Il Parlamento italiano

Antonio Piscitelli
Antonio Piscitelli - Sab, 09/03/2019 Ogni mattina ci si sveglia con la speranza che qualcosa possa cambiare, migliorare. Ogni mattina si spera che qualche buca di Roma sia stata rattoppata, che qualche autobus possa passare in orario, che i lavori per la Tav siano iniziati. Ogni mattina si viene delusi tale delusione cresce negli animi della gente. Agli occhi di uno studente di scienze politiche, la situazione appare ancora più grave. La disaffezione nei confronti dell’élite politica italiana ha portato una “rivoluzione parlamentare”, dove l’élite antielitista siede nei banchi del Parlamento. Fino a qui il problema non si pone perché il voto di una elezione va sempre e comunque rispettato, ma credo che non sia esattamente ciò che potrebbe migliorare la situazione italiana. Alla fine questo parlamento si è rivelato così come’è, di gente comune, e questo non può fare altro che giovare agli occhi dell’italiano medio stanco della politica italiana e dei suoi burattinai. Ma possiamo veramente essere sicuri che il posto non sia così importante da poterlo affidare ad “uno qualunque”? Tutti noi abbiamo le capacità per essere un parlamentare italiano? Non credo ed anzi se si vuole intraprendere la strada di un paese meritocratico, bisogna iniziare proprio da lì. Certo un pezzo di carta come la laurea non elevi le persone ad un rango superiore, ma è un filtro che restringe il campo dei papabili. Il motivo di questa situazione risiede proprio nell’astio verso la figura del politico italiano, sostituita dal “qualunque” che prima incontravi sotto casa. E colui, proprio perché uno qualunque, si è trovato in difficoltà. A oggi la stabilità politica è in bilico e tale situazione non facilita la governabilità necessaria per “fare le cose che andrebbero fatte”. Non si tratta di una questione di superiorità, bensì di competenze richieste per essere lì, e vale per tutto l’orizzonte politico italiano. La strada è lunga, ma bisogna arrivare a dare fiducia alle istituzioni della Repubblica non perché gestite dall’ex barista sotto casa, ma da un gruppo di persone competenti e consapevoli della loro missione. Per troppo tempo la politica è stato gioco di potere più che interesse pubblico e questo ha allontanato gli italiani. Ma se la soluzione è un tipo di democrazia diretta “digitale”, sono il primo a dissociarmi. Rousseau, di cui tanto e forse troppo superficialmente si parla oggigiorno, teorizzò un modello di democrazia puro valido per il contesto in cui viveva, le piccole valli svizzere. Pensare di poter attuare un modello di democrazia diretta in un intero paese è pura utopia, non solo perché è strutturalmente difficile, ma soprattutto perché è concettualmente sbagliato. Non si può pensare di far votare milioni di persone su un argomento che nemmeno potrebbero essere in grado di capire. Ognuno ha le proprie competenze e il proprio posto nella società, così come l’ingegnere non può fare il medico e viceversa. Mentre scrivo l’onda populista pare stia rallentando a causa delle scelte compiute e forse si inizia a capire che non è questa la strada giusta, forse si intravede la luce in fondo al tunnel.

Via degli spagnoli 29, Roma

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