Scomodo personaggio che un giudice voleva arrestare

Ricordando Oriana

L'11 settembre non rappresenta soltanto la ferita del mondo occidentale, colpito dagli attentati di al-Qaeda ma, per molti, il giorno della riscossa di un'Europa che riscopre le proprie radici. In nome di Oriana

Redazione
Ricordando Oriana

11 settembre, la data dell’orrore. Ma anche un’occasione per ricordare una grande donna, un’agguerrita combattente ferma nei suoi principi e nei suoi propositi, che quell’orrore lo ha combattuto sino alla morte: Oriana Fallaci

Lei, che aveva partecipato giovanissima alla Resistenza, prima donna in Italia ad andare al fronte in qualità di inviata speciale, firma giornalistica di importanza internazionale; lei, che aveva rifiutato il burqa in occasione dell’intervista all’ayatollah Khomeini (e a denti stretti si era velata il capo) e che aveva tirato un bicchiere in faccia al pugile Cassius Clay, convertitosi musulmano, che le ruttava in faccia solo perché “donna”.

L'11 settembre è diventato, per molte associazioni italiane (ed anche per qualche partito politico) che hanno voluto raccogliere l'eredità di Oriana, il giorno della sua festa, come per i santi del calendario. E commemorano lei, prototipo di tutte le femministe, quelle vere, non quelle che le urlavano “Oriana puttana” solo perché criticava l’Islam e quell’Europa (che lei chiamava Eurabia) che per il petrolio si era venduta al mondo islamico, abiurando cultura e tradizioni. Una donna coraggiosa che ha intuito il pericolo del fondamentalismo islamico, e lo ha duramente condannato nei suoi libri, senza paura, arrivando persino a dare la vita per il rispetto della verità, per terminare i libri di denuncia, ben sapendo che la fatica avrebbe fatto progredire più rapidamente il cancro che l’aveva colpita. Ma non fermata, tanto era determinata a lasciarci il suo testamento spirituale.


Compagna coraggiosa, ne La rabbia e l’orgoglio criticò il comunismo che “proibiva alla gente di ribellarsi, governarsi, esprimersi, arricchirsi, mettendo Sua Maestà lo Stato al posto dei soliti re. Invece di riscattare la plebe il comunismo trasforma tutti in plebe. Rende tutti morti di fame”. Fu citata in giudizio in Svizzera, nel 2002, dal Centro Islamico e dall’Associazione Somali di Ginevra, per il contenuto ritenuto razzista de La rabbia e l’orgoglio; per lo stesso motivo un giudice svizzero emise un mandato d’arresto chiedendo l’estradizione o, in alternativa, il processo da parte della magistratura italiana. L’allora ministro della Giustizia Roberto Castelli, leghista, respinse la richiesta ricordando loro che la Costituzione Italiana protegge la libertà di espressione.

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