Lega sul Territorio: Trivelle, un referendum fallito.

Christian Longatti
Lega sul Territorio:  Trivelle, un referendum fallito.
Cari amici di Lega sul Territorio, pubblichiamo quest'oggi un editoriale sul referendum sulle trivelle. Lo scopo di questa consultazione popolare era l'abrogazione della norma che concede di protrarre le concessioni per estrarre idrocarburi entro 12 miglia nautiche dalla costa italiana sino all'esaurimento della vita utile dei rispettivi giacimenti. L'affluenza alle urne, che ha contato all'incirca il 31% degli aventi diritto al voto, ha dimostrato ancora una volta che gli italiani non hanno interesse a informarsi e a sfruttare l'unico strumento che hanno ancora a disposizione per avere un briciolo di libertà: il diritto di voto. Un referendum promosso da 9 regioni e riguardante 11mila lavoratori era sentito quasi come estraneo dalla maggior parte degli italiani, soprattutto se si pensa che le regioni che hanno registrato il picco più alto di votanti sono state Puglia, Basilicata e Trentino Alto Adige. Le due regioni con affluenza minore sono state Calabria e Campania, regioni che, essendo comunque a sud e interessate anche solo in parte dal problema trivelle, avrebbero potuto mostrare un minimo di coinvolgimento in più nella consultazione. Il mancato raggiungimento del quorum è un risultato che fa gioire soprattutto governo e lobbisti: le multinazionali operanti nei settori interessati potranno continuare a versare una somma misera allo Stato Italiano per poter depredare e sfruttare le risorse del nostro territorio, con buona pace di chi avrebbe voluto smantellare gli stabilimenti al termine delle concessioni. A nulla sono serviti gli appelli di Lega Nord e Movimento 5 Stelle per porre fine a questa ingiustizia: l'astensionismo, che è uno dei mali più grandi di questo Paese, ha trionfato, e ha fatto trionfare i predicatori del disprezzo di questo referendum. Predicatori che hanno nomi ben precisi: Matteo Renzi e Giorgio Napolitano. Il Premier e il Presidente emerito si sono apertamente schierati a favore del sabotaggio del referendum, dimostrando che l'attuale classe politica è la più ripugnante degli ultimi 30 anni. I due, però, nella loro trasbordante arroganza e ignoranza, non si sono resi conto di aver violato la legge. Già, perché il Testo Unico della legge elettorale, art. 98 afferma che "Il pubblico ufficiale, l'incaricato di un pubblico servizio, l'esercente di un servizio di pubblica necessità, il ministro di qualsiasi culto, chiunque investito di un pubblico potere o funzione civile o militare, abusando delle proprie attribuzioni e nell'esercizio di esse, si adopera a costringere gli elettori a firmare una dichiarazione di presentazione di candidati od a vincolare i suffragi degli elettori a favore od in pregiudizio di determinate liste o di determinati candidati o ad indurli all'astensione, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da lire 600.000 a lire 4.000.000." I due di cui sopra, sono "investiti di pubbliche funzioni" e hanno "abusato delle proprie attribuzioni", "inducendo all'astensione" gli elettori. Ovviamente, non c'è da stupirsi: cosa volete che sia, per chi ha violentato la Costituzione senza battere ciglio, una cosuccia del genere? Renzi, inoltre, al termine dello spoglio, si è lanciato in accuse nei confronti dei suoi avversari interni ed esterni, in particolare nei confronti di Emiliano, il Presidente della Regione Puglia, a cui va il merito di non aver abbassato la testa di fronte al suo segretario, talmente pieno di sé da non riuscire riuscire a rispettare il parere di chi la pensa diversamente da lui. Accuse sono piovute anche da Enrico Mentana, che ha imputato a Renzi la fissazione del Premier nell'accusare i talk show di essere contro il regime renziano (perché di regime si tratta). Il giornalista di La7 ha risposto (a ragione) che i cittadini hanno il diritto di potersi fare una propria opinione su cosa votare. Ah già, ma Mentana, nella sua ingenuità, non ha tenuto conto che Renzi non ammette parole come "votare" e "propria opinione". C'è da dire che il referendum ha messo in mostra altri personaggi (non) degni di nota del Partito Democratico: tra questi, parliamo in particolare di Ernesto Carbone, deputato PD, che ha letteralmente preso per i fondelli tutti coloro che sono andati a votare con un tweet pregno di significato: "‪#‎ciaone‬" è il contenuto partorito da questa mente brillante dell'attuale classe dirigente in Italia. Certo che, tra un presidente che chiama "gufi" i cittadini che soffrono per la crisi e un deputato che scrive "#ciaone", pare che questa classe politica sia uscita da un fumetto di Paperino. Ovviamente il segnale, che si poteva (e si doveva) dare al governo Renzi, non è arrivato, e il 31% non è assolutamente lusinghiero, se si pensa che tra un mese e mezzo ci saranno le amministrative: se il 40% poteva essere un campanello d'allarme, il 31% può quasi tranquillizzare Renzi, che può dirsi fiducioso anche per il referendum costituzione che si terrà in autunno. Gli appelli non servono più, sta agli italiani svegliarsi per migliorare un Paese destinato a proseguire il suo declino. Ma pare proprio che, gli italiani, non ne vogliano sapere di attivarsi anche solo votando per sovvertire tutto ciò che quotidianamente ci viene imposto. E se è vero che non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire, allora prepariamoci, nel giro di qualche anno, a classificarci come Paese da Terzo Mondo. Andrea Decorato

Torino TO, Italia

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