Intervista al vignettista controcorrente

Krancic: "Sono l'unico a fare vignette sull'immigrazione. La satira in Italia è prigioniera del politicamente corretto"

Il celebre disegnatore: "Nel politicamente corretto resistono tabu che non si possono toccare. L’immigrazione è uno di questi. Un altro sono le tematiche che riguardano gay o gender". "Quella di Charlie Hebdo non è satira, è solo provocazione o porno satira"

Marco Dozio
Krancic: "Sono l'unico a fare vignette sull'immigrazione. La satira in Italia è prigioniera del politicamente corretto"

Alfio Krancic, matita anticonformista da sempre, ora per il Giornale, per il Populista e per una vasta platea di seguaci sui social, è l’unico satirico italiano di livello a cimentarsi sul tema immigrazione, a cogliere contraddizioni e paradossi di certa classe dirigente, specie politica e religiosa.

Krancic, perché la satira sui disastri e le assurdità della politica in tema di immigrazione è sostanzialmente inesistente?
Perché nel politicamente corretto resistono tabù che non si possono toccare. L’immigrazione è uno di questi. Un altro sono le tematiche che riguardano gay o gender. Intoccabili, nervi scoperti da non trattare. Altri colleghi fanno satira sull’immigrazione, ma sono meno noti, collaborano con blog o giornali minori, non hanno visibilità. Io da circa 30 anni collaboro con giornali nazionali prevalentemente di destra o centrodestra.

Le vignette sull’immigrazione le hanno causato problemi?
Non voglio dire che esista attorno a me un cordone sanitario, non è così. Però alcune persone che conosco ricorrono alla battutina, richiamano il fatto che io sia un profugo istriano, come se non ci fosse differenza tra la situazione di allora e il fenomeno attuale in termini di vicinanza e identità culturale, nazionale e religiosa.

In Italia dunque la satira non è libera come si crede e si ferma sul confine del politicamente corretto?
Su 360 gradi di libertà, un satirico di sinistra ne utilizza forse poco più della metà, mentre uno di destra o non incasellato ha più possibilità e una maggiore libertà d’azione. Ma ci vuole coraggio per andare controcorrente su certi temi perché poi alla fine ti ritrovi isolato.

Dal punto di vista umano o professionale?
Faccio un esempio. Da vent’anni collaboro col Giornale, eppure mi tengono costantemente in ultima pagina. Non che sia un male o una brutta posizione, però è un modo per tenermi defilato, lontano dalla prima pagina. Forse lo fanno anche per proteggermi.

E questo accade su un giornale di centrodestra, che dovrebbe essere immune da certi meccanismi del politicamente corretto.
Paradossalmente lì come altrove c’è più libertà di essere duri con le parole. La satira in fondo spaventa, ha un effetto più dirompente.

Anche lei viene censurato?
Ho fatto una vignetta in risposta a quella sul terremoto di Charlie Hebdo, ma mi è stato detto che era troppo forte. Come ne è stata rifiutata una su Vespa e il terremoto inteso come business. Di tanto in tanto la censura c’è. A volte può essere fatta anche per proteggermi da eventuali querele. E su questo non ci trovo nulla di male.

Come valuta la satira di Charlie Hebdo? È più dissacrante rispetto alla nostra, utilizzano altri linguaggi?
Volendo posso fare anch’io vignette del genere. Non ci vuole nemmeno molta fatica né fantasia. Basta buttare lì Dio, Maometto, la Madonna, le orge e quant’altro. La satira non deve per forza far ridere, ma deve far riflettere. La loro più che satira è provocazione, è porno satira. Io cerco di colpire le contraddizioni degli altri, dei miei avversari. Faccio una battaglia politica. Che significa prendersela con Dio o con Maometto?

Lo stato di salute della satira in Italia, oggi?
La satira in Italia sta scivolando verso il sonno. I grandi autori sono chiusi nella gabbia del politicamente corretto che loro stessi hanno contribuito a creare. Dall’altra parte però c’è poco, eppure il periodo sarebbe molto propizio per una satira di destra. Mi rendo conto però che chi fa satira deve avere un ritorno, deve poter guadagnare per vivere, come tutti: se chiami l’idraulico poi lo devi pagare.



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