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Renzi, un Mario Monti più giovane

Eretico InRete
Renzi, un Mario Monti più giovane

Certe volte ricorda Frine, l’etera greca che si salvò da una condanna esponendo il seno nudo davanti agli occhi dei suoi accusatori. Matteo Renzi ne è una versione maschile sicuramente meno affascinante ma ugualmente furba: ogni qualvolta viene messo sotto accusa per le sue spregiudicate “riforme” , prova a cavarsela cacciando fuori il “seno”, ovvero la patente di premier-schiacciasassi che si è appiccicato addosso e che la UE ha provveduto subitamente a bollinare con il proprio marchio di qualità, garanzia per i mercati e per la finanza internazionale di docile accondiscendenza verso le politiche economiche rigoriste di Bruxelles. Tutto il contrario dei monelli Varoufakis e Tsipras, due incorreggibili discoli perennemente e inutilmente spediti dietro la lavagna con addosso le orecchie d’asino. Lui ovviamente - il nostro caro Matteo Caterpillar - questa etichetta di servo sciocco degli odiati mandarini comunitari non accetterà mai di indossarla, perché sarebbe come ammettere di non essere altro che un Monti più giovane, ossia la versione 3.0 di uno dei più detestati primi ministri della storia repubblicana. No, lui è “altro”, è la novità assoluta del panorama politico nazionale e forse pure europeo, è la modernità che scardina il tarlato portone di legno della sinistra italiana e dilaga nel palazzo delle cariatidi, spalancando finestre, spolverando tappeti, arieggiando le stanze. Lui è odore di fresco e di pulito. La lavanda al potere. Odore di fresco: insomma. Malgrado le pose giovanilistiche e l’uso massivo di twitter, un certo olezzo di democrazia cristiana innegabilmente si sente dalle parti del renzismo. Certo non è la Dc dei dinosauri della prima repubblica e neppure quella riveduta e corretta di Monsignor Mastella da Ceppaloni, ma è innegabile che ci sia una irresistibile voglia di centro dietro i pensieri, le parole , le opere e le omissioni dell’attuale capo del governo. Ed è un centro, si badi bene, più vicino al movimento scoutistico parrocchiale che al classico liberalismo crociano o giolittiano. Odore di pulito: qua non ci siamo proprio. A parte le confuse vicende paterne, mai chiarite completamente, l’azione politica di Matteo Renzi finora si è distinta per la totale indifferenza ai profili personali di collaboratori e alleati. Ne sono prova evidente le liste presentate dal PD per le elezioni in Campania, traboccanti di cosiddetti impresentabili nell’assoluto disinteresse della segreteria nazionale. La verità è che il progetto renziano se ne impipa bellamente della questione morale. A Renzi importa raggiungere i suoi obiettivi senza guardar tanto per il sottile. Ieraticamente convinto di essere investito di una missione divina, per ottenere i risultati sperati deve agire in fretta (il suo famoso decisionismo, al cospetto del quale Craxi pare il Sor Tentenna) e senza badare più di tanto al pedigree dei compagni di cordata. Assomiglia un po’ , in questo, allo stile adottato da Enrico Mattei nel reclutare i suoi collaboratori, quando, chiamato alla guida dell’Eni, non esitò ad arruolare in squadra ingegneri compromessi col regime fascista, purché competenti. La differenza col grande tecnico della ricostruzione però sta proprio in questo: Mattei , ex partigiano, reclutava anche ex fascisti qualora “capaci e meritevoli”; nelle selezioni e negli arruolamenti renziani più che i trascorsi politici pare conti , invece, il casellario giudiziale dei neofiti: non dev’essere totalmente intonso. D’altronde per Renzi l’etica è il vecchio, così come sono il vecchio i sindacati, l’articolo 18, la scuola pubblica, il Parlamento. E’ tutto vecchio per lui: la moglie ha il terrore, quando torna a casa la sera, che emetta una fatwa tombale sul divano comprato due mesi prima o sulla lavatrice ancora in garanzia. A parte tuttavia certe figure barbine che sta collezionando per colpa del twitterismo compulsivo di cui è gravemente affetto (ex multis : l’acquisizione di Indesit da parte dell’americana Whirpool, un grande evento da duemila licenziamenti), i sondaggi paiono dargli ragione: all’elettore moderato, orbato da poco del berlusconismo, Renzi piace. Anche tanto. Per il leader del più grande partito della sinistra italiana è indubbiamente un risultato sensazionale: meglio di così, neppure Frine. E senza manco bisogno di farsi installare le tette.

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