Se qualcuno volesse riaprire il dibattito sulla questione dello jus soli…

La cittadinanza? Per alcuni è una questione di pelle

In Italia non abbiamo avuto un passato coloniale degno di nota e neppure siamo stati terra di immigrazione, se non da appena un paio di decenni a questa parte; pertanto i nostri rapporti con “lo straniero” sono stati tutto sommato scarsi. Questo fa sì che dietro all’odierno gran parlare di immigrati e integrazione spesso ci sia molta ideologia e poca sostanza

Pietro Licciardi
La cittadinanza? Per alcuni è una questione di pelle

A partire dagli anni Novanta stiamo aprendo le porte in Italia ad un afflusso massiccio di popoli e culture che, comunque la si pensi in merito, avranno un grande impatto nella nostra società, senza essere preparati e consapevoli di ciò che riversiamo con tanta leggerezza nel nostro pentolone.

Un piccolo ma significativo episodio può forse chiarire il problema.

Il fattarello è accaduto a Roma ad un nostro conoscente, che chiameremo convenzionalmente Habte, circa un anno fa.

Habte è originario dell’Eritrea, ha vissuto la sua infanzia ad Asmara di cui ricorda ancora le insegne dei negozi in italiano, il cinema Roma, i numerosi edifici costruiti dagli architetti italiani in epoca coloniale e i racconti del padre e del nonno che vissero, da italiani, in quel pezzo d’Italia oltremare.

Compiuti i diciotto anni è arrivato nella Penisola nel 1974 per poter completare gli studi, iniziati ad Asmara e proseguiti ad Addis Abeba, altra città dell’ex nostro “impero”. A Roma si è laureato in scienze sociali ad indirizzo economico dopo aver conseguito anche un dottorato presso l’Università californiana di Santa Clara, negli Stati Uniti, Diventato cittadino italiano nel 2013 vive e lavora nella capitale dal 1985.

Essendo ovviamente in possesso della regolare carta di identità rilasciata dal Comune si è trovato nella necessità di doverlo rinnovare una volta arrivata alla sua naturale scadenza. Il nostro si è così recato presso il proprio municipio (ex circoscrizione) presentandosi davanti all’impiegato:

- “Buon giorno, devo rinnovare la carta d’identità”.

- “Sì, mi dia il documento e il permesso di soggiorno”.

- “Il permesso di soggiorno?” ribatte stupito Habte, scuro di pelle e dai tratti somatici tipicamente eritrei e africani ma indiscutibilmente cittadino italiano, come attestano tutti i suoi documenti.

- “Guardi che sulla carta d’identità c’è scritto che sono italiano, quale permesso di soggiorno?”.

- “Ma lei è straniero… Ci deve dare il permesso di soggiorno”.

La discussione va avanti ancora per un po’, fino a quando compare allo sportello un altro impiegato, che dopo aver guardato Habte conferma:

- “Eh no guardi, senza il permesso di soggiorno non possiamo fare niente…”.

- “Scusi, ma ha letto cosa c’è scritto sulla carta d’Identità? ‘cittadino italiano’, quindi di quale permesso di soggiorno parla?” ribatte il nostro ai due sempre più inflessibili impiegati.

Poi una piccola illuminazione:

- “Senta, sia gentile, mi mostri un suo documento” dice Habte al secondo impiegato, che visibilmente spazientito alla fine acconsente.

- “Grazie tante, adesso sempre per gentilezza mi mostri anche il suo permesso di soggiorno…”.

- “Permesso di soggiorno? Ma che dice? Io sono cittadino italiano!”.

- “Ecco, appunto. Pure io!”.

Gli animi a questo punto cominciano a scaldarsi e il tono della voce comincia a salire. Dalla sua stanza esce il responsabile dell’ufficio che messo al corrente dell’accaduto chiama con sé in disparte i due impiegati ricomparendo poco dopo davanti al nostro connazionale Habte prodigandosi in scuse. In quattro e quattr’otto carta d’identità rinnovata, senza permesso di soggiorno.

L’aneddoto fa riflettere. Innanzitutto sul livello di preparazione di certi impiegati e burocrati selezionati “alla leggera” dalla nostra pubblica amministrazione. Il che ci fa capire il perché dei tanti mal di testa e travasi di bile ogni volta che abbiamo a che fare con gli uffici pubblici. In secondo luogo su quanta strada ci resta ancora da fare prima di arrivare ad una società veramente “multietnica” e “multiculturale”, secondo certi slogan che tanto piacciono a sinistra, o semplicemente integrata.

Ci sarebbero anche altre considerazioni da fare. Ad esempio non tutti gli immigrati sono uguali. Un conto è avere come concittadino un Habte, eritreo, che ben conosce la cultura, gli usi e i costumi dell’Italia per averli vissuti e assorbiti con i ricordi familiari fin dall’infanzia, e ben altra cosa concedere il passaporto con lo stemma della Repubblica ad un Muhammad qualsiasi, che a stento parla l’italiano, non conosce nulla o quasi della nostra storia patria e che magari non ne vuol sapere di cambiare, almeno un poco, le sue ataviche convenzioni. Argomenti su cui cominciare a riflettere in vista del dibattito che qualcuno vorrebbe riaprire sulla spinosa questione dello jus soli.

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