Intervista al benzinaio che uccise il rapinatore

Stacchio: "Rifarei tutto. Anche subito"

Archiviata l'accusa di eccesso colposo di legittima difesa: "La vita di una ragazza era in pericolo e io non mi sono girato dall'altra parte. Le critiche di una parte politica mi hanno fatto soffrire"

Marco Dozio
Stacchio: "Rifarei tutto. Anche subito"

Foto ANSA

È rimasto appeso per oltre un anno agli imprevedibili esiti della giustizia italiana, che sovente funziona al contrario. Indulgente verso i carnefici e spietata, burocratica, beffarda e persecutoria nei confronti delle vittime. Stavolta ha prevalso il buon senso, ma c’è voluto un anno e mezzo di limbo e indagini e 30mila euro di spese a carico della vittima per archiviare l’accusa di eccesso colposo di legittima difesa nei confronti di Graziano Stacchio, il benzinaio di Ponte di Nanto (Vicenza) che il 3 febbraio 2015 salvò la vita di una ragazza durante assalto di un commando armato alla gioielleria dell’amico Roberto Zancan, causando involontariamente la morte, in seguito a una ferita alla coscia, del criminale rom Albano Cassol. La commessa aggredita all’interno del negozio in balia di uomini armati fino ai denti e “fuori di testa”, le raffiche di mitra contro Zancan che stava sopraggiungendo, Stacchio che imbraccia il fucile da caccia per difendere persone indifese. Le pallottole sibilano a 5 centimetri dalla sua schiena. Ha rischiato di morire, sapeva di rischiare. Ma non si è girato dall’altra parte. A “Ilpopulista.it” conferma che rifarebbe tutto. Dall’inizio alla fine. Ha subito minacce di morte, ricevuto buste con proiettili. Sopportato un lungo e costoso iter giudiziario. E sofferto per le umiliazioni inferte dalle anime belle di sinistra che pontificano e giudicano, non conoscono ma giudicano parlando per astrazioni, pregiudizi e supercazzole. Ha la coscienza più che a posto, il 67enne Stacchio.

 

Graziano Stacchio, Il giudice di Vicenza Stefano Furlani ha firmato il decreto di archiviazione dell'accusa di eccesso colposo di legittima difesa. È la fine di un incubo?

Sì, in un certo senso. Me l’aspettavo, non è stata una sorpresa. La legittima difesa non poteva essere messa in discussione. Fin dall’inizio la linea difensiva è stata chiara e i legali hanno lavorato in questa direzione.


Quanto le è costato essere sottoposto a questo iter giudiziario?

Circa 30.000 euro. È assurdo e paradossale che una persona che ha la ragione dalla sua parte fin dall’inizio, sia costretta a spendere 30.000 euro di spese processuali.


Qualcuno l’ha aiutata economicamente?

La Confcommercio ha dato vita a una raccolta fondi racimolando questo denaro che ho utilizzato per difendermi. Avrei preferito poter destinare quei soldi in beneficenza. Quando le persone si trovano coinvolte ingiustamente in fatti violenti e non per colpe proprie, si è costretti a difendersi e ad affrontare una montagna di spese processuali.

 

Per quasi un anno e mezzo è rimasto in pericolo, sulla sua testa gravava una possibile condanna. Come l’ha vissuta?

Male. Non è un bel vivere, assolutamente no. Per fortuna non sono rimasto da solo e ho avuto la forza di andare avanti con fiducia.

 

Perché è intervenuto quel giorno?

Io non mi sono girato dall’altra parte. Stavo lavorando e ho visto la scena. Ho visto che la vita di una ragazza era in pericolo e mi sono sentito in dovere di intervenire. Ho avuto autocontrollo. Ho il porto d’armi da 50 anni e so quanto siano pericolose le armi. Mi sono trovato davanti a un commando armato di persone esagitate e fuori di testa. Ho avuto la meglio cercando di stare calmo.

 

Cosa ricorda di quei momenti, di quando il criminale le è venuto incontro con il mitra spianato?

Tutto. Quello che è successo è stato appurato anche attraverso telecamere e testimonianze. Loro mi hanno sparato contro due volte e io non ho reagito. Quando è arrivato Zancan loro gli hanno sparato addosso e io a quel punto ho sparato per distrarli. Avevano il volto travisato, un corpetto anti proiettile, era buio. Ho sparato verso la macchina e non volevo uccidere. Due pallottole sono passate a 5 centimetri dalla mia schiena per poi conficcarsi nel muro.

 

È vero che la commessa si è licenziata per il trauma e la paura?

Sì. Aveva subito un’altra aggressione in precedenza, era stata sequestrata. Dopo l’episodio è stata minacciata, hanno minacciato suo figlio e si è licenziata. Ogni tanto mi capita di rivederla: è ancora turbata e sta cercando di tornare a una vita normale.

 

Anche lei ha subìto minacce?

Sì. Minacce di morte, lettere anonime e buste con i proiettili recapitate sia a me che a Zancan.

 

Gode di una forma di protezione?

No, non più ormai. All’inizio sì.

 

Ha paura?

No non ho paura, non temo rappresaglie. Il mio comportamento è stato corretto.

 

La sua famiglia come sta?

Purtroppo anche loro sono finiti in questo tritacarne mediatico. E hanno sofferto.

 

Cosa vuol dire a chi l’ha criticata per quello che ha fatto?

Le critiche sono arrivate da una determinata parte politica. Facile dire che non bisogna intervenire, che non è giusto, che è sbagliato in ogni caso. Queste persone non possono capire gli stati d’animo di chi si trova in quelle situazioni. Troppi opinionisti danno giudizi precipitosi.

 

Le critiche le hanno fatto male?

Sì molto. Le critiche mi hanno fatto male e hanno lasciato il segno. Queste persone parlano perché sono convinte di quello che dicono o per provocare? Secondo me sono solo provocazioni distanti dalla vita reale. Le faccio un esempio. Una donna ha subito 8 furti nella sua abitazione e l’ultima volta si è trovata davanti a 3 individui mentre era nuda in bagno: ha dovuto farsi il porto d’armi, la realtà è che è stata costretta a farlo.

 

Chi le è stato vicino?

Ho ricevuto solidarietà dal mondo cattolico cui appartengo, dalle forze dell’ordine, da una parte politica, dalla società in cui vivo che mi ha sempre manifestato vicinanza e sostegno. Ricevo tuttora lettere da tutta Italia, persone che magari vivono all’estero ma passano qui per stringermi la mano.


Sente di avere la coscienza a posto?

Più che a posto. Dico però che la persona di 41 anni che ha perso la vita non doveva essere lì: talmente erano numerosi i crimini commessi che avrebbe dovuto trovarsi in prigione a scontare una lunga pena. Questo mi turba ancor di più. Il dispiacere per quello che è successo resta e resterà per sempre dentro di me. Perché anche quella persona è vittima di un sistema che non funziona e di uno Stato che non c’è.

 

Che speranze ha per il futuro?

Non voglio medaglie. Ho compiuto 67 anni e vorrei solo vivere in una società più serena, dove le persone oneste non rischino come oggi di finire in mano ai predoni che scorrazzano indisturbati. Siamo un popolo di gente che lavora, non dobbiamo perdere i nostri valori e la nostra integrità: non può finire così.

 

Rifarebbe quello che ha fatto?

Me lo sono chiesto più volte. Ci ho riflettuto per settimane e mesi. E sono arrivato alla conclusione che rifarei tutto quello che ho fatto. Anche subito.

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