Helmut Leftbuster

Helmut Leftbuster

Helmut Leftbuster nasce a Roma abbastanza tardi da essersi goduto i mefitici effluvi scolastici e universitari del ’68. Nella vita non scrive (semmai parla!), ma lo fa per passione e missione, essendo un convinto assertore di quelle libertà di pensiero e di opinione che, ben 3000 anni dopo Atene e Roma, vengono messe sotto assedio da una sorta di Pensiero unico depressivo, nichilista e soprattutto antidemocratico. Il suo nome nasce dal connubio fra l’aulicità del romanticismo nibelungico e lo humor “trash” col quale Egli si rende guastatore delle peggiori ipocrisie progressiste e radical-chic. Il “castigat ridendo mores” contraddistingue da sempre il tenore tematico e stilistico sia delle sue collaborazioni (Qelsi, Arianna Editrice e, ora, anche Il Populista) sia della gestione del blog che coordina, Aristocrazia Dvracrvxiana, ove si ciondola dal ghibellinismo dantesco (la “Dvra Crvx” del Poeta e non la “moscia crux” di 4 fricchettoni post-conciliari) a ricette gastronomiche identitarie messe a tavola per onorare  contadini e pastori nostrani ed indurre giovanissimi e massaie a dire "basta!" a venefiche porcherie sottocosto globalizzate e a cazzarate eque e solidali. Il suo motto è «alla "povertà" si guarda, non si crede».

Dalla Sinistra del “contro lo stato imperialista delle multinazionali” a quella del “ci conviene”

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Dalla Sinistra del “contro lo stato imperialista delle multinazionali” a quella del “ci conviene”

Una sinistra che abbaia di disoccupazione solo se a restare col culo per terra sono gli “operatori dell’accoglienza” (ma non erano volontari ?!). Una sinistra (e un sindacato) che ha svenduto ideali di giustizia ed equità per meri calcoli di convenienza mercantile in base ai quali si giustifica qualsiasi arbitrio giuridico (soppressione art. 18, trattati internazionali sul libero commercio, deroghe d’ogni genere a protocolli nazionali sanitari e produttivi ecc), qualsiasi principio di buon senso e soprattutto qualsiasi coerenza con un passato che la voleva paladina di contadini, operai e diseredati per nobile senso di giustizia e non per mero interesse economico. Una sinistra sprezzante verso quei pastori che si battono per la sopravvivenza di una categoria georgica fra le più nobili e antiche, e che si danno da fare per la genuinità di prodotti che ci godiamo almeno 3 volte al giorno per tutta la vita. Prodotti che non cadono dall'albero, ma che sono frutto di una professionalità ancestrale che nessun “progetto Erasmus” potrà mai tramandare. Una sinistra col razzismo in tasca sempre pronto ad essere sfoderato per censurare qualsiasi amor proprio individuale o collettivo, soprattutto se basato su reminiscenze patriottiche. Ma non è più solo una questione di ville a Capalbio o di vacanze a Cortina di cui vergognarsi agli occhi dell’elettorato delle borgate, della classe operaia e dei pensionati che raspano nell’immondizia; ormai il servilismo dei “progressisti” al mercimonio globalista delle multinazionali è palesato nel modo più sfacciato, e addirittura rivendicato come “conveniente”. Affidiamo alle immagini allegate ogni evidenza di quanto asserito e, a chiosa del tutto, vi suggeriamo qualche riga tratta da un editoriale di Sergio Romano che esprime “magistralmente” la natura internazionalista di una sinistra che mai sarebbe potuta essere né potrà mai essere ciò che ha sempre sostenuto di essere. da “LA LETTURA” , Corriere della Sera del 29 luglio 2018, di SERGIO ROMANO "La globalizzazione ha salvato dalla povertà molte centinaia di milioni di esseri umani, soprattutto in Asia, ma è responsabile, insieme alle nuove tecnologie, del malessere di gruppi sociali che avevano conquistato un decoroso livello di vita nel Paese in cui erano nati e vivevano di un mestiere destinato a divenire, di lì a poco, obsoleto. L’immigrazione dall’Africa e dall’Asia (forse la sola risposta razionale al declino demografico di molte democrazie occidentali) ha provocato la nascita di un ribellismo piagnucoloso e vittimista, che raccoglie consensi soprattutto là dove alcuni ceti sociali hanno sviluppato una patologica paura del futuro".

Se il vincitore di Sanremo fosse “italiano” avrebbe un nome altrettanto italiano

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Se il vincitore di Sanremo fosse “italiano” avrebbe un nome altrettanto italiano

Se il vincitore di sanremo fosse “italiano” avrebbe un nome altrettanto italiano.  E soprattutto canterebbe di “italianità”, e non di “soldi”, l’elemento più cinico, arido e globale che l’umanità conosca. Atmosfere esotiche, latitanza melodica, persino versi in arabo e una palmetta come premio; ma veramente ora vi sentite l’intestino più libero? Ma veramente vi sentite migliori, adesso che avete violentato il gusto della gente nel vostro balordo tentativo di educarla e di riconvertirne il cervello ad una propaganda immigrazionista così prevedibile e stantia? Mahmood sarà pure “burocraticamente” italiano, altrimenti non avrebbe potuto partecipare al festival; ma l’accezione di italianità che sbandierate con tanto improvvisato orgoglio nazionalista è strumentale solo a mistificarne il significato più profondo e spirituale, e cioè proprio quello su cui sputate più volentieri. Il vostro sostituzionismo è talmente pacchiano e infantile da aver sacrificato, per uno sbarbatello dal nome esotico, i tanti monumenti “de sinistra” sfilati sul palco, pur di affermare la vostra arroganza intellettualoide e militante, utile solo ad esacerbare un pubblico che, non dimenticatelo, è fatto di elettori. Dopodiché, gonfi di bile come batraci ossessi, scrivete titoli giornalistici (foto) trasudanti razzismo antiitaliano, prosopopea globalista e contraddizioni logiche, come quella con cui definite Mahmood “italiano” e poi lo decantate come “successo” del fenomeno migratorio, rinunciando così a qualsiasi barlume di onestà intellettuale. "Si diventa stelle perché si ha l’anima rossa o nera la pelle", cantava qualcuno già nel lontano ‘96. Ora, nel 2019, come da programma, il rap è sbarcato vincente a Sanremo: continuate così e vi converrà andare a racimolare consensi all’estero (magari da Macron, che vi piace tanto!).

Quando le "anime belle" s’incazzano è perché si sono pestati i calli giusti

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Quando le "anime belle" s’incazzano è perché si sono pestati i calli giusti

Argomenteremo traendo spunto dall’assurda polemica fra la Lucarelli e Le Iene, queste ultime colpevoli di aver sollevato dubbi circa la colpevolezza dei coniugi di Erba, in merito ad una delle vicende processuali oggettivamente più discusse della cronaca giudiziaria nazionale. Non a caso ci siamo occupati di questo e di altri esiti processuali “sospetti” in uno specifico articolo relativo a fatti di sangue eclatanti ove, per dritto o per sguincio, erano stati coinvolti degli immigrati, ma poi alla fine sono stati condannati, soprattutto mediaticamente, degli Italiani. Ebbene, questa nuova polemica attorno al caso di Erba è la prova del 9 ai nostri sospetti: dov’è finito, infatti, il cronico perdonismo del sinistrume a favore dei cattivi del film?! Come mai una buonista d.o.c. come la Lucarelli decide di censurare la libera e democratica espressione di “pietas” delle Iene a favore di due anziani carcerati che non farebbero più paura a una mosca? Ve lo diciamo noi perché: la coppia Romano, al netto delle sue responsabilità penali, è un concentrato di elementi tipicamente in odio ai radical-chic: Rosa e Olindo sono italiani, sono due popolani, sono fortemente eterosessuali; e sono due innamorati di quell’amore antico e tradizionale pericolosissimo agl’occhi dei seguaci del Dogma globalista. Di contro, gli “scagionati” della strage di Erba sono tutti stranieri, ad iniziare dal primo soggetto incriminato, per finire ad Azouz Marzouk (non esattamente un conventuale) e alle sue frequentazioni esotiche delle quali sono zeppi i verbali del processo. Ecco perché in tanti hanno il terrore che il caso venga riaperto. La verità è che l’odio antinazionale covato da certi buonisti di professione sconfessa l’indole partigiana e rabbiosa del loro “buon cuore”, accogliente ed ecumenico solo con chi ha la carnagione giusta per meritarne l’afflato. Parimenti, a fronte di commemorazioni nevrotiche e stucchevoli quanto astratte, come quelle per “le vittime del mare”, quando c’è da commemorare una vittima tangibile, con tanto di nome, cognome e aguzzini in galera, si preferisce “evitare” per non alimentare il razzismo. Sbeffeggiano come “bufale” le notizie di Italiani morti assiderati o di disperazione. Non accettano opinioni diverse dalle loro; e quando chi ne è foriero arriva democraticamente a governare, s’incazzano. Se questa è la loro bontà, non osiamo immaginare come possa essere la loro cattiveria.

Appurato il nome esotico dell’orco di Cardito, sul caso si tace o, peggio, si fa giustificazionismo

Tony Sessoubty Badre, l'orco di Cardito. Foto ANSA

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Appurato il nome esotico dell’orco di Cardito, sul caso si tace o, peggio, si fa giustificazionismo

Di orchi, purtroppo, sono sempre stati pieni il mondo e la storia. Al contrario, l’ipocrisia di certa stampa nel calmierare il sacrosanto clamore per una notizia così orrenda come l’omicidio di un bambino, una volta acclarata l’identità dell’assassino, ovvero il compagno italo-tunisino della madre del piccolo, è tipica solo di quest’epoca di follia politicamente corretta. Ebbene questi loschi depistaggi mediatici andrebbero evitati proprio in nome del fatto che la barbarie può appartenere ad ogni uomo, a prescindere dal nome che porta; agitare invece la solita coda di paglia silenziatrice e/o giustificazionista, nel terrore che, in un momento così divisivo sul tema immigrazione, una simile notizia possa alimentare sdegno verso “lo straniero”, ci conferma la natura perversa dell’ossessione immigrazionista. Piuttosto, in merito al movente di questa odiosa vicenda, andrebbe fatto un rilievo che non è di tenore criminologico, ma antropologico; e cioè che, alla luce dei dettagli emersi dalle indagini, l’accanimento dell’uomo contro i due figlioletti della compagna sarebbe stato motivato da una ripicca verso la donna, colpevole di aver trascurato l’altra figlioletta, quella avuta con lui. Un rilievo che dimostra una volta di più quanto a compiere gesti orrendi in nome della discriminazione e del “sangue” possa essere chiunque, anche un immigrato di seconda generazione (da Il Messaggero di Lunedì 28 gen 2019). Tant’è vero che, nel panico di dover gestire un fatto di cronaca così scomodo, “l’establishment” si sta affrettando a tirare fuori dal cilindro mediatico le giustificazioni più assurde proprio per disinnescare nei lettori l’ipotesi più ovvia, e cioè l’odio dell’uomo verso i due figlioletti della compagna, colpevoli di essere il frutto della precedente relazione della donna.   Un improvviso accesso d’ira (che si guardi il caso, però, avrebbe risparmiato sua figlia che era lì con gli altri due); la colpa del povero bimbo ucciso per aver rotto il letto nuovo (in modo tale da poter invocare l’incapacità di intendere e di volere, o peggio, i futili motivi); ed infine c’è persino il tentativo di coinvolgere nel crimine la madre della vittima, la quale senz’altro ha peccato di follia nell’accompagnarsi ad un individuo del genere, ma i calci omicidi non li ha certo dati lei. Neppure di fronte alla tragedia peggiore che l’umanità sia storicamente in grado di partorire, ovvero l’assassinio di un bimbo di 7 anni, siete capaci di tenere a bada le vostre mortifere ideologie “politicamente corrette”.

In nome dei quattrini, ammettono anche che l’integrazione costa... e parecchio

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In nome dei quattrini, ammettono anche che l’integrazione costa... e parecchio

Davvero incorreggibili questi immigrazionisti. Però due risate riescono sempre a strapparcele, soprattutto ora che perlomeno la pacchia dei fondi è finita. Così non han perso tempo, e si sono inventati un nuovo sistema per impietosire gli italiani: ispirandosi alla tradizione partenopea del “caffè pagato” (che affonda però le sue radici su una reciprocità solidale sviluppatasi attorno ad una comunità coesa e non su un astratto “vuoto a perdere” condito di piagnucoloso terzomondismo), si mettono a far la questua per sovvenzionare uno dei soliti fallimentari “progetti di integrazione”. Il bello è che, per argomentare la loro richiesta di soldi, sono costretti a far leva su ciò che sino a ieri avevano sempre negato, e cioè: 1) che senza coercizione all'integrazione le diversità culturali fra ospiti e autoctoni restano insormontabili, perché non siamo affatto “tutti uguali”; 2) che l'integrazione medesima necessita di ingenti risorse economiche appositamente dedicate e, pertanto, inevitabilmente sottratte al welfare. Ebbene, ce ne hanno messo di tempo per evidenziare concetti così banali, peraltro egregiamente espressi nel loro stesso corsivo che alleghiamo nelle immagini. E tutto ciò senza contare i costi di certa “società multietnica” in termini di criminalità, iniziando da quello di aver addirittura riportato in auge reati scomparsi, come il sequestro di persona (Il Giornale - Mer 16/01/2019, Andrea Riva).

Guardarsi dall'odio di Caino per non fare la fine di Abele

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Guardarsi dall'odio di Caino per non fare la fine di Abele

Italiani che odiano gli Italiani, che ne disincentivano le nascite, ne svendono il benessere, ne vessano i diritti, ne insultano l’intelligenza, ne giustificano gli oppressori. Eppure sì, sono italiani anche loro. Un fiore calpestato può essere un errore, due fiori un caso, tre fiori la sfiga; ma quando è l’intero prato ad essere devastato con metodica incidenza, allora si tratta d’un progetto. E non volerne prendere atto davanti ad esternazioni e posizioni così palesemente ostili al benessere nazionale, non è da distratti, è da coglioni. La carrellata di citazioni che vi proponiamo nelle sequenze fotografiche allegate all’articolo rappresenta solo le briciole di un odio anti-nazionale militante e radicato; ma è altresì paradigmatico di un modo di essere che può appartenere indistintamente al vicino di casa come alla cognata, al cugino, al migliore amico e persino al fratello di chiunque di noi. Ebbene, è sufficiente guardarsi attorno, ascoltare i discorsi sugli autobus, guardare la tv, aprire facebook per verificare quanta bava alla bocca coli dalle fauci di questi odiatori di professione che hanno sempre il “rasssismo” altrui sulla bocca come titolo giustificativo al proprio livore congenito e alla propria violenza auto-etnocida. Il cinismo degli anti-italiani è metodico e militante, e come tale va combattuto. Occorre una scelta di campo drastica e, se necessario, anche dilaniante, poiché ci troviamo di fronte all’ennesima diatriba fratricida della Storia: Mariani contro Sillani, Cristiani contro Pagani, Guelfi contro Ghibellini, Unionisti contro Confederati, partigiani contro patrioti. In tutti questi esempi del passato i contendenti erano conterranei e consanguinei fra loro; eppure si massacravano a vicenda sulla base di una sempiterna dicotomia ideologica: parteggiare per il proprio sangue, come natura suggerirebbe, o parteggiare per quello altrui sulla base di un precetto pseudo-etico tutto depressivo e nichilista.   Noi stiamo col Senso d’Appartenenza, e pertanto, coerentemente, denunciamo al pubblico ludibrio l’odio di questi traditori affinché ognuno possa guardarsi dall’ostilità ideologica del proprio fratello, neutralizzandola prima che costui ci sferri il fendente mortale.

Danno addosso al governo con diversivi economici, ma dietro c’è sempre e solo la loro ossessione per i migranti

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Danno addosso al governo con diversivi economici, ma dietro c’è sempre e solo la loro ossessione per i migranti

La sinistra, finora, ha sempre attaccato “i populisti” sul tema dell’accoglienza; e ci ha perso le elezioni. Gli stessi elettori l’hanno accusata di aver sbagliato tattica nel palesare la propria ostilità verso gli Italiani per favorirne la sostituzione etnica; insomma, i sinistrozzi dovevano essere più furbi e perlomeno non farsi sgamare nei loro macabri intenti d’estinzione dell’italianità.   Così, ora che gli estinti rischiano d’esser loro, tentano ogni diversivo possibile: anziché continuare con la politica suicida dell’attaccare il governo sul tema dell’immigrazione, lo attaccano su temi che sono realmente cari al popolo italiano, facendo quindi leva sugli interessi diretti della gente; ma, dal momento che ora c’è per davvero un governo filo-italiano, non possono che improvvisare qualche bufala delle loro affinché qualche sfigato li ascolti (alcune delle quali esposte nella carrellata fotografica allegata all’articolo).   E poiché sono anche dei pessimi attori, ogni 3 parole messe in fila per criticare il programma di governo, si lasciano scappare di bocca “i migranti”. E’ più forte di loro parlarne e quindi non c’è rischio che riescano a celare l’effettivo movente della loro ostilità all’esecutivo giallo-verde: aver invertito la marcia del progetto sostituzionista. Argomenti preferiti? Quelli che più toccano il culo della gente e dei quali quindi, sinora, la sinistra si era sempre disinteressata: tasse, sanità, istruzione. Ed ecco che fioccano interviste a tecnici, esperti, artisti, filosofi e preti tutti concordi nel considerare fallimentare una politica sovranista, cosicché gli elettori si spaventino di catastrofi, fallimenti bancari e avvistamenti di ufo, e rivedano le loro posizioni elettorali. In realtà tutto ciò significa solo due cose: 1) quanto il mondialismo sia riuscito, in tutti questi anni, ad inserire i propri agenti all’interno dei gangli amministrativi, tecnici e mediatici del Paese; 2) che, a dimostrazione del fatto che quello attuale è realmente un governo democratico, anziché fare purghe, esso lascia parlare e incassa le critiche rispondendo coi fatti. A questo punto ci resta solo il compito di tenere acceso il cervello su quanto ampio, trasversale e malevolo verso l’italianità degli Italiani sia il mega-fronte anti-sovranista.

Dai giannizzeri ai torroncini: è ora di finirla con i sensi di colpa dell'Occidente basati su falsi storici

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Dai giannizzeri ai torroncini: è ora di finirla con i sensi di colpa dell'Occidente basati su falsi storici

Dalla battaglia di Lepanto alla svendita della Pernigotti, è ininterrotto il piano sequenza storico di quanto insulsi e immotivati siano i sensi di colpa degli Europei verso tutte quelle genti che, lungi dall’essere gli anellini del film, hanno sempre tentato di sottomettere o di comprare l’Europa. Ci hanno imbambolato per anni con le favolette sull’Occidente sfruttatore e colonialista, e il risultato è che noi ci ritroviamo con le pezze al culo, mentre quelli che fanno le vittime con la mano tesa e gli spiccioli nel cappellino ci si magnano e ci si cagano, demograficamente ed economicamente. Tanto per iniziare, diciamo subito che Lepanto si trova in Grecia, culla della nostra civiltà; quindi, se è lì che si svolse la battaglia cruciale per la sopravvivenza di noi Europei, evidentemente qualcuno era venuto a rompere i coglioni a casa nostra, e non il contrario. Già, parliamo proprio di quegli stessi Turchi che oggi ci chiedono quattrini minacciando di lasciarci invadere dai migranti, e che comprano le nostre migliori aziende con l’ovvio intento di renderle turche, di farci lavorare dei turchi, e di accrescere l’economia turca; non certo con quello di “salvarle”, come sentiamo spesso blaterare da certo progressume di casa nostra. Una devastazione commerciale quotidiana che, nonostante i frizzi e lazzi spernacchiativi attorno dal politicamente corretto globalista, trasuda da tutti i pori la crisi d’un’Italia alla fame. Ebbene tutto questo avviene perché non impariamo mai dalla storia, grazie anche ai depistaggi, alle omissioni e alle manomissioni con cui la storiografia di regime, partigiana e mistificatrice, ha derubricato “dettagli” quali il traffico di schiavi-bambini, figli di prigionieri di guerra cristiani, che i Turchi obbligavano a convertirsi per poi reclutarli nel famigerato corpo dei cosiddetti “Giannizzeri”; mentre ben sappiamo quanto i Crociati ci siano sempre stati fatti studiare come i “carnefici del mondo”, quando nella realtà si limitavano a difendere i propri popoli d’appartenenza dalle continue incursioni degli eserciti di imperi ben più vasti e potenti di quello romano o di quello germanico. Già, perché se aprissimo più spesso un qualsiasi planisfero, avremmo maggior contezza dell’impatto dimensionale del nostro continente rispetto agli altri che lo circondano; e forse la smetteremmo di nutrire assurdi sensi di colpa anche quando genti considerate “bisognose” si comprano le nostre spiagge, come riporta Il Fattoquotidiano del 18 dic 2018. In conclusione vorremmo domandare ai piglianculi di professione: 1) come potete affermare che le civiltà sono tutte uguali e contemporaneamente considerare come cattiva, crudele e imperialista solo la nostra? 2): se, come dite voi, la Terra parte priva di appartenenze specifiche, perché non stigmatizzate le conquiste islamiste tanto quanto colpevolizzate quelle cristiane?! 3): come potete farci credere che l’”homo homini lupus” plautino sia una verità antropologica valida solo in Occidente e non presso ogni altra civiltà, se è vero che gli esseri umani sono tutti uguali? Il giorno che l’ultima metopa marmorea posta da governanti assennati a testimoniare l’onore dei grandi protettori d’Occidente, sarà stata smantellata per cancellare memorie che stridono con l’attuale abiura delle glorie trascorse, resterà solo l’impegno di irriducibili e volenterosi rivoluzionari a tramandare quel che realmente siamo (e saremo) stati.

A vedere agnelli ovunque si rischia di fare una brutta fine

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A vedere agnelli ovunque si rischia di fare una brutta fine

Esopo ce lo insegna con la favola del lupo e dell'agnello; Plauto con il brocardo latino “Homo Homini Lupus”; Dante e Machiavelli ci spiegano che senza uno Stato forte a proteggerci, il Singolo resta preda dell'animalità e della barbarie di altri singoli (o di interi popoli) ben meno miti di lui. Ebbene, dopo tanta antica saggezza, si è scatenata la follia: dal dopoguerra sino ai nostri giorni, fra antifascismi d’accatto, fricchettonerie sessantottine e mantra globalisti, l’Homo Occidentalis sembra essersi voluto dilettare solo nell’arte del prenderlo nel culo. Una sorta di “ideologia del rincoglionimento” della quale a fare le spese sono spesso i suoi stessi sacerdoti: già, perché credere che dei predoni del deserto possano essere accoglienti quanto gli abitanti di una valle tirolese o del più sperduto villaggio del Peloponneso, inquanto atto di fede, è un qualcosa che non troverà riscontri storici, sociologici empirici o statistici, rimanendo pura credenza totemica. Il che andrebbe andrebbe anche bene, se non avesse controindicazioni mortifere, come dimostra il caso delle due ragazze scandinave stuprate e massacrate in Marocco da gente di passaggio mentre si aggiravano per la desolazione del monte Atlante con la medesima disinvoltura che andrebbe riservata ad un trekking sul Monte Bianco. O i casi delle varie “crocerossine del mondo” rapite a destra e a manca da quei maiali che esse stesse provavano ad accudire (con evidenti, scarsi risultati); e persino quello del giornalista italiano freddato dai terroristi islamici a Strasburgo, che era noto per le sue posizioni globaliste e immigrazioniste. Per queste persone, probabilmente use a parlare alle piante e agli insetti come San Francesco, illudendosi di individuare ovunque e in chiunque ciò che, invece, è esclusivo appannaggio di evoluzioni culturali e giuridiche specifiche, ogni sassaia del mondo vale quanto il porfido d’un capitello corinzio; ma non sono le pietre che fanno gli habitat di un determinato luogo del pianeta, bensì le culture e i livelli di civilizzazione raggiunti dagli uomini che vi camminano sopra. E credere che gli uomini “siano tutti uguali”, oltre che un abominio dell’intelligenza, è un’offesa a Madre natura che ha impiegato millenni per differenziarli. Smettetela di ficcare le vostre teste fra le fauci di leoni, coccodrilli e ippopotami; e se proprio amate gli animali, fatevi un cane. Possibilmente da guardia.

Migrante spinge una donna sotto le auto in corsa senza motivo, ma di razzismo o sessismo non se ne parla

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Migrante spinge una donna sotto le auto in corsa senza motivo, ma di razzismo o sessismo non se ne parla

Pur di non turbare gli animi dei placidi Europei, negano il movente d’odio dei terroristi islamici, figurarsi se si mettono a invocarlo per dar senso ad un “piccolo” crimine cittadino che può tranquillamente passare da incidente stradale. Ma ogni tanto anche il politicamente corretto ha le sue sfighe, e stavolta c’è un bel nugolo di testimoni (come riporta “Firenze Today” del 15 dic 2018): all’ex stazione Leopolda, un giovane somalo con permesso di soggiorno scaduto spinge sotto le auto in corsa una donna che fortunatamente, cadendo sulla carreggiata in ginocchio e non stesa, si salva, finendo comunque in ospedale con 30 giorni di prognosi. Ora, la buona stella che ha protetto la sventurata signora ha però anche fatto derubricare in “semplici” lesioni il capo d’imputazione a carico dello straniero, il quale, nonostante le testimonianze degli astanti confermino la dinamica dolosa dello spintone, non ha nemmeno sentito l’esigenza di abbozzare qualcosa di più articolato che qualche mugugno in inglese. Ebbene, sappiamo tutti che questo non è un caso isolato, ma anzi, l’ennesimo sfogo gratuito di indesiderati ospiti della nostra nazione ai danni di troppo fiduciosi padroni di casa. E a rifletterci bene, tale gratuità è tautologica: qualsiasi forma di rancore specifico si può sviluppare verso qualcuno che si conosca personalmente; il rancore come l’amore è un sentimento “ad personam”. Quando invece viene rivolto a intere categorie umane, inducendo l’offensore a colpire a casaccio e senza una ragione specifica, non è più rancore, ma si chiama “razzismo” o “sessismo”. Una roba peraltro ben nota ai vari fantocci progressisti, soliti puntare il dito contro qualsiasi cittadino che osi difendersi da un qualsiasi immigrato che ai loro occhi diviene automaticamente vittima di razzismo, anche quando ha oggettivamente torto. Insomma, vi sembra credibile andare avanti in codesto grottesco modo? Mentre riflettete, vi diamo un consiglio che chi scrive adotta ogni giorno: non affrontate mai l’arrivo di un convoglio ferroviario o un attraversamento pedonale senza guardare costantemente chi avete alle spalle, e in ogni caso evitate di sporgervici. Se qualcuno ha deciso di decimarci, perlomeno rendiamogliela complicata. Un sospetto, il nostro, a quanto pare condiviso da un bel drappello di luminari europei del calibro di Philippe Bénéton e Robert Spaemann, firmatari della “Dichiarazione di Parigi” (naturalmente passata sotto silenzio dai media, ma la trovate in rete), un manifesto di riscossa identitaria contro l’imperialismo globalista che vi invitiamo a leggere per intero, e di cui vi alleghiamo uno stralcio molto significativo. "I padrini dell’Europa falsa costruiscono la loro fasulla cristianità di diritti umani universali e noi perdiamo la nostra casa". "In quest’idea c’è una grande misura di malafede. La maggior parte degli esponenti dei nostri mondi politici è senza dubbio convinta che la cultura europea sia superiore, ma non lo può dire in pubblico perché offenderebbe gl’immigrati. Stante questa superiorità, pensano che l’assimilazione avverrà in modo naturale e rapido. Riecheggiando ironicamente l’antica idea imperialista, le classi dirigenti europee presumono infatti che, in qualche modo, in obbedienza alle leggi della natura o della storia, “loro” diventeranno necessariamente come “noi”; e non concepiscono che possa accadere invece l’inverso. Nel frattempo, s’impiega la dottrina multiculturalista ufficiale come strumento terapeutico per gestire le incresciose ma “temporanee” tensioni culturali".

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