Helmut Leftbuster

Helmut Leftbuster

Helmut Leftbuster nasce a Roma abbastanza tardi da essersi goduto i mefitici effluvi scolastici e universitari del ’68. Nella vita non scrive (semmai parla!), ma lo fa per passione e missione, essendo un convinto assertore di quelle libertà di pensiero e di opinione che, ben 3000 anni dopo Atene e Roma, vengono messe sotto assedio da una sorta di Pensiero unico depressivo, nichilista e soprattutto antidemocratico. Il suo nome nasce dal connubio fra l’aulicità del romanticismo nibelungico e lo humor “trash” col quale Egli si rende guastatore delle peggiori ipocrisie progressiste e radical-chic. Il “castigat ridendo mores” contraddistingue da sempre il tenore tematico e stilistico sia delle sue collaborazioni (Qelsi, Arianna Editrice e, ora, anche Il Populista) sia della gestione del blog che coordina, Aristocrazia Dvracrvxiana, ove si ciondola dal ghibellinismo dantesco (la “Dvra Crvx” del Poeta e non la “moscia crux” di 4 fricchettoni post-conciliari) a ricette gastronomiche identitarie messe a tavola per onorare  contadini e pastori nostrani ed indurre giovanissimi e massaie a dire "basta!" a venefiche porcherie sottocosto globalizzate e a cazzarate eque e solidali. Il suo motto è «alla "povertà" si guarda, non si crede».

Consacrano il Reggae e idolatrano il Rap,  ma censurano Mozart: la “grande sostituzione” in salsa musicale è servita!

SCHEGGE DVRACRVXIANE

Consacrano il Reggae e idolatrano il Rap, ma censurano Mozart: la “grande sostituzione” in salsa musicale è servita!

Niente da fare, cari Beethoven, Bach, Mozart, non vi si caga più nessuno, anzi vi censurano. E non va meglio neppure a David Bowie, Freddy Mercury, Marilyn Manson; tutti sos-ti-tui-ti, esattamente come sta avvenendo per quelle demografie che si rispecchiavano nelle loro estetiche, e che oggi non si ritrovano più nemmeno lo specchio. I Poteri forti sanno perfettamente che per trasformare l’acquario d’Occidente nel loro acquitrinio multietnico e sottocosto debbono anzitutto modificarne l’habitat estetico e valoriale; così, pur di imporre l’idolatria multiculturale, non si fanno remore a sdoganare lo spaccio, lo stupro etnico e le condotte di vita criminali come canoni educativi, consacrandoli a modelli “fashion style”. E poiché la musica, oltre che veicolo di sublime piacevolezza, è sempre stata uno dei più efficaci trasfusori comportamentali giovanili, propugnano i generi musicali più pregni di questa pattumaglia criminogena, e censurano, con argomenti ipocriti e beghini (quali “moralità & pornografia”) i grandi classici che hanno segnato la genesi di ciò che siamo. Del resto, le dittature hanno sempre imposto le loro atroci verità assolute non nascondendo o edulcorando il Male di cui erano foriere, ma anzi elevandolo a Verbo; quindi, la strategia per sottometterci alla mondializzazione non è più quella di insabbiare gli effetti involutivi e violenti delle commistioni culturali che stanno ammorbando le vite degli Europei, ma è quella di ri-eticizzare in chiave mondialista tutto ciò che 3000 anni di evoluzione civile ci avevano portato a considerare barbaro e nefasto. La notizia è chiarissima: l’Unesco premia il Reggae come musica “portatrice di resistenza, amore e umanità” (foto); ebbene analizziamo qualche brano scelto a caso fra quelli dei “big” di tale genere musicale, iniziando da Capleton, il quale canta: <> (i testi originali sono ovviamente verificabili in rete). Niente male per un agnellino tollerante e pacifista, che ne dite? O prendiamo i testi di Mr Sizzla, ove si trovano frasi del tipo <> . Ora, fate bene attenzione: apparentemente viene presa di mira una categoria specifica, gli omosessuali, peraltro normalmente adulata dai partiti progressisti soprattutto sotto elezioni; ma nella sostanza viene vittimizzato un canone estetico-morfologico tipico della civiltà greco-romana e pressoché alieno ad altre culture. Insomma, uno Stadio dei Marmi zeppo di glutei scultorei e pettorali d’acciaio non sarebbe ipotizzabile in un mondo globalizzato e globalista; e quindi tutto ciò che può esaltare dei canoni narcisistici ed autoreferenziali rappresenta una minaccia per l’artificiosa creazione del “popolo-unico-consumatore-acefalo-amorfo (e meticcio), indispensabile alla realizzazione dell'ideale mondialista. E’ di questi giorni la notizia di un’attrice egiziana, Rania Youssef, che per aver sfilato al festival de Il Cairo in abiti troppo succinti, rischia addirittura il carcere; ebbene, qui l’omosessualità non c’entra: c'entra solo l'odio per la nudità, colpevole di mostrare forme e colori diversi per ogni popolo. Come ci insegna Michel Houellebecq, l’Islam è l’unica religione idonea a sottomettere le coscienze individuali ad un credo iconoclasta e incorporeo, il quale, ripudiando l'antropomorfismo della divinità, risulta adattabile a qualsiasi etnia; ecco perché i potentati globalisti (compresi quelli vaticani) ne implementano la diffusione anche a spese delle rispettive fedi d'appartenenza. Resta pertanto intuibile come qualsiasi forma di pornografia (e l'omosessualità, essendo ipso facto narcisistica, lo è parecchio) sia un affronto alla grande menzogna del “discendiamo tutti da Mamma Africa”. Di qui la connivenza programmatica islam/reggae/rap/meticciato, del tutto organica alla realizzazione del globalismo. Quanto alla propensione “democratica” del Reggae, basti ricordare che il rastafarismo (corrente filosofica fortemente legata a tale genere) è un movimento messianico fondato sul culto di Háyla Sellasye, imperatore d’Etiopia (!). Per quello che concerne invece le “educande” del Rap, non ci dilungheremo altrettanto, basteranno un po’ di nomi famosi sparsi per il mondo e completamente slavati da qualsiasi territorialità e origine, per provare l’indole violenta e razzista di questo genere “musicale”, e al contempo la sua estrema duttilità funzionale ad insinuarsi nei lettori mp3 degli adolescenti di tutto il globo. Ci sono i franco-maghrebini Busta Flex (Ça se dégrade, 1998); Iam (Contrat de conscience, 1994); Fabe (Je n’aime pas, 1995), Assassin (Le futur que nous réserve-t-il?, 1992), NTM (Police, 1993; Qu’est ce qu’on attend?, 1995) Analogo discorso può farsi per la Grecia, Terror X Crew (Polis Ealo, 1997), o per la Spagna, El Club de los Poetas Violentos (Madrid Zona Bruta, 1994); in Italia il nome di Flaminio Maphia già potrebbe bastare, ma la carrellata di foto allegate all’articolo espliciterà ulteriormente la concretezza della nostra denuncia. Il Rap è tutt’altro che “l’inclusione” che predicano i media di regime (foto); se davvero fosse la musica “fraterna” che vogliono farci credere, contemplerebbe trasversalità classiche, rock, jazz, metal, folk, come tutti questi generi musicali fanno a loro volta: nel Metal c’è Musica Classica, nel Rock ci sono il Metal e il Blues, nell’Etno ci può essere il Rock, nel Rock il Progressive, nel Progressive la Musica Barocca, ecc ecc ecc. Al contrario, nel Rap c’è solo il Rap poiché il loro scopo non è altro che escludere, appiattire e sostituire. E la prova della loro affiliazione ai poteri forti è che i rapper, lungi dall’essere i reietti che vogliono farci credere, sono tutti belli satolli e danarosi (anche in casa nostra), e si aggiudicano sempre più colonne sonore degli spot pubblicitari che van per la maggiore. Ultima prova del 9 circa l'argomentare del nostro articolo: avete mai sentito criticare, stigmatizzare o fare satira sul Reggae, sul Rap o su qualche rapper? No. Perché come ogni totem mondialista, esso è mediaticamente scudato dal politicamente corretto. Tuttavia, qualche artista libero e ribelle respira ancora dalle nostre parti, e non la manda certo a cantare con troppa diplomazia sulla faccenda in questione: “Il rap è primitivo, il rap è lavativo, ma senza detersivo, di merda odorerà; la musica di ghetti, reietti e poveretti che poi, da gran furbetti, firman la pubblicità!” (da “Retro-Marsch Kiss” dei Deviate Damaen).

L’ennesimo ossimoro mondialista: il “testamento solidale”

SCHEGGE DVRACRVXIANE

L’ennesimo ossimoro mondialista: il “testamento solidale”

Quando parte un qualche lacrimevole tormentone, inedito alla coscienza sociale consolidata, è sempre bene insospettirsi. Il Diritto testamentario è una delle branche del Diritto maggiormente radicate in quelle consuetudini di stampo giusnaturalista che sono frutto di sedimentazione millenaria, prendendo le mosse da eziologie umane immutabili nel tempo quali prelazione del sangue e gerarchie affettive del testatore, la cui generosità, al netto delle quote legittimarie, da che mondo è mondo, è destinata a soggetti da lui scelti su base elettiva e non ideologica. Pertanto sarebbe idiota creare uno spot pubblicitario che spingesse le persone a lasciare i propri quadri, le proprie collezioni di francobolli e i propri spiccioli del salvadanaio a nipoti ed amici, perché funziona già così da molto prima dei Romani, e la gente ha sempre fatto testamento in favore dei propri cari, non di sconosciuti. Il problema è che la situazione demografica è cambiata radicalmente negli ultimi decenni; e i patrimoni familiari, che un tempo non bastavano nemmeno a soddisfare le successioni legittime, oggi non si sa più a chi lasciarli, dal momento che la consanguineità e i rapporti umani “reali” sono divenuti parametri socio-giuridici scarsi di materia prima. Ebbene, si guardi il caso, è recentemente partito un tormentone mediatico che propone una concezione decisamente ossimorica di “testamento”, definita “solidale”: in pratica si tratta della solita questua ideologica (e quindi totalmente anaffettiva) a favore di non meglio identificati “soggetti umanitari”, che fa leva su un guazzabuglio di terzomondismo, cattocomunismo e politicamente corretto volti a racimolare quattrini da una società civile sempre più in dismissione, sia affettiva che finanziaria. E’ chiaro che il progetto nasce a monte, con la dissoluzione degli assetti familiari e con l’abortismo: una pianificazione che avrebbe creato a suo tempo quelle condizioni grazie alle quali poi, oggi, i partiti progressisti possono invocare l’immigrazionismo con l'alibi di rimpolpare il calo demografico degli Italiani, e si possono “invitare” i tanti single ereditieri dei patrimoni di genitori che si sono spaccati la schiena nel dopoguerra, ad individuare soluzioni testamentarie alternative a quelle tradizionali. Certo, chi non ha eredi legittimi può da sempre testare a favore di nipoti o dei figli di amici, o della squadra del cuore o della parrocchia; tuttavia è inevitabile che il diabolico mix di invecchiamento demografico e scarsezza di prole abbia creato una sorta di imbuto generazionale della ricchezza e del patrimonio immobiliare, tale da creare aleatorietà prima inesistenti; e così ecco farsi sotto miriadi di badanti arraffone, sposine e sposini “sui generis” infatuati delle pensioni di reversibilità dei loro improbabili consorti, e ora anche le questue mondialiste volte a spingere i moribondi a mollare l’osso...a chi?

Se i fricchettoni “cooperanti” cooperassero coi propri anziani non li rapirebbe nessuno

SCHEGGE DVRACRVXIANE

Se i fricchettoni “cooperanti” cooperassero coi propri anziani non li rapirebbe nessuno

Ogni tanto qualcuno (e soprattutto qualcuna) ci rimette l’incolumità, quando non le penne. E tutti a piagnucolare soccorso diplomatico alla Farnesina per liberarlo, e magari soldi dai contribuenti per foraggiare i manigoldi che l’hanno rapito (manigoldi ovviamente collusi coi loro stessi governi corrotti o inesistenti). Insomma, basta. Fatela finita di fare i fricchettoni a spese altrui; e se proprio siete stufi della vostra poca utilità sociale, magari dopo aver sbattuto la porta di casa fregandovene del destino di nonni e familiari, provate ad occuparvi dei tanti anziani e dei tanti disabili nostrani che senz’altro abbondano nelle strutture di assistenza sprovviste di personale.  Perlomeno non rischierete di finire (metaforicamente) bolliti vivi nel pentolone da gente che, credete a noi, non ha bisogno proprio di nulla se non di polli come voi.

Dalle lapidi ai citofoni: l’odio dei mondialisti per i nomi e le identità

SCHEGGE DVRACRVXIANE

Dalle lapidi ai citofoni: l’odio dei mondialisti per i nomi e le identità

I provvedimenti di “Bruxelles”, apparentemente quasi tutti sciocchi o insulsi, hanno in realtà finalità sempre ben precise: annullare le identità e spianare la strada al mondialismo. Già, perché cosa c’è di più identitario e contraddistintivo del titolo d’una strada, dei nomi sulle lapidi o dei cognomi sui citofoni? Questi ultimi, in particolare, rischiano di dare alla gente il polso di quanto stia cambiando la demografia di casa nostra; e questo non piace affatto ai burocrati della globalizzazione. Ricordate quel famoso editto di Saint Cloud che tanto addolorò Foscolo, col quale il massone Napoleone voleva allontanare i cimiteri dalla frequentazione dei cittadini? Ecco, l’intento di simili provvedimenti “europeisti” è il medesimo: togliere dalla vista della gente tutto ciò che può creare in essa ricordo, identificazione, nostalgia e memoria, per ostacolarne l’attaccamento al territorio; o, al contrario, tutto ciò che può crearvi disappunto e disagio, in caso di modificazioni violente del proprio habitat. Certo, dalle lapidi ai citofoni il passo non è così intuitivo; eppure a chi di noi non è capitato di tornare in un luogo caro e di verificare se ai portoni corrispondessero ancora i cognomi degli amichetti d’infanzia o di lontani parenti, per poi rimanere deluso nel vederli sostituiti con quelli di sconosciuti? Figurarsi quindi come possa sentirsi l’anziano salumiere di uno storico rione trasteverino, meneghino o partenopeo nel verificare, anche attraverso i nomi scritti sui citofoni degli stabili attigui alla sua bottega, che quel suo amato rione sta per trasformarsi in un suk. Ebbene, tale coscienza ambientale desta nel cittadino una consapevolezza sociale (e quindi politica) che i globalisti reputano allarmante; e di conseguenza fanno di tutto per asfaltarne le asperità sopprimendola con argomentazioni assolutamente vacue e astratte tipo la “tutela della privacy”. Come se finora fossimo stati dei barbari ad aver indicato col nostro nome ad amici, postini e ufficiali giudiziari quale pulsante premere per citofonarci! Va aggiunto che non è mai stato obbligatorio esporre sul citofono la targhetta col proprio nominativo; anzi, molti si sono sempre limitati a indicare solo il numero dell’ interno corrispondente; quindi da dove esce tutta questa foga di proibire un comportamento già deregolamentato di suo, se non da un’autentica ossessione per l’Identità? Ossessione confermata dallo scodinzolamento a quest’ennesima follia “europea” dei soliti “debunker” mondialisti, già in azione per screditare la notizia, così da anestetizzare il bruciore che la sua democratica divulgazione produce sulle intelligenze delle persone libere. Ovvio che, di questo passo, si rivarranno presto anche sulla toponomastica delle strade: poiché sanno perfettamente che, tanto per dirne una, in un’Europa zeppa di islamici diverrà presto imbarazzante mantenere in vita vie dedicate alla battaglia di Lepanto o a condottieri come Marco D’Aviano o Scipione L’Africano. Non a caso in America, patria del melting pot, in assenza di una memoria storica da vantare, nominano le vie coi numeri; ma noi che abbiamo 3000 anni di storia alle spalle possiamo permetterci di meglio. Quindi, resistiamo.

L’apartheid dei democratici USA verso candidati maschi, eterosessuali e caucasici

Foto ANSA

SCHEGGE DVRACRVXIANE

L’apartheid dei democratici USA verso candidati maschi, eterosessuali e caucasici

Nelle elezioni di mezzo mandato e dopo 2 anni di (buon) governo trumpista, i Democratici riconquistano la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti. E’ sempre avvenuto, da Reagan a Obama, che dopo i primi due anni di mandato presidenziale, il Congresso o un ramo di esso vedesse crescere l’opposizione; eppure stavolta si sfrutta la cosa per invocare una resa dei conti che, non potendo investire Trump su questioni economiche, considerato il boom in corso negli States, attacca con la solita lagna dei “diritti e delle identità delle minoranze”. Cioè, mentre noi Europei giacciamo sotto il tallone di spread e borsa, gli Americani sputano sul benessere sudatosi dall’amministrazione Trump, e giocano a fare gli idealisti? Ma ci faccia il piacere, ci faccia! Ebbene ecco a voi (nella carrellata fotografica allegata) le assurdità che passa il convento mediatico in proposito: “la grande opportunità di avere un governatore donna..” … “sarebbe la prima governatrice afroamericana..” … “il primo governatore dichiaratamente omosessuale della storia americana..”. Come se non essere donna, gay o di origini esotiche equivalesse ad essere delinquenti e coglioni. Ma insomma, perché mai un candidato dovrebbe essere votato in quanto donna e non in quanto buon politico? Perché mai un politico di origini italiane, ispaniche o africane dovrebbe diventare un governatore più capace di un qualsiasi politico biondo con gli occhi azzurri? E perché mai un governatore omosessuale dovrebbe rivelarsi più onesto e fattivo rispetto ad uno di orientamento eterosessuale? Dov’è finita quella sana trasversalità democratica che rende le ricette politiche, repubblicana o democratica che siano, preferibili in quanto tali e a prescindere dal colore della pelle o dal sesso di chi le propone? Ma che mondo è quello in cui i parametri di eleggibilità divengono sessisti e razzialisti? Dov’è finito il principio d’uguaglianza fra esseri umani consacrato all’articolo 3 della nostra Costituzione? (nonché in quella statunitense). Ecco, basterebbe rispondere con un po’ di buon senso a queste domande per capire quanto invasata, antidemocratica e pericolosa sia la piega intrapresa dal fronte globalista in tutto l’Occidente: la continua rivendicazione di istanze astratte e ideologiche usate come grimaldello per consolidare l’avvento di una dittatura multietnica. Sì, dittatura, perché quando si pretende di piegare il pluralismo di una democrazia modificandone con la forza gli equilibri demografici, di pluralista rimane ben poco. Nel frattempo, in Italia nasce il primo partito etnicista dal sinistro nome di “Afroitalian Power Initiative”; proviamo solo ad immaginare il pandemonio che si sarebbe scatenato se qualcuno avesse solo osato aggregare la parola “power” (potere) ad un'apposizione che non contemplasse il prefisso “afro”. Basta ingiustizie, basta subdolo razzismo mascherato da politicamente corretto.  

Caso Bossetti: omicidi insoluti e capri espiatori politicamente corretti

Foto ANSA

SCHEGGE DVRACRVXIANE

Caso Bossetti: omicidi insoluti e capri espiatori politicamente corretti

Partiamo dal presupposto che è oramai palesata senza troppi pudori l’intenzione dell’establishment politico-economico mondialista di “diluire” l’europeità dei popoli europei per calmierarne quell’emancipazione giuridica e culturale che, nei secoli, li ha resi troppo esosi rispetto alla media globale; e a giudicare dal cambio di rotta elettorale in voga in Europa, la gente sembrerebbe finalmente averlo capito. Bene, lo ha capito, ma con quale ritardo rispetto a quanto avrebbe fatto se le avvisaglie iniziali di tale progetto fossero state più evidenti?! Consapevoli, infatti, dell’inusitatezza e dell’inaccettabilità di un colpo di mano di tale portata, i potentati globalisti si erano premuniti per silenziarne tutte le possibili controindicazioni manifestatesi a danno della gente sin dai primi anni ’90: e così (perlomeno questo è l’oggetto della nostra riflessione), i poteri forti potrebbero aver lasciato “insoluti” tutta una serie di misteri piccoli e grandi, là dove la loro soluzione sarebbe stata allarmante per un’opinione pubblica che, fosse stata resa consapevole, avrebbe elettoralmente reagito prima. Insomma, col senno di poi, non si può non dare lettura adeguata di quei sintomi iniziali del malessere sociale programmato che ora possono finalmente essere decodificati con la giusta lucidità. Guardando ai primi anni ’90, infatti, se su un fronte iniziava il lavaggio del cervello mediatico sulla santificazione del migrante, ovvero il più sconosciuto degli sconosciuti considerando quanto già sia arduo individuare animo e intenzioni di un qualsiasi connazionale cresciuto nel nostro medesimo contesto culturale ed educazionale, sull’altro fronte già si tacitavano le malefatte compiute da stranieri. E così abbiamo assistito nel tempo a picconatori di passanti, massacratori di anziani e persino ragazzotti beccati con cadaveri fatti a pezzi in valigia, che sono stati scagionati, giustificati, alleggeriti nelle condanne e nella percezione mediatica dei loro crimini (come quegli scafisti che avrebbero agito in “stato di necessità”). Ma mano a mano, la frequenza dei casi fattasi esponenziale ha iniziato a parlare alla gente con voce propria, nonostante i disperati depistaggi inscenati dalla propaganda immigrazionista, connivente con quello che l’antropologa Ida Magli chiamava “Il Laboratorio Per La Distruzione”. E allora sarebbe forse il caso di domandarci, guardandoci indietro, quanti casi siano rimasti “insoluti” più per l’inopportunità di risolverli che non per l’incapacità di farlo; quante vittime siano state private della giustizia solo perché non sarebbe stato prudente dare in pasto all’opinione pubblica la reale identità dei loro aguzzini; e, soprattutto, se tanto ci da tanto, sarebbe il caso di domandarci quanti presunti colpevoli siano diventati capri espiatori in favore di veri, ma innominabili, colpevoli. Non a caso, là dove non è stato possibile pasticciare le carte per via d’una dinamica troppo palese del fattaccio, si è provato a farlo almeno mediaticamente dilazionando la pubblicazione dell’identità dei criminali rispetto all’accadimento del crimine, come nel caso della bambina trovata morta nel campo Rom non certo a seguito del boccone di mozzarella inizialmente additato come responsabile del suo decesso, ma perché seviziata (da Il Mattino.it del 27 10 2017). O come accaduto con la diciannovenne di Castagneto Carducci, uccisa da un senegalese che solo grazie alla pervicacia di innumerevoli approfondimenti di indagine è stato inchiodato alla sua colpevolezza (da La Nazione, cronaca di Livorno del 14 6 2013). Ma a fronte di situazioni ove, pur con gran ritardo e grande stitichezza mediatica, è stata raggiunta una verità che sarebbe stato troppo sfacciato occultare, ce ne sono state molte altre rimaste “misteriosamente” appese. Ed hanno tutte precisi comuni denominatori: 1, sono casi verificatisi in anni nei quali l’opinione pubblica non era ancora avvezza ad accettare fatti di sangue riguardanti bambini e giovani donne come consueti, e quindi non andava spaventata; 2, si tratta di casi resi particolarmente attenzionabili, oltre che per una cruenza del tutto inedita alla cronaca nostrana, per aver visto colpiti non più solo obbiettivi sensibili come poliziotti, mafiosi o terroristi, ma gente comune colpevole solo di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. 3, in quasi tutti questi casi, prima o dopo, s’è trovato un qualche straniero di mezzo: il delitto dell’Olgiata, che solo con molto ritardo rivelerà come omicida il domestico filippino; la strage di Erba, un caso ben più ricco di dubbi che di certezze, con una scena del crimine data alle fiamme, e con un Azouz Marzouk, il pregiudicato inizialmente incriminato e poi scagionato a scapito dei due “pittoreschi” coniugi Romano, che a pochi giorni dall'uccisione del figlioletto, anche lui fra le vittime della strage, trovava la disinvoltura di partecipare a comparsate in discoteca in compagnia di Corona & co. (fonte: TgCom del 9-6-2007). Il delitto di Meredith Kercher, ove la condanna dell’unico responsabile accertato, nonché reo confesso, l’ivoriano Rudy Guede, è stata scandalosamente offuscata da una campagna mediatica tutta incentrata su presunti complici rivelatisi poi candidi quanto il colore della loro carnagione. Recentemente si è concluso anche il caso di Yara Gambirasio con la condanna dell’italianissimo Bossetti; una vicenda investigativa e processuale che ha visto scendere in campo in difesa dell'operaio bresciano giornalisti del calibro di Vittorio Feltri, e che pullula di inchieste giornalistico-forensi che pongono rilevantissimi dubbi sulla conduzione delle indagini nonché sulla colpevolezza del condannato; e anche qui, in prima istanza, era stato visto coinvolto uno straniero, poi scagionato in un secondo momento. A questo punto, verificando quanto la stampa di regime preferisca aprioristicamente puntare il dito contro mariti, genitori, fratelli e vicini di casa della vittima, piuttosto che contro soggetti esterni alla sua cerchia e quindi ben più realisticamente svincolati empaticamente dalla vittima medesima, come non pensar male su un sacco di altre storie rimaste “in sospeso”?! Pensiamo al caso di Denise Pepitone, dove certi media sembravano felici di poter cavalcare il movente familiare, a quanto pare definitivamente escluso in favore di nuove impronte digitali comparse sul suo sventurato tracciato (Il Giornale del 21 9 2018); o al giallo di Cogne, al delitto di Garlasco, al caso Orlandi...e a tanti, troppi altri casi dubbi o insoluti. Già, perché c’è un ultimo comun denominatore che potrebbe ricondurre tali casi a crimini commessi da “innominabili”: la totale assenza di movente. Ti trovi lì, passa un annoiato picconatore furioso dei tanti che vediamo in giro (da Kabobo al caso di Reutlingen o a quello di Pamela Mastropietro), e ti ammazza, violenta o sevizia per pura barbarie, senza quel movente che presso latitudini giuridicamente evolute come la nostra è elemento logico imprescindibile per ipotizzare un capo d’imputazione. Al che, spiazzati dalla totale assenza di moventi plausibili, magari ci si accontenta di colpevoli improbabili ma perlomeno “politicamente corretti”. Ebbene, cotanta “approssimazione”, dolosa o colposa che sia, potrebbe essere dietro ad ogni caso dubbio o insoluto e a spese di capri espiatori tirati in ballo solo per parare il culo ai danni collaterali d’un’accoglienza indiscriminata costataci un prezzo davvero troppo alto.

Nello strabico mondo dei Sinistrucoli l'omicidio di una sedicenne non è femminicidio...

SCHEGGE DVRACRVXIANE

Nello strabico mondo dei Sinistrucoli l'omicidio di una sedicenne non è femminicidio...

L’eccesso di malefatte dell’implodente universo “progressista” ha finalmente gettato i suoi occhiali scuri firmati per lasciare il posto a bulbi oculari rabbiosi, sanguinolenti e soprattutto strabici. Nel loro delirio ideologico di moribondi elettorali, se viene uccisa qualche sventurata, magari per il fatale investimento da parte di un coniuge rincoglionito, loro chiocciano di femminicidio; ma se ad essere stuprata per 12 ore e poi massacrata senza pietà da clandestini è una minorenne colpevole solo di frequentare ambientacci, la tragedia diventa il triste esito di una cattiva integrazione della quale sarebbe responsabile niente po’ po’ di meno che il vituperato ministro Salvini. Altresì, se associazioni di immigrati islamici, che da decenni usurpano il compatimento degli Italiani estorto dalle sinistre immigrazioniste con un lavaggio del cervello quotidiano basato su un falso presupposto di “bisogno”, si aggiudicano aste da mezzo milione di euro che faranno finire nelle loro mani antiche chiese da convertire in moschee, i sinistri ci scherzano sopra con le faccine da twitter (da La Repubblica.it Milano del 25 ott 2018).. Infine, una legge di buon senso come quella che consente ad una persona anziana, magari allettata, di potersi difendere con ogni mezzo contro tre energumeni che ne violano il domicilio nel cuore della notte, viene accolta dal sinistrume con il tipico livore giacobino di chi predica pauperismo sputando sul valore della vita umana ed invertendo dogmaticamente i rapporti di forza fra quella persona anziana e i tre energumeni entratigli in casa non solo per derubarla, ma per massacrarla. Per decenni c’avete raccontato cazzate che noi svegli abbiamo puntualmente sfatato come tali una ad una; ebbene continueremo a farlo finché anche l’ultimo Italiano dormiente non avrà capito quanto poco ve ne freghi di lui.

Se davvero volessero ripopolare Riace, non predicherebbero di aborto in un paese di culle vuote

SCHEGGE DVRACRVXIANE

Se davvero volessero ripopolare Riace, non predicherebbero di aborto in un paese di culle vuote

Il problema dei migranti clandestini non è dove metterli, ma se ammetterli. L’Australia è una terra sconfinata; eppure il loro celeberrimo modello “No Way” non pone questioni di spazio, ma regola l’accesso ai confini di un paese sovrano sulla base di precisi requisiti giuridici dei richiedenti. Non è un concetto difficile da capire. Per cui, tutti coloro che inscenano giostrine umanitarie per aggirare un principio di legge così banale, lungi dall’essere i benefattori che millantano, sono persone in cattiva fede che mirano solo a realizzare losche progettualità “demografiche”di ben più ampia e prosaica portata del semplice “buon cuore”. Se davvero si intendesse ripopolare i borghi abbandonati, infatti, se ne sarebbero offerte le case agli italiani indigenti, sfollati e terremotati che dormono in auto, roulotte e sotto i ponti; forse non tutti avrebbero accettato, ma perché non provare?! La solidarietà ha delle priorità logiche prima che giuridiche e/o religiose: “proximus” significa “vicino”; per cui l’evangelico prossimo del sindaco di Riace sarebbero dovuti essere gli Italiani senza casa, non i clandestini che la casa l’hanno lasciata in Africa per venire a comprarsi scarpe di marca in Europa (perché, scusate, che cos’altro sarebbero i “migranti economici” se non questo?!). Se davvero lo scopo fosse la salvaguardia di un valore oggettivo e non ideologico, l’argomento sarebbe valutato da sociologi e demografi di trasversale buon senso, anziché divenire l’immancabile preda mediatica di avvoltoi appollaiati dalla solita parte politica. La clandestinità non si sana regalando case per arruffianarsi la fedeltà elettorale e la soggezione psicologica dei donatari; non sono bambini o minorati mentali, i migranti; sono persone come tutti noi che devono prendersi le loro responsabilità di cittadini africani, o almeno dovrebbero. Quanto all’ipocrita argomento di voler ripopolare l’Italia per compensarne la decrescita, se davvero fosse questa l’intenzione dei santoni dell’accoglienza, si incentiverebbero le famiglie italiane a figliare, anziché continuare a predicare un abortismo vuoto e anacronistico che, col senno di poi e numeri demografici alla mano, sembrerebbe essere stato, a suo tempo, progettato a bella posta per decimare gli autoctoni e poter poi giocare in prospettiva la subdola carta della “necessità” demografica di migranti. Piuttosto andrebbe apprezzata l’opportunità di una bassa densità di popolazione, come osserva la signora Grassi, novantenne, unica abitante di un borgo della Valle Cannobina, che è stata due sole volte al cinema in vita sua e che vive felicissima nel silenzio della natura. Il benessere di un territorio non è dato dalla densità della sua popolazione, ma dal tenore della vita che vi si conduce e dal livello di civilizzazione di chi lo abita, coefficienti non sempre direttamente proporzionali alla densità di popolazione medesima. La cittadinanza, al contrario, è un parametro di priorità giuridica, oltre che spirituale, che ha segnato la storia universale, ha contraddistinto principi di rilievo costituzionale come quelli di “popolo” e di “sovranità territoriale” che regolamentano la vita civile partendo dalla nazione sino al più piccolo condominio. Va notato che le categorie “raccatta-migranti”, pur apparentemente molto eterogenee fra loro, hanno come comun denominatore proprio la ricerca del vantaggio: gli imprenditori, che cercano manovalanza a basso costo; i preti, che patiscono la penuria di fedeli e tentano di reclutarli altrove, incuranti dell’incompatibilità fra fedi diverse; infine, i partiti globalisti che, sentitisi oramai scoperti nel loro aver preso per il culo gli Italiani (compresi quelli che si posizionavano a sinistra) ne han perso quel voto che ora tentano di recuperare dai “nuovi cittadini”. Pensare che antropizzare un determinato luogo significhi deportarvi degli esseri umani alla rinfusa, anziché coltivarvi una demografia autoctona legata a quel territorio da un’ancestralità tradizionale, è esattamente come aver portato gli schiavi africani in America: si creeranno dei ghetti, delle banlieu, perché nessuna cultura si assorbe dalle pietre di un determinato territorio, piuttosto dalla gente che lo abita: forse che si continuerebbero a mangiare prelibatezze suine regionali come Nduja e soppressate, in una Calabria divenuta in maggioranza musulmana?! “Sono solo poche centinaia di migranti”, ripetono come dischi rotti gli immigrazionisti: ma se, invasati come sono, inneggiano a Riace in quanto modello di accoglienza, evidentemente lo considerano solo l’inizio di quello che per gli Italiani diventerà presto una sorta di apartheid: poiché, quanto a dimensioni, i continenti d’immigrazione stanno all’Italia esattamente come l’Italia sta al piccolo comune di Riace. E ciò che paventiamo è già cronaca: a Milano hanno tolto il maiale dai menù scolastici per andare incontro alle famiglie islamiche (da Il Giornale del 12/10/18), mentre a Roma il “modello Riace” segna l’ennesimo stupro in un centro d’accoglienza (Il Giornale 12/10/18).  Quindi, caro sindaco di Riace, anziché fare la vittima col pugno alzato, si prenda le sue responsabilità e dica chiaramente agli Italiani che cosa vuol fare di loro; e poi provi a farsi rieleggere..da loro!

Furono gli imperatori globalisti a distruggere lo spirito greco-romano dell'impero, iniziando dall’abolizione delle Olimpiadi

SCHEGGE DVRACRVXIANE

Furono gli imperatori globalisti a distruggere lo spirito greco-romano dell'Impero, iniziando dall’abolizione delle Olimpiadi

Verissimo, l’Impero romano di Caracalla era “global” e multietnico; e difatti crollò. Non paghi delle cazzate sulla provenienza africana di Adamo ed Eva (smentite ampiamente dalla scienza grazie ai continui ritrovamenti paleontologici che attestano differenti origini per i differenti gruppi etnici del globo), ora i globalisti ci ammorbano con gli imperatori romani “colorati” (come riporta l’articolo de La Repubblica del 10 agosto 2017). Del resto, quando mai li avremmo sentiti decantare l’antica Roma, se non per sparare qualcuna delle loro boiate immigrazioniste?! Ci voleva il loro livello intellettuale per scoprire che un impero vasto dalle Colonne d’Ercole alla penisola arabica non poteva certo essere etnicamente costituito dagli stretti familiari di Romolo e Remo. La grandezza di Roma e dell’immensa Civiltà latina è stata proprio quella di assurgere a forgia politico-culturale dell'intero Occidente partendo da un piccolo borgo di pastori e segnando tutte le tappe politiche più evolute: città-stato, monarchia, repubblica, principato ed infine dominato, per poi terminare, come ogni stella che si rispetti, con l’implodere in un qualcosa di talmente sbrodolato rispetto alle compatibilità estetiche e culturali dei primordi, da non essere stato più capace di supportare la “romanitas” presso i troppo eterogenei gruppi etnici che – certo di mala voglia – erano stati inglobati in secoli di conquiste militari. Impero è un’accezione politica generica e vuota di significato se non supportata da una coesione etnico-culturale. Finché Roma conquistava Sutri o il Sannio, infatti, acquisiva demograficamente entità politiche sì estranee ai suoi confini iniziali, ma assolutamente armoniche ai suoi valori etnico-spirituali e al suo tenore estetico-culturale. Al contrario, occupando territori etnicamente troppo distanti, come quelli mediorientali ad esempio, veniva meno qualsiasi altro collante che non fosse l’imposizione delle armi; e difatti, nelle province più orientali o meridionali, furono casini amari, come le vicende evangeliche ben testimoniano. Certo, che fossero Umbri, Sanniti o Siriani, sempre di menar le mani si trattava nel conquistare un territorio da parte di Roma; ma un conto era menarle fra cugini per gestire un’eredità comunque familiare (come accadde con la Grecia, che non venne conquistata ma assorbita), altro era menarle contro genti che percepivano i Romani come meri alieni invasori a cui riservare solo resistenza e odio etnico. Prova ne sia che, benché il nordafrica sia stato romanizzato molto prima della Britannia o della Germania, caduto l’Impero, i nordafricani non han perso tempo a tornare ciò che erano prima della conquista romana (e tutt’oggi ne “godiamo” gli effetti). Mentre i nordeuropei, addirittura ben più distanti geograficamente da Roma rispetto a Cartagine, non solo hanno ereditato l’Impero attraverso l'opera di Carlo Magno (un impero durato dalla caduta di Roma sino alla Prima Guerra mondiale), ma hanno mantenuto lingue, diritto ed estetica ben più romanizzati di quelli degli stessi attuali Italiani (si pensi ai kilt scozzesi, al tenere la sinistra stradale degli Inglesi esattamente come facevano i Romani, alla lingua tedesca così simile al Latino, alle iconografie araldiche, alle fisiognomiche pittorico-scultoree di tutto il nordeuropa basate su stilemi profondamente classici). Si faccia un salto ad Avignone, a Bath o a Treviri, e poi uno a Tunisi, al Cairo o a Istanbul per confrontare quali impianti urbanistico-architettonici rispecchiano ancora quelli di Roma e di Atene e quali no. Insomma tutto ciò che di romano è esondato dai confini etnico-culturali d’Europa è risultato solo una sterile semina di civiltà e non è sopravvissuto alla permanenza delle legioni. Quindi, nel suo espandersi troppo, l’Impero firmò la sua condanna; condanna che sarà poi eseguita con grande piacere da imperatori “globalisti” ante litteram come Caracalla, il cui editto, estendendo a chiunque quella cittadinanza romana che costituiva il principale “discrimen” fra il Civis Romanus e il resto del mondo, fu un provvedimento ossimorico che distrusse la concezione stessa di “romanità”, rendendo l’Impero una struttura spiritualmente fatiscente. Lo stesso Impero romano d’Oriente non era più Roma giacché non più costituito da Romani; e difatti durerà poco. Al contrario, il Sacro Romano Impero dei Tedeschi manterrà l’Europa salda e “romana”, iniziando dalla lingua ufficiale che resterà il latino, proseguendo con la Legge che resterà quella di Roma, per finire con la difesa dell’Europa dal pericolo islamico e con la vulgata romanizzata di un cristianesimo oramai “canonizzato” e quindi totalmente sovrascritto dal diritto e dalla spiritualità dei Latini. Non è un caso che Greci e Romani moderni (insieme forse agli Austriaci e agli Islandesi), non avendo perpetrato il mefitico colonialismo di altre nazioni occidentali, pur trascorsi 3000 anni dall’Antichità, restano tuttora i popoli europei meno meticciati e più somiglianti ai loro ancestri raffigurati da statue e mosaici, segno che tutta la contaminazione di cui parlano i predicatori di fratellanza universale non è mai esistita. E a proposito di Grecia: le Olimpiadi, la millenaria epopea differenzialista per eccellenza, in cui la celebrazione sportiva trovava la sua ragion d’essere proprio nella diversità di sangue e di genere dei competitori, non potevano essere tollerate da chi, allora come ora, pretendeva di schiacciare con la forza le differenze esistenti fra i popoli. Così Teodosio, altro bel genio di imperatore, le abolirà con la stessa foga globalista con cui porrà fuori legge il paganesimo tradizionale, colpevole anch’esso di testimoniare la bellezza delle differenze insite nell’antropomorfismo delle varie divinità olimpiche, nell’intento di sradicare ogni residuo di romanità dai Romani. Ebbene oggi la storia torna a ripetersi: e il globalismo, con il suo odio per il senso d’Appartenenza e per l’ancestralità, tenta nuovamente di seppellire quelle tracce di verità che fortunatamente non sono state disegnate sulla sabbia da quattro fricchettoni, ma sono state scolpite nel marmo da chi è orgoglioso delle proprie origini.

Il sinistrume elogia i due anziani pestati a sangue solo per affossare quella “legittima difesa” che avrebbe potuto salvarli

SCHEGGE DVRACRVXIANE

Il sinistrume elogia i due anziani pestati a sangue solo per affossare quella “legittima difesa” che avrebbe potuto salvarli

In genere fanno di tutto per occultare mediaticamente fatti di sangue compiuti da stranieri, con la storiella di non alimentare il razzismo (mentre scriviamo, sono stati arrestati tre rumeni). Ma stavolta no: sono gli stessi Sinistri a ciarlare come lavandaie della vicenda dei poveri signori Martelli di Lanciano; ovviamente non lo fan di certo per criminalizzare gli aguzzini, per invocare giustizia o per compatire la coppia di sventurati anziani aggrediti nel cuore della notte in casa propria. No, loro, “i “buoni”, i “progressisti”, quelli con le ville ai Parioli e i costosissimi impianti d’allarme negli attici, fingono di elogiare l’anziano ridotto in fin di vita da quattro belve a mani nude, dopo che alla moglie hanno mutilato l’orecchio con una roncola, solo per attribuirgli dichiarazioni contrarie alla legittima difesa (peraltro smentite da un video pubblicato a “Stasera Italia”, come riporta “L'eco Del Molise” del 25 9 2018). Sia ben chiaro, non mettiamo in dubbio l’indole pacifica e mite dell’uomo, la sua infinita dignità, il suo ammirevole coraggio; anzi, li consideriamo tutti elementi atti a svergognare ulteriormente la vigliaccheria di macellai nullafacenti e ben pasciuti, capaci solo di vittimizzare persone più deboli di loro (dato che non ci risulta siano andati a cercare rogna esattamente in una palestra di Casapound). Ed è proprio in nome della difesa dei più deboli che invochiamo la forza della Legge e il diritto di difenderli e di difenderci senza che qualche sessantottino interprete del Codice Penale possa arbitrariamente impugnare la liceità della nostra reazione all’interno di mura domestiche violate da gente assetata di sangue. E invece no, per i companeros l’incolumità delle belve conta più di quella delle vittime; e quindi elogiano la vittima solo se conciliante verso l’aguzzino, non in quanto vittima. Tipico dell’ossessa ideologia di sinistra, per cui chi delinque lo fa per bisogno e chi si difende è solo un reazionario che in qualche modo merita l’esproprio; un esproprio che all’epoca della lotta di classe chiamavano “proletario”, ma adesso che i proletari votano Salvini perché stufi di prenderlo nel culo dalle sinistre immigrazioniste, queste ultime non c'hanno messo molto a sostituire i “proletari” con gli “immigrati”. I discorsi stanno a zero. Chi è ostile alla legittima difesa è complice di quelle belve.  

LIBERA LA BESTIA CHE C'È IN TE!

Contribuisci anche tu alla sezione LIVE NEWS, inviandoci un video, una foto o un articolo!

partecipa inviandoci i tuoi:


MC S.R.L.
sede legale: viale Vittorio Emanuele II, 23 - 24121 Bergamo
C.f./P.IVA: 04061980167 - R.E.A.: BG-431792
Email: INFO@ILPOPULISTA.IT

direttore: MARCO DOZIO
CONDIRETTORE: alessandro morelli

ILPOPULISTA.IT È UNA TESTATA TELEMATICA REGISTRATA PRESSO IL TRIBUNALE DI MILANO, N. 121 DEL 27/04/2015

per i tuoi annunci: PUBBLICITA@MC-SRL.EU