in aziende che fanno concorrenza alle nostre. E questo non è lungimirante dal punto di vista della gestione politica delle risorse umane.

Se ne vanno i giovani, persone potenzialmente in età riproduttiva. Vede ricadute anche da questo punto di vista?
Un giovane ha il vantaggio di essere un soggetto che produce ricchezza nella società in cui è inserito e che ha appunto una sua vitalità di carattere demografico, per via della potenzialità riproduttiva. Questo è un ulteriore elemento di impoverimento della società italiana.

I numeri tra italiani che emigrano e stranieri che sbarcano sono speculari. Questa tendenza che prosegue da diversi anni può determinare una dinamica di sostituzione di popolo?
È la forza dei numeri: gli ingressi si attestano tra i 150mila e 170mila all’anno, anche se una parte di coloro che arrivano non chiede l’asilo e cerca di andare in altri Paesi. Ma sul territorio ne restano un certo numero, alcuni dei quali senza avere un valido titolo di soggiorno. Questa è una situazione problematica. Può andare bene per uno, due o tre anni, ma non può diventare strutturale. Non può diventare la regola. Non si può continuare a cercare luoghi, dagli appartamenti sfitti agli hotel alle caserme, nei quali stipare gente il cui destino non è ben chiaro. È evidente che il problema si pone, se il fenomeno prosegue. A fronte di italiani che vanno altrove, abbiamo una specie di effetto di sostituzione che non è vantaggioso per il Paese ospite: questo è fuori discussione, lo dico senza cattiveria. Occorre intervenire per evitare che la gente scappi dalle bombe o dalla fame.

Ha fatto delle previsioni? Come può trasformarsi la società italiana nel medio o lungo periodo se l'immigrazione non verrà arginata?
Non ho fatto alcuna previsione specifica, non credo sia facile capire dove si andrà a finire. Di certo il serbatoio da cui provengono i flussi migratori che sbarcano in Italia, ovvero l’Africa subsahariana, è particolarmente consistente. Quella parte del continente africano oggi ha poco meno di un miliardo di abitanti, che diventeranno un miliardo e 200 milioni tra dieci anni e un miliardo e 600 milioni tra vent’anni. Se dovessimo dar libero sfogo a questa dinamica demografica in Europa, è evidente che l’Europa si troverebbe nei guai. In tempi ragionevolmente brevi, ripeto, occorre mettere in campo un’azione che cerchi di arginare le cause del sottosviluppo e quindi la fuga da quei Paesi.


grafico del quotidiano Libero

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