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L'FMI si sveglia: il liberismo crea povertà

Tre economisti del Fondo Monetario Internazionale di Washington sconfessano il neoliberismo spinto come religione del mercato

Andrea Lorusso
L'FMI si sveglia: il liberismo crea povertà

Dagli anni ’80 in poi ci siamo drogati di mercati finanziari, borsa, operazioni ad alta frequenza, capitali in fuga, stock, futures, option, e tutte le diavolerie che sono state usate come leva finanziaria per gonfiare economie meno prospere della spregiudicatezza di taluni broker. Eppure tutto questo globalismo senza confini assunto in dosi sempre maggiori, con la garanzia che più fosse stato praticato, più avrebbe prodotto effetti benefici, oggi viene rimesso in discussione perfino dai protettori del tempio sacro dell’austerità.

Jonathan Ostry (vicedirettore del dipartimento dell’FMI), Prakash Loungani (responsabile di divisione) e Davide Furceri (economista), hanno preparato un lungo dossier-accusa sulla gestione degli ultimi 30 anni di finanza pubblica. Partono con l’elogio dei lati positivi del globalismo, che ha permesso di abbattere barriere per la diffusione degli investimenti e la lotta contro la povertà, così come il beneficio tratto dai Paesi in via di sviluppo grazie al know-how tecnologico diffusosi. Ma l’iniezione letale nella narrazione agiografica del liberismo, è insita nella speculazione.

Trasferimenti “hot money”, spregiudicate azioni di finanza speculativa che si muove in millesimi di secondi capace di struggere miliardi e intere economie. Sotto accusa l’austerity con cui si immagina di ottenere benessere tagliando il debito ed alzando le tasse, la cosiddetta austerità espansiva, contradditoria nei termini e nella realtà.

O ancora, la flessibilità sul lavoro che altro non è che precarietà a vita, danneggiando i consumi e gli investimenti. Già lo scorso anno in un capitolo del World Economic Outlook si erano mosse perplessità circa l’efficacia di queste condotte. Non sono prive di significato codeste prese di coscienza nel mondo accademico e teorico dell’impianto europeo e mondiale. Ma a fronte di sempre più maggiori certezze sull’andazzo sbilenco di queste ricette, manca una forte propulsione politica al cambiamento. Il vento dei partiti antisistema comincia a fare breccia nel cuore del politicamente corretto. Attendiamo la rivoluzione sottile del buon senso.

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