SCHEGGE DVRACRVXIANE

L’apartheid dei democratici USA verso candidati maschi, eterosessuali e caucasici

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Helmut Leftbuster

Helmut Leftbuster

Helmut Leftbuster nasce a Roma abbastanza tardi da essersi goduto i mefitici effluvi scolastici e universitari del ’68. Nella vita non scrive (semmai parla!), ma lo fa per passione e missione, essendo un convinto assertore di quelle libertà di pensiero e di opinione che, ben 3000 anni dopo Atene e Roma, vengono messe sotto assedio da una sorta di Pensiero unico depressivo, nichilista e soprattutto antidemocratico.

Il suo nome nasce dal connubio fra l’aulicità del romanticismo nibelungico e lo humor “trash” col quale Egli si rende guastatore delle peggiori ipocrisie progressiste e radical-chic.

Il “castigat ridendo mores” contraddistingue da sempre il tenore tematico e stilistico sia delle sue collaborazioni (Qelsi, Arianna Editrice e, ora, anche Il Populista) sia della gestione del blog che coordina, Aristocrazia Dvracrvxiana, ove si ciondola dal ghibellinismo dantesco (la “Dvra Crvx” del Poeta e non la “moscia crux” di 4 fricchettoni post-conciliari) a ricette gastronomiche identitarie messe a tavola per onorare  contadini e pastori nostrani ed indurre giovanissimi e massaie a dire "basta!" a venefiche porcherie sottocosto globalizzate e a cazzarate eque e solidali.

Il suo motto è «alla "povertà" si guarda, non si crede».

L’apartheid dei democratici USA verso candidati maschi, eterosessuali e caucasici

Foto ANSA

Nelle elezioni di mezzo mandato e dopo 2 anni di (buon) governo trumpista, i Democratici riconquistano la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti. E’ sempre avvenuto, da Reagan a Obama, che dopo i primi due anni di mandato presidenziale, il Congresso o un ramo di esso vedesse crescere l’opposizione; eppure stavolta si sfrutta la cosa per invocare una resa dei conti che, non potendo investire Trump su questioni economiche, considerato il boom in corso negli States, attacca con la solita lagna dei “diritti e delle identità delle minoranze”.

Cioè, mentre noi Europei giacciamo sotto il tallone di spread e borsa, gli Americani sputano sul benessere sudatosi dall’amministrazione Trump, e giocano a fare gli idealisti? Ma ci faccia il piacere, ci faccia! Ebbene ecco a voi (nella carrellata fotografica allegata) le assurdità che passa il convento mediatico in proposito: “la grande opportunità di avere un governatore donna..” … “sarebbe la prima governatrice afroamericana..” … “il primo governatore dichiaratamente omosessuale della storia americana..”. Come se non essere donna, gay o di origini esotiche equivalesse ad essere delinquenti e coglioni.


Ma insomma, perché mai un candidato dovrebbe essere votato in quanto donna e non in quanto buon politico? Perché mai un politico di origini italiane, ispaniche o africane dovrebbe diventare un governatore più capace di un qualsiasi politico biondo con gli occhi azzurri? E perché mai un governatore omosessuale dovrebbe rivelarsi più onesto e fattivo rispetto ad uno di orientamento eterosessuale?


Dov’è finita quella sana trasversalità democratica che rende le ricette politiche, repubblicana o democratica che siano, preferibili in quanto tali e a prescindere dal colore della pelle o dal sesso di chi le propone? Ma che mondo è quello in cui i parametri di eleggibilità divengono sessisti e razzialisti? Dov’è finito il principio d’uguaglianza fra esseri umani consacrato all’articolo 3 della nostra Costituzione? (nonché in quella statunitense).


Ecco, basterebbe rispondere con un po’ di buon senso a queste domande per capire quanto invasata, antidemocratica e pericolosa sia la piega intrapresa dal fronte globalista in tutto l’Occidente: la continua rivendicazione di istanze astratte e ideologiche usate come grimaldello per consolidare l’avvento di una dittatura multietnica. Sì, dittatura, perché quando si pretende di piegare il pluralismo di una democrazia modificandone con la forza gli equilibri demografici, di pluralista rimane ben poco.

Nel frattempo, in Italia nasce il primo partito etnicista dal sinistro nome di “Afroitalian Power Initiative”; proviamo solo ad immaginare il pandemonio che si sarebbe scatenato se qualcuno avesse solo osato aggregare la parola “power” (potere) ad un'apposizione che non contemplasse il prefisso “afro”. Basta ingiustizie, basta subdolo razzismo mascherato da politicamente corretto.
 









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