Intervista al regista del film sui suicidi per debiti con l'Erario

Oltre 800 imprenditori uccisi. Cattani: "Lo Stato pignora le vite e i media non ne parlano"

"Cronaca di una passione" racconta la storia di chi arriva al gesto estremo perché schiacciato dalla ferocia di burocrazia e cartelle

Marco Dozio
Cattani: "Lo Stato pignora la vita delle persone. E i media non ne parlano"

Una scena del film "Cronaca di una passione"

I suicidi causati dalla crisi economica sono spariti dall’orizzonte mediatico. Forse non a caso. Raccontare la storia di un imprenditore che s’ammazza perché lo Stato “pignora la sua vita” non è funzionale alla narrazione del governante di turno. Inchioderebbe il governo alle proprie responsabilità nei confronti del cittadino vessato o abbandonato. Schiacciato dalle tasse dello Stato, dalle cartelle esattoriali dello Stato o dai mancati pagamenti dello Stato. I media se ne occupavano fino qualche anno fa, poi hanno progressivamente smesso, derubricando, sminuendo, omettendo drammi personali che in realtà hanno rilevanza collettiva. Mentre il mondo della cultura, più semplicemente, non ha mai cominciato ad occuparsene. Forse per vecchi pregiudizi duri a morire, condanne morali implicite sull’imprenditore che quantomeno deve essere un evasore, se non peggio. Eppure una contabilità per difetto parla di 628 imprenditori suicidi tra il 2012 e il 2015 e quasi 200 dall’inizio dell’anno. Con il Veneto drammaticamente in testa alla classifica. “Cronaca di una passione”, nelle sale dal 7 novembre, è il film che cerca di rompere il velo di oblio. Il regista Fabrizio Cattani ha indagato, raccontato, emozionato con una pellicola di qualità, prodotta a basso costo attraverso il contributo di attori e troupe dopo il rifiuto da parte delle case di produzione.

Cattani, il tema dei suicidi per la crisi economica viene sottaciuto dai media e completamente ignorato dal mondo non solo cinematografico ma della cultura in generale.
I media si sono lentamente allontanati da questo tipo di notizie. Contribuendo così ad acuire l’isolamento in cui si consumano queste tragedie. Occorreva e occorre parlare di questi drammi. Una maggiore attenzione mediatica avrebbe aiutato ad affrontare meglio il fenomeno. Significativo che a livello cinematografico nessuno abbia mai sentito la necessità di raccontare quello che sta succedendo. Eppure secondo l’Istat 4,5 milioni di italiani vivono in povertà assoluta. Mi hanno colpito le storie di chi si è suicidato, storie molto simili tra loro, persone normali, oneste, che magari non riuscivano più a pagare i contributi. E ho cominciato a scrivere la sceneggiatura.

Dunque lei racconta la storia di persone oneste?
Assolutamente sì. Il film non guarda di buon occhio l’evasione fiscale. I veri disonesti sono coloro che evadono con cognizione di causa, che portano all’estero i capitali. Qui abbiamo persone che restano in Italia, che lottano per vivere degnamente nel loro Paese e che si trovano a un certo punto in grande difficoltà finanziaria. Se non pagano i contributi è perché non riescono, non perché vogliono evadere. Inoltre l’evasione si concretizza quando ti puoi appropriare di qualcosa, in questi casi non c’era nulla di cui appropriarsi.

Queste persone oneste vengono schiacciate dallo Stato con il volto dell’agenzia di riscossione. Le istituzioni che dovrebbero aiutare le persone in difficoltà di fatto le spingono al suicidio.
Lo Stato non fa altro che prendere, senza dare. Perché non vuole dare. È intento solo a prelevare soldi. Il welfare ormai è familiare e non statale. Le persone si affidano ai genitori, ai nonni, agli zii, perché non ci sono altre possibilità. Lo Stato dovrebbe garantire la dignità di vita dei propri cittadini. Ma non l’ha fatto e non lo sta facendo. La Stato ha pignorato la vita di queste persone. Che sono arrivate al gesto estremo proprio perché nessuno dava loro la possibilità di andare avanti.

Le storie raccontate nel film sono realmente accadute?
Sì. Parlo di una coppia che è stata alloggiata in una casa famiglia per due anni e mezzo e il Comune ha speso 100mila euro per mantenerli in questa struttura, ovvero più di 3mila euro al mese. Quando a loro ne sarebbero bastati mille per vivere degnamente. Una burocrazia assurda e inconcepibile. Persone sbattute in una casa famiglia dopo 42 anni di vita insieme, oltretutto in camerette separate. C’è menefreghismo. Lo Stato è indifferente, si fa scivolare addosso i drammi dei cittadini.

Sono i morti dimenticati.
A Roma stamane (ieri ndr) una persona, padre di due bambini, si è uccisa per problemi legati alla crisi economica. Dall’inizio dell’anno si sono verificati quasi 200 suicidi nel silenzio di giornali e televisioni. Il fenomeno riguarda tutta Italia. Nel triennio 2012/2015 il Nordest aveva il triste primato con il 28% dei suicidi. Ora questi drammi si stanno spostando verso Sud: nel 2016 il primato è della Campania.

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