giro d'affari miliardario

Il dramma delle adozioni dall’estero

Alcuni dei Governi coinvolti speculano sulla tragedia di chi non può avere figli e di chi i genitori li ha persi. Chiediamo rispetto per entrambi

Redazione
Il dramma delle adozioni dall’estero

C’è un business che a più riprese ha suscito sdegno: il mercato delle adozioni dall’estero. Un giro d'affari - adesso in calo - che gioca su una duplice tragedia: quella degli aspiranti genitori che non riescono ad avere figli e quella dei bambini, spesso scelti dai Governi tra i più belli ed i più sani a scapito di altri, bloccati per anni da una burocrazia farraginosa. Una situazione che ha spinto persino papa Francesco a chiedere maggiore trasparenza nelle norme per le adozioni, a tutela della salute fisica e mentale dei fanciulli.


Per questi ultimi, il tariffario è noto: i più cari sono i russi, forse perché biondi e con gli occhi azzurri, che possono costare anche 35.000 euro; per un vietnamita ne bastano 30.000, 22.000 per un peruviano ed ancor meno per un cinese (il Governo di Pechino sembra in vena di una concorrenza sleale, di dubbio gusto, anche in un campo così delicato). Situazioni che spezzano il cuore sia di qua che di là, perché molto spesso gli italiani, ai quali viene fatto credere da taluni che in questo modo sia possibile aggirare le lungaggini burocratiche di un Paese che vieta le adozioni fai-da-te, vengono illusi. Non da tutti, per carità, e non da tutte le associazioni, molto delle quali estremamente valide ed efficienti.


Ma può accadere, come alla coppia di milanesi che abbiamo seguito, che hanno adottato una bimba tibetana, di imbattersi in un tira e molla infinito. “Pensavamo di fare in fretta, ed invece…”, ci hanno detto. “E quanti viaggi e quante spese…”. Anni di documenti, certificati, viaggi, spese; il costo insostenibile ha fatto crollare il numero delle adozioni.


E non soltanto per i costi che diventano insormontabili ma anche per il fatto che, nonostante l’uso obbligatorio di mediatori, in diversi casi i genitori siano rimasti soli, anche a procedure concluse, a macerarsi nell’attesa e nella speranza.

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