Il 9 novembre 1989 la Cortina di ferro si infranse

Fine del Muro, una occasione mancata

Trent’anni fa avremmo potuto e dovuto portare il comunismo sul banco degli imputati. Non lo abbiamo fatto e oggi siamo noi a rischiare il Gulag

Pietro Licciardi
Fine del Muro, una occasione mancata

Il Muro di Berlino (in tedesco: Berliner Mauer) è durato dal ‎13 agosto 1961 al 9 novembre 1989

Il 9 Novembre 1989 il Muro di Berlino, l’infame barriera costruita dal comunismo per trasformare l’intera Europa dell’Est in un immenso Gulag, crollò. Fu un evento del tutto inaspettato poiché il mondo sembrava essersi rassegnato ad un comunismo che, come il Terzo Reich hitleriano, avrebbe dovuto prosperare per almeno mille anni. Invece, nel volgere di una notte, il simbolo di quella che era stata chiamata la Cortina di Ferro, un nome che era tutto un programma, cessò la sua funzione e le porte della galera si aprirono.

Non fu quella la prima crepa nella imponente diga eretta contro la libertà ma fu senz’altro il più evidente segnale che da lì a pochi mesi anche quel regime oppressivo e sanguinario sarebbe infine crollato.

La caduta del Muro avrebbe dovuto essere l’occasione per riflettere a fondo sulla ideologia responsabile di infiniti lutti - almeno 200 milioni i morti causati ovunque nel mondo dal comunismo - e miserie. Così come avvenne a Norimberga dopo che nel 1945 fu sconfitta l’altra ideologia assassina del XX secolo: il nazionalsocialismo, peraltro parente stretta del bolscevismo essendo state entrambe partorite dalla stessa madre: la Rivoluzione Francese.

Ma così non è stato e l’Europa, ma non solo, ha buttato via la sua seconda occasione.

Una prima opportunità per salvarsi dalla piaga comunista il continente la ebbe all’inizio del 1920. La guerra civile scatenata dai bolscevichi tre anni prima e che aveva insanguinato e spopolato la Russia, stava volgendo al termine ma anziché pensare alla pace Lenin stava invece meditando che quello era un momento estremamente propizio per far trionfare la Rivoluzione in tutta Europa.

Gli Stati nati dopo la disintegrazione degli Imperi al termine della Grande Guerra, come Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia, erano deboli e non avrebbero resistito ad una offensiva dell’Armata Rossa, specialmente se combinata con un’opera di sovversione interna in cui i “rossi” erano già maestri. Successivamente Germania, Francia e forse anche l’Italia sarebbero finite come pere mature nel cesto sovietico essendo tutti e tre questi paesi usciti esausti dal massacro mondiale e già sconvolti da scioperi e sommosse.

L’ostacolo principale era la Polonia cattolica, particolarmente refrattaria alla propaganda comunista e con la quale si sarebbe dovuta far valere la sola opzione militare.

Il 14 Febbraio 1920 Lenin decise quindi di attaccare, determinato a ridisegnare l’assetto del continente dopo essere passato sul cadavere della Polonia. Iniziò così una terribile e sanguinosa guerra che portò le armate del generale Michail Tuchacevskij alle porte di Varsavia.

Tutto sembrava perduto ma Lenin e i bolscevichi sottovalutarono l’eroismo, e la capacità di sacrificio dei polacchi, guidati dal capace e determinato generale Jòsef Pilsudski, la cui resistenza divenne indomabile.

La Polonia, a prezzo del suo sangue, concesse un tempo prezioso al resto del Continente, che avrebbe potuto già allora comprendere la reale essenza del comunismo: imperialista, oppressivo, totalitario, e apprestare adeguate difese, soprattutto sul piano culturale, per contrastarne l’ideologia. Ma l’Occidente non fece nulla e vent’anni dopo il rullo compressore sovietico irruppe ugualmente all’Ovest giungendo con i suoi carri armati fino a Berlino; non senza aver inoculato il virus del bolscevismo nel resto dell’Europa rimasta libera disseminandola di partiti satelliti.

Purtroppo neppure la fine del Muro è riuscita a farci aprire gli occhi e tutti noi abbiamo continuato a crogiolarci nella ignavia. Così oggi, a trent’anni di distanza, ci troviamo ancora a subire le nefaste conseguenze di una ideologia totalitaria e liberticida che ha talmente impregnato la stessa UE da far dire al Vladimir Bukovsky, sopravvissuto a sedici anni di gulag e di manicomio in Urss che “dopo avere seppellito un mostro, l’Unione Sovietica, ne stiamo costruendo un altro notevolmente simile: l’Unione Europea”.

Si, perché purtroppo occorre riconoscere una buona volta che il comunismo, almeno in Occidente e sicuramente in Italia, non è affatto morto ma ha soltanto cambiato pelle per continuare la sua opera distruttiva e rivoluzionaria.

Al posto dell’internazionalismo abbiamo un immigrazionismo che apre incondizionatamente le porte ai proletari di tutto il mondo; l’anticapitalismo è stato sostituito da un ambientalismo che vorrebbe far scomparire le fabbriche dalla faccia della terra, mentre l’abolizione della proprietà privata è perseguita mediante la persecuzione fiscale. L’odio contro Dio e la religione si manifesta invece attraverso l’imposizione della “laicitè” e l’importazione massiccia di islamici, che in tutta Europa hanno già cominciato a bruciare chiese e a perseguitare chi non si sottomette ad Allah. Neppure il mito della creazione dell’uomo nuovo socialista è tramontato, dal momento che con le bislacche teorie gender si cerca di modificare la stessa identità umana e soprattutto di distruggere il concetto stesso di famiglia, ultima ridotta di resistenza contro l’invadenza dello Stato totalitario.

A pensarci bene un Muro sarà anche caduto ma l’ideologia che lo ha tirato su no e questa volta siamo noi quelli che rischiano di restare prigionieri del Gulag.

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