"I leader europei sono ciechi"

L'arcivescovo ungherese Márfi: "L'orda musulmana rifiuta la cultura cristiana"

Il prelato magiaro: "Nel nome della tolleranza cadiamo nell'intolleranza. Nel nome della libertà di religione accogliamo un sistema politico totalitario"

Redazione
L'arcivescovo ungherese Márfi: "L'orda musulmana rifiuta la cultura cristiana"

L'arcivescovo Gyula Márfi

Gyula Márfi, arcivescovo ungherese che da vent'anni dirige la diocesi di Veszprém, ha ricevuto ad agosto in occasione della festa nazionale la medaglia dell'Ordine al Merito della Media Croce Ungherese. Tra le motivazioni ci sono il suo servizio nella chiesa per i giovani, per le famiglie e per gli ammalati, per la canonizzazione dell'operaia Mária Magdolna Bódi, oltre che per la sua attività a favore della vita.

Come ha accolto il riconoscimento?
Questa medaglia è un onore per me, ne sono grato, ma non voglio che mi si sopravvaluti. È una responsabilità, per chiunque provi a svolgere il proprio lavoro al meglio. Sento che il riconoscimento è indirizzato anche alla diocesi e alla Chiesa. Simboleggia il mio impegno per i giovani e per le famiglie: durante la settimana vado nella Cappella di Sant'Anna alle messe degli studenti e partecipo ad ogni programma rivolto alle famiglie. Quando ero vescovo ausiliare ad Eger o direttore d'ufficio a Szombathely frequentavo regolarmente gli ammalati negli ospedali. A Veszprém ho la possibilità di farlo solo occasionalmente. La canonizzazione di Mária Magdolna Bódi è nel mio cuore, ma il merito principale non è mio bensì dei miei collaboratori.

Quest'anno cade il ventesimo anniversario della sua nomina ad Arcivescovo della Diocesi di Veszprém. Cos'ha ereditato dal suo predecessore?
Come prima ad Eger così anche a Veszprém mi hanno accolto con affetto i religiosi ed i fedeli. Ho ereditato una diocesi che stava invecchiando, l'età media dei preti era di 55 anni, il numero delle vocazioni stava diminuendo. In questi vent'anni il numero si è mantenuto stabile e adesso abbiamo più seminaristi che all'epoca. È una gioia che negli ultimi anni sia aumentato il numero dei matrimoni, dei battesimi sia di bambini che di adulti, e delle cresime.

Quanto è grande la diocesi? Quanti preti ed istituti comprende?
- Il territorio della diocesi è di 6.920 chilometri quadrati, il numero degli abitanti è di 441.000, il numero dei fedeli cattolici è di 280.000. Abbiamo 180 parrocchie, 117 preti, 23 monaci, 20 seminaristi, 16 diaconi, 106 insegnanti di religione laici. In totale ci sono 16 istituti scolastici, 5 organizzazioni benefiche oltre alle istituzioni culturali e ai musei. È aumentato anche il numero delle scuole.

Che istituzioni e scuole sono state fondate negli ultimi due decenni?
- Io ho fondato la casa di cura per anziani Szent Lukács a Hévíz, il Centro Turistico dell'arcidiocesi Salesiana, una scuola elementare a Tapolca, a Keszthely, a Várpalota, ad Ajka e infine anche la scuola Szilágyi di Veszprém. Non abbiamo dovuto chiudere neanche una chiesa, anzi ne sono state costruite 20 nuove, cappelle e luoghi per la celebrazione della messa, per esempio a Hévíz, a Jenő, a Küngös e a Balatonakarattya. È una grande gioia che molte istituzioni laiche - per esempio mense, sale d'esposizione, fabbriche di parquet, segherie - ci chiamino per la benedizione. Questi fatti dimostrano che il mondo – almeno nella nostra diocesi- non è indifferente nei confronti della religione.

Ha quindi un buon rapporto con le organizzazioni laiche?
- La chiesa in genere ha con esse un rapporto buono, basato sulla collaborazione con le organizzazioni ed istituzioni civili. Menzionerei l'amministrazione comunale e regionale, l'ufficio governativo, l'università, l'ospedale, le organizzazioni militari, la polizia e le istituzioni culturali. Credo che la sfera civile e quella ecclesiastica non debbano essere confuse perché non ho mai creduto nella Chiesa di Stato, ma neanche nella separazione completa tra stato e mondo religioso. Oltre alla conservazione dell'autonomia ritengo giusta una corretta collaborazione. Da questo punto di vista ho provato a camminare sulle orme dell'arcivescovo Szendi e penso di esserci riuscito. È migliorato il nostro rapporto con la comunicazione di massa, non sono stati pubblicati articoli scandalosi su di noi.

I media citano spesso i suoi interventi forti su argomenti di attualità
- Di recente ho ricevuto in dono un libro che è stato pubblicato a Parigi sull'immigrazione e il cui titolo potrebbe essere trasformato così: il grande problema, il grande pericolo, il malessere, l'inquietudine. L'autore nel suo libro cita anche me due volte e si dice sempre in accordo con le mie opinioni. Avevo fatto una dichiarazione davanti a quindici persone nel Szaléziánum, poi questa è stata pubblicata da un giornale italiano, infine l'ha riportata la stampa di quindici paesi.

Quali sono gli effetti negativi dell'immigrazione?
- Io vedo il pericolo maggiore nel fatto che una parte dei leader europei - e purtroppo anche una parte del popolo - ha rinunciato ai Dieci Comandamenti, ignora i fondamenti della moralità e come punizione ha perso il senso comune, è diventata cieca. Nelle sacre scritture varie volte capita che Dio punisca le persone con il bigottismo. Per esempio nella lettera alla chiesa di Efeso possiamo leggere: "accecati nella loro mente" (Ef 4,18). Alcuni leader dell'Unione europea sono caratterizzati da questa cecità. Siamo nell'epoca di Caligola, Claudio e Nerone, nell'epoca della decadenza dell'Impero Romano. Nel nome della tolleranza cadiamo nell'intolleranza, nel nome della libertà di religione accogliamo un sistema politico totalitario, nel nome del multiculturalismo ci lasciamo invadere dall'orda musulmana che rifiuta la nostra cultura cristiana. Nel nome del multiculturalismo cresciamo la monocultura. Nel nome del pluralismo annunciamo l'ideologia gender, che cancella la differenza tra i sessi. Queste sono tutte contraddizioni che dimostrano che chi le appoggia, ha perso la ragione, è in contrasto con sé stesso. Domenica scorsa durante la messa ho citato Dániel Berzsenyi: "Il sostegno, la colonna portante di ogni Paese / è la morale pulita che se si guasta: / Roma crolla e diventa schiavitù". Queste frasi oggi vanno riferite principalmente all'Europa e sussiste il pericolo che "l'Europa crolli e diventi schiavitù". Tuttavia ci sono anche segnali incoraggianti, perché una persona cristiana non può essere mai pessimista.

In una persona cristiana vive sempre la speranza. Lei come vede questo futuro di speranza?
- Essere cristiani vuol dire sperare. Sperare nella forza di Dio, o con l'aiuto di Dio sperare in noi stessi. Come esempio menzionerei questo: nel 2012 è entrata in vigore la nostra nuova costituzione. "Siamo orgogliosi che il nostro re Santo Stefano mille anni fa ha collocato su basi solide lo stato ungherese e l'ha reso parte dell'Europa cristiana...". Gli elementi decadenti dell'Europa attaccano queste frasi della costituzione, ma da ciò si capisce che esse puntano verso il futuro. È molto positivo che mi chiamino sempre più spesso per benedire e consacrare ciò che di per sé è profano. È positiva la riscoperta dei santuari, che siano di nuovo popolari i pellegrinaggi, e che le persone rispettino le reliquie. Santo Padre Pio ha predetto: "L'Ungheria è una gabbia da cui uscirà un uccello meraviglioso. Dovranno soffrire molto ma in tutta l'Europa avranno una gloria senza precedenti. Invidio gli ungheresi perché porteranno grande felicità a tutta l'umanità. Poche nazioni hanno un angelo custode così potente come quello degli ungheresi e sarebbe giusto chiedere di più la sua protezione più potente per il loro paese". Io mi auguro che giunga una rinnovazione morale e spirituale che oggi non si vede ancora, ma possiamo sperare che a questo possa contribuire anche l'Ungheria.

[Si ringraziano per la collaborazione András Kovács e Manuela Giovannoni]

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