Helmut Leftbuster

Helmut Leftbuster

Helmut Leftbuster nasce a Roma abbastanza tardi da essersi goduto i mefitici effluvi scolastici e universitari del ’68. Nella vita non scrive (semmai parla!), ma lo fa per passione e missione, essendo un convinto assertore di quelle libertà di pensiero e di opinione che, ben 3000 anni dopo Atene e Roma, vengono messe sotto assedio da una sorta di Pensiero unico depressivo, nichilista e soprattutto antidemocratico. Il suo nome nasce dal connubio fra l’aulicità del romanticismo nibelungico e lo humor “trash” col quale Egli si rende guastatore delle peggiori ipocrisie progressiste e radical-chic. Il “castigat ridendo mores” contraddistingue da sempre il tenore tematico e stilistico sia delle sue collaborazioni (Qelsi, Arianna Editrice e, ora, anche Il Populista) sia della gestione del blog che coordina, Aristocrazia Dvracrvxiana, ove si ciondola dal ghibellinismo dantesco (la “Dvra Crvx” del Poeta e non la “moscia crux” di 4 fricchettoni post-conciliari) a ricette gastronomiche identitarie messe a tavola per onorare  contadini e pastori nostrani ed indurre giovanissimi e massaie a dire "basta!" a venefiche porcherie sottocosto globalizzate e a cazzarate eque e solidali. Il suo motto è «alla "povertà" si guarda, non si crede».

Intellettuali a caccia di arcani su una scimmia che balla

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Intellettuali a caccia di arcani su una scimmia che balla

Sanremo è da sempre costume, e il costume, da sempre, lo si critica. Ebbene, il Festival della canzone italiana vive la dilaniante contraddizione di essere storicamente ancorato ad un congenito nazionalismo testuale e stilistico che, sotto la pressione globalizzatrice di questi tempi, viene vissuto dagli apparati organizzatori a denti sempre più stretti. E poiché tale sudditanza ideologica è come la salsa del panino quando, non uscendo da dove si morde, comincia a colare dai lati e ad inguacchiare tutto, quest'anno c'han fatto pagare lo scotto dell’italianità della Canzone facendone vincere una piena di esotismi, sushi e scimmioni danzanti che mettessero alla berlina ogni residuo “spiritus occidentalis”. Ora, molti critici si sperticheranno nel dimostrarci che “Occidentalis Karma” è un brano leggero, satirico, goliardico; oppure ci racconteranno che è pieno di citazioni dotte mirate ad erudire il pubblico (la rima "panta rei/singing in the rain", oltre che essere penosa, cita uno dei pochi brocardi classici sfruttabili a vantaggio della dottrina  progressista/mondialista/sostituzionista). Persino il titolo del brano echeggia come una beffa, con l’aggettivo latino “occidentalis” trasformato in genitivo sassone “occidentali’s” al fine di svilirne l’eccessiva aulicità del suono. Insomma, il brano sembra proprio voler dimostrare che il “karma” del colto Occidente è quello di estinguersi e abdicare in favore di civiltà più sempliciotte e convenienti. Mmm... E se invece stessimo toppando? Se, al contrario, il buon Gabbani avesse voluto, attraverso questo brano, subliminalmente invitarci a smetterla con gli esotismi, col servilismo allofilo e con l’esterofilia? Certo, è difficile credere che l’avrebbero fatto vincere se le sue intenzioni liriche fossero davvero state all'insegna della riscossa identitaria degli Italiani o degli Occidentali. Tuttavia, una cosa è certa: l’argomento è oramai palesemente topico e campale su ogni fronte. E da questo punto di vista gli stessi nemici dell’Identità e dell’Appartenenza, volenti o nolenti, hanno fomentato tale consapevolezza generalizzandola sino al punto da farsene sfuggire il controllo proprio a causa della loro stessa ossessione. Persino La Repubblica, oramai, parla di "invasione silenziosa". E se lo dicono loro...buon occidentali's karma a tutti!

Pur di difendere le palme, i compañeros si schierano con le multinazionali ed invocano "ordine e polizia"

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Pur di difendere le palme, i compañeros si schierano con le multinazionali ed invocano "ordine e polizia"

Prosegue sempre più grottesca la telenovela delle palme a Milano, talmente invise alla cittadinanza da necessitare scorte armate a loro tutela che vengono così sottratte alla difesa dei cittadini, soprattutto a quella delle categorie più deboli e indifese. Ma è mai successo che una pianta necessiti della polizia?! E allora non vi viene in mente che il tiranno sia colui che ne ha imposto la presenza ad evidente simbolo di un'ideologia di sottomissione estetica e culturale, e non colui che vorrebbe solo partecipare con maggiore consapevolezza alla gestione democratica delle proprie tasse? Ebbene, nonostante i copiosi presidi e le inferriate di protezione, qualche buontempone annerisce un po' di corteccia e per i media è "l'Inferno di Cristallo", quando si tace puntualmente sulle devastazioni e sugli incendi notturni che con quotidiana reiterazione devastano periferie e non solo. Che desolazione: in un agone politico senza più destre né sinistre, ma combattuto oramai fra Appartenenza e Nichilismo, i companeros dei "centri sociali", i duri&puri "No Global", i nemici giurati dello sfruttamento del lavoro sottopagato, anziché sputare in faccia a quel "progressismo" che ha tradito Il Capitale del buon Marx con il Turbo-capitalismo di affaristi miliardari che usano l'immigrazione per scudare i propri loschi intenti, difendono strenuamente 4 palme finanziate da una multinazionale. Se non è sottomissione questa...

Si starnazza per la sindaca satirata, ma si tace sulla minorenne violentata

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Si starnazza per la sindaca satirata, ma si tace sulla minorenne violentata

E mentre a Genova valorosi “antifascisti” sfruttano il passaggio di un’ambulanza destinata ad un bambino per sfondare il cordone di polizia e assediare un libero consesso di Destre europee pacificamente riunito in città, sui media femministe d’ogni risma assediano la libertà di stampa indignate per un satirico titolo del quotidiano Libero sulle “patate bollenti” da giorni in carico alla sindaca Raggi, sorvolando però sulle ben poco satiriche botte e violenze subite in quelle stesse ore da una quindicenne stuprata in treno, in pieno giorno, da un gruppo di immigrati. Certo, qualche giornale ha provato come al solito a farfugliare sull’identità del branco di stupratori, ma fortunatamente verificare se un individuo non sia propriamente islandese resta un'operazione piuttosto basica. Insomma, siamo di fronte ai soliti strabismi politicamente corretti che santificano i caini e crocifiggono gli abeli. E a proposito di strabismi e sindachesse grilline: i Pentastellati, che in campagna elettorale straparlano di prodotti a “Chilometro 0” e di incentivi ai piccoli produttori, a Roma chiudono il celebre mercato del Circo Massimo, l’unico ancora affidato a produttori laziali d.o.c. che si fanno il mazzo da una vita per rifornire la capitale di prodotti genuini e tracciabili, mentre ovunque, nel silenzio di controlli contabili e sanitari, affiorano negozietti cinesi, frutterie a basso costo (foto) e altre amenità esotiche che caricano di contanti le miriadi di "money transfer" spuntate come funghi ovunque. Morale dell’articolo: anche se lo strabismo è di moda, noi restiamo fieramente convinti che a guardar dritto si viva meglio. E così continueremo a fare.

Palme in piazza Duomo, triste acquario globalista...

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Palme in piazza Duomo, triste acquario globalista...

Le palme nascono ove la natura ha creato loro le condizioni ambientali per crescere. Non sono le piante a determinare l’habitat di un sito, ma è l’habitat (altitudine, latitudine, clima) a stabilire quali di esse possano proliferarvi o meno. E L’habitat di un determinato luogo non lo stabilisce l’Uomo, che ne è un prodotto a sua volta, ma lo stabilisce la Natura. Non è un caso che per comporre gli acquari si usino piantine di plastica compatibili con le razze dei pesci che vi si vogliono inserire, regolando altrettanto opportunamente la temperatura dell’acqua, il cibo da propinargli, la quantità di luce da offrirgli. Ma sono acquari domestici, appunto, non sono una pubblica piazza a cielo aperto per il mantenimento della quale i cittadini pagano fior di quattrini. Quelle palme conficcate a forza davanti alle guglie gotiche del Duomo di Milano non sono altro che l’equivalente di un “lager” umano e botanico, ove l’Uomo si vede violentare la propria armonia estetica, ambientale e storica d’appartenenza, e la Pianta si vede strumentalizzata a fini ideologici per realizzare artificiosamente quel "perfetto mondo globalizzato” in cui far prevalere i modelli di habitat statisticamente maggioritari a livello globale. Già, poiché di palme nel mondo ce ne sono ben più che di abeti, tante volte qualche imbecille volesse interpretare il palmizio meneghino come un omaggio alle "minoranze del mondo". Se spianiamo un bel planisfero sul tavolo, infatti, noteremo come anche a livello botanico l'Occidente sia oramai in via d'estinzione rispetto alla prevalenza di ambientazioni esotiche che noi, scioccamente, da occidentali, consideriamo "minoranza" solo perché non le abbiamo sotto gli occhi; se guardiamo un panorama montano, il mare non lo vediamo nemmeno, quasi non esistesse; eppure esso resta oggettivamente il 70% del pianeta anche mentre noi siamo in montagna. Ebbene il mondo è ben più "esotico" che occidentale: e allora con quale logica vogliamo esoticizzare anche quel po' d'Occidente rimasto a casa nostra?! Governi ben più avveduti e progrediti di quello attuale, in passato, si spesero in avveniristiche opere di riforestazione volte rimpinguare di abetaie le nostre montagne proprio per garantire un futuro di salubrità ambientale alla propria popolazione; e lo fecero secondo parametri scientifici di rimboschimento tuttora citati ai più alti livelli enciclopedici (Monte Giano, Monti Simbruini, abetaie di Pescopennataro). Altro che palmizi su cui far pisciare i cagnolini dei radical-chic a passeggio per Milano. Speriamo che almeno quel piscio si riveli fatale per quegli obbrobri botanici, coadiuvato magari da freddo e nebbia. Auspichiamo che insomma la Natura si comporti da madre austera e giusta quale dev'essere, ponendo fine a queste cazzate.

Vi ricordate quando a scuola ci insegnavano...

...che si devono amare il padre e la madre prima di ogni altra persona e cosa al mondo ? Ci insegnavano che la massima evangelica dell’amare il prossimo tuo come te stesso deve prendere le mosse proprio da quel saper amare se stessi che la sua vulgata cattocomunista ha ormai ridotto a mero dettaglio. Ci insegnavano che qui da noi non si sputa in terra, sebbene altrove lo facciano per consolidata abitudine culturale. Ci insegnavano che i parchi vanno tenuti puliti per il bene comune e che lattine e bottiglie si ripongono nei cestini. Ci insegnavano che non si schiamazza per strada. Ci insegnavano che si onora la Patria; e che essa si chiama Italia, non Europa, né tantomeno “mondo”. Ci insegnavano che si rispettano gli anziani, e che ognuno di essi potrebbe essere un nostro nonno o una nostra nonna. Ci insegnavano che a scuola ci si alza in piedi quando entra l’insegnante, non tanto come atto di sottomissione alla gerarchia, quanto come saluto collettivo che corrobora lo spirito di corpo e simboleggia il rispetto delle norme di convivenza civile. Ci insegnavano che la lingua italiana ha delle regole da far valere con rigore, non solo perché finalizzate a renderla strumento di chiara comprensione fra concittadini, ma anche per onorarne i nobili trascorsi storici. E che non bisogna rinunciare quindi ad usarla correttamente per timore di passare da “secchioni” rispetto allo sciattume nel quale inevitabilmente scade una comunità che non segua l’esempio più alto, ma si adagi su quello più comodo (dismissione del congiuntivo, percepito ormai quasi come una “colpa”, barbarismi dilaganti, balordi acronimi e abbreviativi da "sms"...). Ci insegnavano che quando si mangia non si fanno i “pescetti” nel bicchiere per aver bevuto col boccone in bocca. Ci insegnavano che non è buona educazione astrarsi ostentatamente con cuffiette e occhialoni all’interno di situazioni collettive nelle quali, seppur in assenza di una conoscenza personale e diretta degli astanti (mezzi pubblici, ambulatori, parlatori scolastici, uffici comunali), tali "filtri" risultano ostativi ad un civile rapporto empatico fra concittadini. Eppure la società globalizzata non fa che blaterarci inviti al dialogo col mondo; ma poi, nessuno che ci spinga mai a dialogare e sorridere con l’anziano connazionale che incontriamo in ascensore o in coda alle poste. Ci insegnavano che non si violano i pubblici divieti, non solo per non creare pericolo a noi stessi e agli altri, ma per evitare di dare esempi sbagliati al resto della cittadinanza, iniziando dai minori (attraversare i binari dei treni, non attendere l’”avanti” pedonale, attraversare la strada all’improvviso e fuori dalle strisce…). Come riportato dalle foto in articolo, tali prescrizioni erano un tempo divulgate con leggerezza mediatica e assiduità capillare da parte delle istituzioni; vi risulta forse che tale maieutica continui tuttora a sovrintendere l’educazione giovanile nella "progredita e socialmente evoluta" società moderna?! Ci insegnavano che la generosità, fra i più nobili sentimenti umani, proprio inquanto libera e spontanea non può essere imposta da norme cogenti, pena perdere il suo stesso pregio e trasformarsi in dittatura del pensiero unico. Ci insegnavano che i soldi, l’arricchimento e la “crescita" economico-finanziaria non sono tutto nella vita di un Uomo: che esistono lo spirito, l’estetica, albe e tramonti da godersi gratuitamente con circadiana ed instancabile cadenza. Ci insegnavano che portare la propria nonna a fare una passeggiata in campagna, condividendo del tempo prezioso con chi ci ha cresciuti ed ora è al crepuscolo della sua esistenza terrena, è un dovere morale primordiale oltre che un tesoro affettivo inestimabile. Ebbene, guardatevi attorno: come è possibile che l’orrendo ambiente che ci circonda sia, in pochi decenni, arrivato a configurare qualcosa di così incredibilmente distante e paradossale rispetto agli insegnamenti che hanno accompagnato l'infanzia di noi contemporanei, si badi bene, non quella di Giulio Cesare o di Carlo Magno?! Cos’è successo nel frattempo di così enorme da riuscire non solo a neutralizzare gli esiti di cotanta millenaria esperienza e saggezza, ma a distorcerne il senso a favore di dettami nichilisti, decadenti e autolesionisti del tessuto sociale di un popolo? Ecco un esempio d’intontimento mediatico che affligge l’attuale classe discente elementare. Mentre qui troverete, ad ulteriore suffragio di queste righe, immagini scansionate tratte da un quaderno di III elementare degli anni'70, che vi consentirà di verificare empiricamente il totale disfacimento di valori considerati fondanti sino a pochi anni fa ed ora improvvisamente disattesi, considerati retrivi e, diciamolo, anche un po’ "fascisti". Tiriamo dunque fuori libri e quaderni della nostra infanzia, e sbattiamone i contenuti in faccia a questi dilettanti dell'istruzione pubblica, irrimediabilmente incaponiti a devastare qualsiasi forma di umano buon senso e qualsiasi legame col passato. In conclusione, alla luce di quanto scritto sin qui, l’ultimo quesito di questa lunga serie è: se pochi anni fa eravamo qualcosa di così diametralmente opposto a ciò che oggi vogliono farci diventare, eravamo coglioni prima o lo siamo diventati adesso? Noi, senza polemica, opteremmo per la seconda ipotesi. Voi?

Quelle "domeniche ecologiche" che penalizzano la socialità degli anziani

Schegge dvracrvxiane

Quelle "domeniche ecologiche" che penalizzano la socialità degli anziani

Premesso che chi scrive, da ciclista d.o.c., si sposta quotidianamente in velocipede, fughiamo subito ogni sospetto di interesse privato in questo scritto. Ebbene, che significa “ecologico”? Anche ragionare liberamente dovrebbe essere ecologico; e, ragionando, non può esserci logica nel fermare il traffico veicolare cittadino un solo giorno alla settimana scegliendo proprio quello in cui meno la gente comune, non lavorando, usa l’automobile, e al contempo quello nel quale a servirsi di essa sono soprattutto gli anziani, per fare visita a figli e nipoti, per raggiungere amici coetanei, o per andarsene a teatro. Già, "gli anziani": la categoria sociale più disagiata fisicamente, la più esposta alla giungla di insicurezza che regna sovrana nelle nostre città e, dulcis in fundo, la più vittimizzata dal fisco. Il blocco del traffico domenicale resta quindi il tipico provvedimento di quelle amministrazioni fancazziste che, dietro l’alibi dell’ecologia, vogliono solo far cassa sulla pelle dei cittadini più elettoralmente irrilevanti e più fiscalmente vessati. Ragioniamo, infatti, su quali categorie sociali avrà presa inibitoria il divieto: il ricco pagherà la multa e se ne fregherà altamente; lo straniero con l’auto presa chissà come e intestata chissà dove non riceverà mai alcuna multa, e se ne fregherà ancor più altamente. Il giovanotto in calore che suole infrattarsi con la ragazza anche nei giorni feriali, userà comunque lo scooter; la famigliola, in media, gestirà la domenica per andarsene fuori città, minimizzando il disagio del blocco al dover partire prima del suo inizio. E quanto agli sportivi matricolati, essi non aspettano certo la domenica per fare attività fisica, quindi escono dal computo della nostra analisi; anzi, magari userebbero volentieri l’auto proprio quell’unico giorno della settimana fungevole a regalarsi un po’ di riposo o a trasportare attrezzi, strumenti, mobilio, insomma le classiche attività che si fanno nel tempo libero. Così, alla fine della fiera, questo sembra restare proprio uno di quei divieti strutturati per rompere i coglioni alle poche categorie sane rimaste all’interno d’una società scoppiata, e buoni solo ad imbellettare di vuoto ecologismo le amministrazioni più incapaci e radical-chic di questa vituperata nazione.

La retorica dell'accoglienza non ha pudore per chi è sepolto dalla neve

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La retorica dell'accoglienza non ha pudore per chi è sepolto dalla neve

Mentre l'ennesimo caso di insensata quanto letale aggressione ad una operatrice d'una "struttura protetta" lombarda passa in sordina, contravvenendo persino al solitamente strillone bon-ton giornalistico sui cosiddetti "femminicidi", la retorica immigrazionista, livida di rabbia per l'attenzione mediatica che in questi giorni è stata miracolosamente strappata ai migranti dai morti in Abruzzo, organizza passerelle in costume sul teatro della tragedia per evitare che ci si distragga troppo.  E così, là dove la mancanza di fondi per salvifiche turbine spazzaneve s'è rivelata spietatamente fatale, ecco fioccare pacchiane fotografie di "ospiti" dell'erario pubblico in sgargianti uniformi con la croce rossa, talmente sgargianti e linde da far pensare più ad una telenovela, che non a gente che stia davvero spalando neve con disperazione. In ogni caso, perchè mai dovrebbe contare il colore della pelle di chi spala, se è vero che siamo tutti uguali e tutti fratelli? E allora perchè tanta vuota retorica a fronte di gente che ha perso figli, genitori e promessi sposi? Di che cosa volete convincerci con questo lavaggio del cervello? E alle povere vittime della slavina del Rigopiano non viene risparmiato nemmeno del macabro sarcasmo dal sito MamAfrica (ma "mamma" di chi?!), con la pubblicazione di commenti dal pessimo gusto circa la morte di un africano rimasto anche lui ucciso sotto la valanga; come se il colore della pelle potesse gerarchizzare la sempre incalcolabile gravità della definitiva dipartita di un essere umano. Sarebbe ora di finirla con queste buffonate da rotocalco: almeno davanti alle tragedie vere.

La "Buona scuola" del 6 politico...

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La "Buona scuola" del 6 politico...

Il rovesciato mondo progressista non sa più che toppe mettere alle piaghe purulente create dalla sua follia a spese del corpo sociale. Da decenni i sinistrorsi ci fanno due coglioni a grappolo con la storia che la cultura è roba loro, che l’emancipazione attraverso lo studio rende liberi, che alla base del progresso c’è l’istruzione. Ora, invece, improvvisamente, si mettono a maturare giovinastri con 4 in pagella alzandone la media col voto di condotta, un dato assolutamente aleatorio e scarsamente dimostrabile, soprattutto dato il criminale clima di lassismo disciplinare imperante (avete mai letto della moda giovanile del "knock-out game"?). Ora, tale botta di genio può ricordare il famigerato “6 politico” di sessantottiana memoria, dato che la perversione ideologica e l’untume nichilista che vi sono dietro sono i medesimi; tuttavia, stavolta, è diverso il movente. Volendo sovvertire demograficamente quel che siamo da tremila anni, infatti, e non riuscendo ad imporre ad intere masse di "nuovi italiani" programmi scolastici che fanno capo ad una coscienza sociale sedimentata nella tradizione, i sessantottini 2.0 sono costretti a semplificare l’apprendimento generale, nella speranza, col tempo, di riuscire a far regredire l’intera collettività per renderla più basica e controllabile. E così, per evitare bocciature di massa che discriminerebbero vistosamente i meno avvezzi ad assorbire la didattica ed i programmi di sempre, attraverso metodiche di giudizio sempre più raffazzonate anziché più sofisticate, hanno deciso di affossare un'intera civiltà. Ne usciranno generazioni di somari sfaccendati, intontiti dalla tecnologia e rassicurati dalla certezza che un giorno arriveranno comunque a galleggiare in un mondo nel frattempo divenuto inevitabilmente più mediocre. Ma non è tutto: il vero colpo grosso di quest’ennesima "semplificazione", come amano definirla i renziani, è in realtà l’omologazione delle differenze e dei valori; per cui, se si ha 4 in greco, ma 7 in informatica, il risultato è comunque soddisfacente, inculcando nel giovane l’idea dell’equivalenza, ai fini della valutazione globale, di due materie così differenti fra loro. Un’equivalenza concettuale oramai propagandata con piglio totalitario in ogni ambito della vita sociale: da quelle nuove mangiatoie "new age" in cui si paga il conto pesando la totalità del cibo ordinato e non valutando le diverse qualità delle varie portate, sino ai piani umani di rilievo affettivo, ove vorrebbero costringerci ad amare l’estraneo esattamente come il genitore o il miglior amico. Ragazzi, invece di accettare supinamente la scuola da pezzenti propinatavi da questo branco di affaristi, rileggetevi Collodi; e riflettete sulla brutta fine che, nella sua immarcescibile favola, gli affaristi fanno fare ai ciuchi zoppi.

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Per Trump non si canta, ma si torturano disabili nel silenzio dei media

Eccovi serviti, benpensanti delle nostre ciabatte, teorici dei luoghi comuni da anteguerra, pletora affetta da una piorrea ideologica che sta scoprendo canini sinora occultati da manierati sorrisi. Già, perché mentre miliardarie animelle fanno a gara a rifiutare la ben poco remunerativa partecipazione al concerto di insediamento presidenziale del "populista" Trump, democraticamente eletto dal popolo sovrano, la vera intolleranza si esprime seviziando un disabile colpevole di essere bianco e, inquanto tale, elettore di Trump. Naturalmente i media tacciono finché riescono; e se non possono tacere la notizia inquanto tale, tacciono sull'etnia dei massacratori aguzzini; e se non riescono a tacere nemmeno su quello, tenteranno di minimizzare il movente. Ma con scarso successo, cari mistificatori: perché internet, con i suoi video, screenshot, immagini, notizie di incontrollabile diffusione, è ormai da tempo a servizio della verità, e non più delle vostre menzogne ideologiche come lo è stata la carta stampata della quale si è servito per decenni il patrocinio esclusivo della propaganda "progressista". Bugiardi, intolleranti e violenti patentati dal sistema: la verità è servita e la vostra patente è scaduta!

Olio di palma: prima ci vendono m**** e poi ci dicono di spalmarla

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Olio di palma: prima ci vendono m**** e poi ci dicono di spalmarla

Prima ci dicono che la globalizzazione è un vantaggio per tutti, che è bello e giusto scambiare il nostro prezioso olio d’oliva con oli di piante a basso costo provenienti da luoghi esotici; che mangiare insetti sarà un rimedio etico indispensabile a risolvere il dramma della fame nel mondo e che tutto sommato non fanno nemmeno troppo schifo. Insomma che far rinunciare noi europei ad una qualità della vita guadagnataci in secoli di ingegno e sudore sia un dovere morale da spendere e spandere sull’altare di una fantomatica fratellanza universale. Poi, dopo averci rifilato dagli scaffali dei supermercati un bel po’ di universale merda, minando le nostre produzioni alimentari e compromettendo seriamente la nostra salute, ci fanno pagare come lusso l’opportunità di spalarla via acquistando a prezzo maggiorato gli alimenti che non la contengono. E così, l’assenza in un determinato commestibile di quell’olio di palma sinora accolto a braccia aperte, diviene un richiamo pubblicitario seducente quanto un bel paio di chiappe in una reclame di mutande. E tutto l’olio di palma che ci siamo sinora ingurgitati? Dov’erano i ministri e le “minestre” della salute, i loro consulenti sanitari, i nutrizionisti, e soprattutto i media, quando le congreghe politico-industriali, sconsideratamente, aprivano le porte del mercato alimentare nostrano ad un simile schifo, raccontandosi e raccontandoci che in fondo non faceva poi tanto male? E dov'erano gli intransigenti vegani ed i vegetariani, pronti a lapidare l’innocuo sarcasmo di una pubblicità politicamente scorretta (spot della Motta), quando c'era ben altro a minacciare il loro salutismo ideologico? Come c’insegnano i Fichi di Catone, è vostra millenaria abitudine far passare le Cassandre per visionarie e poi, quando la misura dei vostri scempi è colma, fischiettando e limandovi le unghie, appropriarvi delle loro ragioni, usurpandone il buon senso agli occhi delle vostre stesse vittime. Ma ricordate che le vostre scorte potranno proteggervi dagli sputi dei comuni mortali, ma ben poco potranno contro la divina diarrea con cui la Provvidenza vi lascerà piegati in due, noi preghiamo, il più a lungo possibile. P. S. : non va fatta di tutta l'erba un fascio: ci sono stati produttori come il grande e compianto Caprotti, fondatore di Esselunga, azienda italiana non a caso invisa alle Coop rosse, che c'hanno rimesso di tasca loro per garantire ai consumatori prodotti salubri e scevri da mefitici ingredienti esotici. Basta leggere gli ingredienti dei prodotti Esselunga; basta saper scegliere.

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