Helmut Leftbuster

Helmut Leftbuster

Helmut Leftbuster nasce a Roma abbastanza tardi da essersi goduto i mefitici effluvi scolastici e universitari del ’68. Nella vita non scrive (semmai parla!), ma lo fa per passione e missione, essendo un convinto assertore di quelle libertà di pensiero e di opinione che, ben 3000 anni dopo Atene e Roma, vengono messe sotto assedio da una sorta di Pensiero unico depressivo, nichilista e soprattutto antidemocratico. Il suo nome nasce dal connubio fra l’aulicità del romanticismo nibelungico e lo humor “trash” col quale Egli si rende guastatore delle peggiori ipocrisie progressiste e radical-chic. Il “castigat ridendo mores” contraddistingue da sempre il tenore tematico e stilistico sia delle sue collaborazioni (Qelsi, Arianna Editrice e, ora, anche Il Populista) sia della gestione del blog che coordina, Aristocrazia Dvracrvxiana, ove si ciondola dal ghibellinismo dantesco (la “Dvra Crvx” del Poeta e non la “moscia crux” di 4 fricchettoni post-conciliari) a ricette gastronomiche identitarie messe a tavola per onorare  contadini e pastori nostrani ed indurre giovanissimi e massaie a dire "basta!" a venefiche porcherie sottocosto globalizzate e a cazzarate eque e solidali. Il suo motto è «alla "povertà" si guarda, non si crede».

Se davvero volessero ripopolare Riace, non predicherebbero di aborto in un paese di culle vuote

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Se davvero volessero ripopolare Riace, non predicherebbero di aborto in un paese di culle vuote

Il problema dei migranti clandestini non è dove metterli, ma se ammetterli. L’Australia è una terra sconfinata; eppure il loro celeberrimo modello “No Way” non pone questioni di spazio, ma regola l’accesso ai confini di un paese sovrano sulla base di precisi requisiti giuridici dei richiedenti. Non è un concetto difficile da capire. Per cui, tutti coloro che inscenano giostrine umanitarie per aggirare un principio di legge così banale, lungi dall’essere i benefattori che millantano, sono persone in cattiva fede che mirano solo a realizzare losche progettualità “demografiche”di ben più ampia e prosaica portata del semplice “buon cuore”. Se davvero si intendesse ripopolare i borghi abbandonati, infatti, se ne sarebbero offerte le case agli italiani indigenti, sfollati e terremotati che dormono in auto, roulotte e sotto i ponti; forse non tutti avrebbero accettato, ma perché non provare?! La solidarietà ha delle priorità logiche prima che giuridiche e/o religiose: “proximus” significa “vicino”; per cui l’evangelico prossimo del sindaco di Riace sarebbero dovuti essere gli Italiani senza casa, non i clandestini che la casa l’hanno lasciata in Africa per venire a comprarsi scarpe di marca in Europa (perché, scusate, che cos’altro sarebbero i “migranti economici” se non questo?!). Se davvero lo scopo fosse la salvaguardia di un valore oggettivo e non ideologico, l’argomento sarebbe valutato da sociologi e demografi di trasversale buon senso, anziché divenire l’immancabile preda mediatica di avvoltoi appollaiati dalla solita parte politica. La clandestinità non si sana regalando case per arruffianarsi la fedeltà elettorale e la soggezione psicologica dei donatari; non sono bambini o minorati mentali, i migranti; sono persone come tutti noi che devono prendersi le loro responsabilità di cittadini africani, o almeno dovrebbero. Quanto all’ipocrita argomento di voler ripopolare l’Italia per compensarne la decrescita, se davvero fosse questa l’intenzione dei santoni dell’accoglienza, si incentiverebbero le famiglie italiane a figliare, anziché continuare a predicare un abortismo vuoto e anacronistico che, col senno di poi e numeri demografici alla mano, sembrerebbe essere stato, a suo tempo, progettato a bella posta per decimare gli autoctoni e poter poi giocare in prospettiva la subdola carta della “necessità” demografica di migranti. Piuttosto andrebbe apprezzata l’opportunità di una bassa densità di popolazione, come osserva la signora Grassi, novantenne, unica abitante di un borgo della Valle Cannobina, che è stata due sole volte al cinema in vita sua e che vive felicissima nel silenzio della natura. Il benessere di un territorio non è dato dalla densità della sua popolazione, ma dal tenore della vita che vi si conduce e dal livello di civilizzazione di chi lo abita, coefficienti non sempre direttamente proporzionali alla densità di popolazione medesima. La cittadinanza, al contrario, è un parametro di priorità giuridica, oltre che spirituale, che ha segnato la storia universale, ha contraddistinto principi di rilievo costituzionale come quelli di “popolo” e di “sovranità territoriale” che regolamentano la vita civile partendo dalla nazione sino al più piccolo condominio. Va notato che le categorie “raccatta-migranti”, pur apparentemente molto eterogenee fra loro, hanno come comun denominatore proprio la ricerca del vantaggio: gli imprenditori, che cercano manovalanza a basso costo; i preti, che patiscono la penuria di fedeli e tentano di reclutarli altrove, incuranti dell’incompatibilità fra fedi diverse; infine, i partiti globalisti che, sentitisi oramai scoperti nel loro aver preso per il culo gli Italiani (compresi quelli che si posizionavano a sinistra) ne han perso quel voto che ora tentano di recuperare dai “nuovi cittadini”. Pensare che antropizzare un determinato luogo significhi deportarvi degli esseri umani alla rinfusa, anziché coltivarvi una demografia autoctona legata a quel territorio da un’ancestralità tradizionale, è esattamente come aver portato gli schiavi africani in America: si creeranno dei ghetti, delle banlieu, perché nessuna cultura si assorbe dalle pietre di un determinato territorio, piuttosto dalla gente che lo abita: forse che si continuerebbero a mangiare prelibatezze suine regionali come Nduja e soppressate, in una Calabria divenuta in maggioranza musulmana?! “Sono solo poche centinaia di migranti”, ripetono come dischi rotti gli immigrazionisti: ma se, invasati come sono, inneggiano a Riace in quanto modello di accoglienza, evidentemente lo considerano solo l’inizio di quello che per gli Italiani diventerà presto una sorta di apartheid: poiché, quanto a dimensioni, i continenti d’immigrazione stanno all’Italia esattamente come l’Italia sta al piccolo comune di Riace. E ciò che paventiamo è già cronaca: a Milano hanno tolto il maiale dai menù scolastici per andare incontro alle famiglie islamiche (da Il Giornale del 12/10/18), mentre a Roma il “modello Riace” segna l’ennesimo stupro in un centro d’accoglienza (Il Giornale 12/10/18).  Quindi, caro sindaco di Riace, anziché fare la vittima col pugno alzato, si prenda le sue responsabilità e dica chiaramente agli Italiani che cosa vuol fare di loro; e poi provi a farsi rieleggere..da loro!

Furono gli imperatori globalisti a distruggere lo spirito greco-romano dell'impero, iniziando dall’abolizione delle Olimpiadi

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Furono gli imperatori globalisti a distruggere lo spirito greco-romano dell'Impero, iniziando dall’abolizione delle Olimpiadi

Verissimo, l’Impero romano di Caracalla era “global” e multietnico; e difatti crollò. Non paghi delle cazzate sulla provenienza africana di Adamo ed Eva (smentite ampiamente dalla scienza grazie ai continui ritrovamenti paleontologici che attestano differenti origini per i differenti gruppi etnici del globo), ora i globalisti ci ammorbano con gli imperatori romani “colorati” (come riporta l’articolo de La Repubblica del 10 agosto 2017). Del resto, quando mai li avremmo sentiti decantare l’antica Roma, se non per sparare qualcuna delle loro boiate immigrazioniste?! Ci voleva il loro livello intellettuale per scoprire che un impero vasto dalle Colonne d’Ercole alla penisola arabica non poteva certo essere etnicamente costituito dagli stretti familiari di Romolo e Remo. La grandezza di Roma e dell’immensa Civiltà latina è stata proprio quella di assurgere a forgia politico-culturale dell'intero Occidente partendo da un piccolo borgo di pastori e segnando tutte le tappe politiche più evolute: città-stato, monarchia, repubblica, principato ed infine dominato, per poi terminare, come ogni stella che si rispetti, con l’implodere in un qualcosa di talmente sbrodolato rispetto alle compatibilità estetiche e culturali dei primordi, da non essere stato più capace di supportare la “romanitas” presso i troppo eterogenei gruppi etnici che – certo di mala voglia – erano stati inglobati in secoli di conquiste militari. Impero è un’accezione politica generica e vuota di significato se non supportata da una coesione etnico-culturale. Finché Roma conquistava Sutri o il Sannio, infatti, acquisiva demograficamente entità politiche sì estranee ai suoi confini iniziali, ma assolutamente armoniche ai suoi valori etnico-spirituali e al suo tenore estetico-culturale. Al contrario, occupando territori etnicamente troppo distanti, come quelli mediorientali ad esempio, veniva meno qualsiasi altro collante che non fosse l’imposizione delle armi; e difatti, nelle province più orientali o meridionali, furono casini amari, come le vicende evangeliche ben testimoniano. Certo, che fossero Umbri, Sanniti o Siriani, sempre di menar le mani si trattava nel conquistare un territorio da parte di Roma; ma un conto era menarle fra cugini per gestire un’eredità comunque familiare (come accadde con la Grecia, che non venne conquistata ma assorbita), altro era menarle contro genti che percepivano i Romani come meri alieni invasori a cui riservare solo resistenza e odio etnico. Prova ne sia che, benché il nordafrica sia stato romanizzato molto prima della Britannia o della Germania, caduto l’Impero, i nordafricani non han perso tempo a tornare ciò che erano prima della conquista romana (e tutt’oggi ne “godiamo” gli effetti). Mentre i nordeuropei, addirittura ben più distanti geograficamente da Roma rispetto a Cartagine, non solo hanno ereditato l’Impero attraverso l'opera di Carlo Magno (un impero durato dalla caduta di Roma sino alla Prima Guerra mondiale), ma hanno mantenuto lingue, diritto ed estetica ben più romanizzati di quelli degli stessi attuali Italiani (si pensi ai kilt scozzesi, al tenere la sinistra stradale degli Inglesi esattamente come facevano i Romani, alla lingua tedesca così simile al Latino, alle iconografie araldiche, alle fisiognomiche pittorico-scultoree di tutto il nordeuropa basate su stilemi profondamente classici). Si faccia un salto ad Avignone, a Bath o a Treviri, e poi uno a Tunisi, al Cairo o a Istanbul per confrontare quali impianti urbanistico-architettonici rispecchiano ancora quelli di Roma e di Atene e quali no. Insomma tutto ciò che di romano è esondato dai confini etnico-culturali d’Europa è risultato solo una sterile semina di civiltà e non è sopravvissuto alla permanenza delle legioni. Quindi, nel suo espandersi troppo, l’Impero firmò la sua condanna; condanna che sarà poi eseguita con grande piacere da imperatori “globalisti” ante litteram come Caracalla, il cui editto, estendendo a chiunque quella cittadinanza romana che costituiva il principale “discrimen” fra il Civis Romanus e il resto del mondo, fu un provvedimento ossimorico che distrusse la concezione stessa di “romanità”, rendendo l’Impero una struttura spiritualmente fatiscente. Lo stesso Impero romano d’Oriente non era più Roma giacché non più costituito da Romani; e difatti durerà poco. Al contrario, il Sacro Romano Impero dei Tedeschi manterrà l’Europa salda e “romana”, iniziando dalla lingua ufficiale che resterà il latino, proseguendo con la Legge che resterà quella di Roma, per finire con la difesa dell’Europa dal pericolo islamico e con la vulgata romanizzata di un cristianesimo oramai “canonizzato” e quindi totalmente sovrascritto dal diritto e dalla spiritualità dei Latini. Non è un caso che Greci e Romani moderni (insieme forse agli Austriaci e agli Islandesi), non avendo perpetrato il mefitico colonialismo di altre nazioni occidentali, pur trascorsi 3000 anni dall’Antichità, restano tuttora i popoli europei meno meticciati e più somiglianti ai loro ancestri raffigurati da statue e mosaici, segno che tutta la contaminazione di cui parlano i predicatori di fratellanza universale non è mai esistita. E a proposito di Grecia: le Olimpiadi, la millenaria epopea differenzialista per eccellenza, in cui la celebrazione sportiva trovava la sua ragion d’essere proprio nella diversità di sangue e di genere dei competitori, non potevano essere tollerate da chi, allora come ora, pretendeva di schiacciare con la forza le differenze esistenti fra i popoli. Così Teodosio, altro bel genio di imperatore, le abolirà con la stessa foga globalista con cui porrà fuori legge il paganesimo tradizionale, colpevole anch’esso di testimoniare la bellezza delle differenze insite nell’antropomorfismo delle varie divinità olimpiche, nell’intento di sradicare ogni residuo di romanità dai Romani. Ebbene oggi la storia torna a ripetersi: e il globalismo, con il suo odio per il senso d’Appartenenza e per l’ancestralità, tenta nuovamente di seppellire quelle tracce di verità che fortunatamente non sono state disegnate sulla sabbia da quattro fricchettoni, ma sono state scolpite nel marmo da chi è orgoglioso delle proprie origini.

Il sinistrume elogia i due anziani pestati a sangue solo per affossare quella “legittima difesa” che avrebbe potuto salvarli

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Il sinistrume elogia i due anziani pestati a sangue solo per affossare quella “legittima difesa” che avrebbe potuto salvarli

In genere fanno di tutto per occultare mediaticamente fatti di sangue compiuti da stranieri, con la storiella di non alimentare il razzismo (mentre scriviamo, sono stati arrestati tre rumeni). Ma stavolta no: sono gli stessi Sinistri a ciarlare come lavandaie della vicenda dei poveri signori Martelli di Lanciano; ovviamente non lo fan di certo per criminalizzare gli aguzzini, per invocare giustizia o per compatire la coppia di sventurati anziani aggrediti nel cuore della notte in casa propria. No, loro, “i “buoni”, i “progressisti”, quelli con le ville ai Parioli e i costosissimi impianti d’allarme negli attici, fingono di elogiare l’anziano ridotto in fin di vita da quattro belve a mani nude, dopo che alla moglie hanno mutilato l’orecchio con una roncola, solo per attribuirgli dichiarazioni contrarie alla legittima difesa (peraltro smentite da un video pubblicato a “Stasera Italia”, come riporta “L'eco Del Molise” del 25 9 2018). Sia ben chiaro, non mettiamo in dubbio l’indole pacifica e mite dell’uomo, la sua infinita dignità, il suo ammirevole coraggio; anzi, li consideriamo tutti elementi atti a svergognare ulteriormente la vigliaccheria di macellai nullafacenti e ben pasciuti, capaci solo di vittimizzare persone più deboli di loro (dato che non ci risulta siano andati a cercare rogna esattamente in una palestra di Casapound). Ed è proprio in nome della difesa dei più deboli che invochiamo la forza della Legge e il diritto di difenderli e di difenderci senza che qualche sessantottino interprete del Codice Penale possa arbitrariamente impugnare la liceità della nostra reazione all’interno di mura domestiche violate da gente assetata di sangue. E invece no, per i companeros l’incolumità delle belve conta più di quella delle vittime; e quindi elogiano la vittima solo se conciliante verso l’aguzzino, non in quanto vittima. Tipico dell’ossessa ideologia di sinistra, per cui chi delinque lo fa per bisogno e chi si difende è solo un reazionario che in qualche modo merita l’esproprio; un esproprio che all’epoca della lotta di classe chiamavano “proletario”, ma adesso che i proletari votano Salvini perché stufi di prenderlo nel culo dalle sinistre immigrazioniste, queste ultime non c'hanno messo molto a sostituire i “proletari” con gli “immigrati”. I discorsi stanno a zero. Chi è ostile alla legittima difesa è complice di quelle belve.  

Vogliono i vaccini obbligatori, ma se ne fottono se i contagiati della Diciotti vanno a zonzo dove giocano i nostri bambini

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Vogliono i vaccini obbligatori, ma se ne fottono se...

Se questi sono i politici e gli elettori che vogliono a tutti i costi far vaccinare i nostri figli, forse bisognerebbe sbirciare meglio fra le sostanze che vorrebbero inocularci con tanto accanimento. Già, perché se davvero la loro preoccupazione fosse la salute dei bambini, li proteggerebbero anzitutto dall’evidente rischio di contagio con i tanti migranti “accolti” e poi lasciati dileguarsi chissà dove nonostante la loro pericolosità infettiva sia stata comprovata, oltre che dalle autorità salite a bordo della nave Diciotti bardate come palombari, anche dalle stesse piagnucolose immagini che, maldestramente, ci hanno propinato per giorni con l’intento di convertirci al loro immigrazionismo forsennato. Se dunque non è la preoccupazione per la salute dei nostri figli a muovere la loro crociata vaccinatoria, che cosa la muove? Non abbiamo certezze dal punto di vista strettamente scientifico, ma possiamo esprimere dubbi di mero buon senso: ebbene, ci sentiamo forse amati da questa pletora di asettici attivisti e portatori di interessi internazionalisti? Ci sentiamo forse protetti da chi non fa altro che mettere gli Italiani sotto accusa, da chi non fa che minarne la libertà di pensiero e di costiparne la sovranità politica e monetaria? Ci sentiamo forse tutelati in quanto “Italiani” da chi preferisce il benessere di sconosciuti mai visti e mai incontrati di persona, rispetto al lasciar correre anche il minimo rischio di contagio a concittadini, amici, parenti e figli? Ecco, noi no. Noi, da questa gente, soprattutto ora che è s’è resa così rabbiosa a seguito della riscossa democratica in atto, non accetteremmo un bicchiere d’acqua; figurarsi un non meglio identificato farmaco in vena. Ci odiano; con le loro frasi ingiuriose, la loro sprezzante alterigia, la loro cronica intolleranza al pluralismo e alla democrazia. Sono giunti ad un punto di non ritorno e sanno perfettamente che dagli Italiani avranno ben poco ormai; faranno di tutto, quindi, per assottigliarne la rappresentanza elettoral-demografica. E saranno spietati come solo i “buoni” sanno essere. Occorre armarsi, quantomai ora, dunque, di asciuttezza nella strategia mediatica e di ergonomia nell'azione politica. Ci odiano, e la loro reazione alla rinascita democratica in corso sarà spietata. Servono asciuttezza di stile e ergonomia d’azione.

L’odio dei radical chic, in quanto apolide, è il più cieco e spietato

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L’odio dei radical chic, in quanto apolide, è il più cieco e spietato

Non essendo capaci di amare ciò che sono, sanno solo odiare ciò che non sono. E non avendo altro mantra che la tutela di categorie umane astratte e ideologiche (il “profugo”, il “diverso”, l’ “ultimo”), restano nel privato persone anaffettive e rancorose che, a causa di questa loro frustrazione esistenziale, altrettanto si rivelano nel pubblico quando riescono a rivestirvi incarichi politici, gestendoli con la stessa acredine con cui si gestirebbe un Natale dai consuoceri. Essendo incapaci di amare il proprio “prossimo” secondo, appunto, le naturali gerarchie di prossimità affettiva (famiglia, amici, concittadini, connazionali ecc..), da politici essi disattendono qualsiasi priorità basata sul senso di appartenenza alla propria comunità, brancolando come cani randagi in cerca di un padrone, che puntualmente trovano solo nella banconota e nella convenienza. Sono loro i “mercanti del tempio”; gente buona per tutte le stagioni e giocatori buoni per tutte le squadre, che agiscono solo col preciso intento di affossare l’idealità patria e di recidere quei Fili di Arianna che potrebbero ricondurre gli apolidi figli dell’aridissima generazione Erasmus a provare qualche senso di colpa se, fra un volo low-cost e l’altro, il proprio genitore viene seviziato dalla badante a cui l’hanno mollato o, peggio, schiatta abbandonato e sommerso nei propri escrementi. Ebbene l’odio prodotto da un simile modello non può che essere un odio primigenio, staminale e asettico, non basato su scelte di campo legittime e naturali, ma univocamente rivolto verso il proprio stesso “genos”. Da qui la loro bruttezza anche fisica che li rende lombrosianamente distinguibilissimi, e che non è mai dovuta a sfiga personale o a trascuratezza occasionale, ma è l’esito di un preciso approccio psicologico che mira a svilire sembianze ereditate da una civiltà alla quale essi guardano con vergogna anziché con l’orgoglio che essa meriterebbe. Non è difficile, quindi, quantificare la spietatezza che gente così avvezza all’autodistruzione e al nichilismo è capace di riservare ai propri avversari politici, doppiamente colpevoli di incarnare un “etnos” diabolico e al contempo di professare un identitarismo che legittimamente vorrebbe preservare la cultura di tale etnos. Ma, fortunatamente, la Natura vince sempre; e il torpore asfittico con cui tale Pensiero unico aveva minato per decenni la reattività del libero arbitrio del singolo, è stato dissipato dall’evidenza dei disastri che tale totalitarismo ideologico aveva creato. Ora però la loro reazione sarà spietata; e dobbiamo essere tutti pronti a fronteggiarla con metodo e buon senso in nome di ciò che siamo, di ciò che amiamo e dello spirito democratico che incarniamo.

Non una maglietta rossa per i morti del ponte, anzi, sbuffi e ghigni per chi li piange troppo

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Non una maglietta rossa per i morti del ponte, anzi, sbuffi e ghigni per chi li piange troppo

Lasciamo alla politica, ai periti, alla magistratura e ai dossier secretati il compito di scoprire la merda nascosta sotto ai tappeti dei quartieri alti e radical-chic. Ma da Esseri umani, da cittadini contribuenti e da automobilisti non ci esimeremo dal denunciare lo sconcio spirituale, etico e morale a cui il popolo italiano sta assistendo, fortunatamente, sempre più sveglio e consapevole. Già, “fortunatamente”, perché ogni istante che passa diviene più evidente il disprezzo che il sinistrume, sotto forma di politici, simpatizzanti, elettori, giornalisti, sedicenti artisti e intellettuali, nutre per tutto ciò che è “nazione” e che è “popolo italiano”. Non una parola, non una lacrima, non una maglietta rossa per l’immane tragedia di Genova. E sfidiamo chiunque a smentirci, dato che i social network (e la stessa tv) sono testimoni algoritmici impietosi. Anzi, le animelle dell'accoglienza indiscriminata sclerano perché la tragedia di Genova ha tolto visibilità alle loro lagne sui migranti, e ha sbattuto in prima pagina, con tellurico sconquasso, quel parametro di priorità che la compagine identitaria ha sempre rivendicato come supremo per uno stato nazionale: la centralità dei suoi cittadini. Ora i “global-progressisti” temono che tale evento sia solo un piccolo antipasto dell’effetto domino che decenni di accidiosa incuria e di gestione a risparmio della Cosa Pubblica potrebbero aver riservato al futuro: il Paese crolla corroso da privatizzazioni che hanno sostituito il concetto di “dovere dello Stato a provvedere alla sicurezza e al benessere dei suoi cittadini”, con quello di “convenienza di determinate lobby a speculare sulla sicurezza medesima”, mentre tutti noi continuavamo a pagare pedaggi sempre più alti con i quali “qualcuno” finanziava i cazzi propri o, peggio, quelli di chissà chi. Tutto questo scremerà ulteriormente il già larvale corpo elettorale liberal-global-progressista; poiché sotto ai ponti ci dobbiamo passare tutti, noi, voi e anche chi vota a sinistra. E a nessuno piacerebbe sfracellarcisi sotto. Mai avremmo creduto che quanto di male abbiamo sempre pensato della Sinistra, sarebbe potuto risultare così realistico come sta avvenendo in questi giorni.

È possibile sfatare, vangelo alla mano, il “dogma ecumenista” dell’accoglienza indiscriminata?

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È possibile sfatare, vangelo alla mano, il “dogma ecumenista” dell’accoglienza indiscriminata?

Il percorso della conoscenza umana, l’evoluzione filosofica del pensiero, il cammino della spiritualità vengono visualizzati geometricamente dalla coscienza collettiva dominante come una semiretta che procede indefessamente verso “l’avanti”, senza mai farsi frenare dal dubbio che tale concezione a senso unico del “progresso” possa trarre in inganno, arrivando a non coincidere affatto col concetto di miglioramento. Anzi, da un punto di vista strettamente logico, è molto più probabile pensare che l’errore si celi dietro l’aleatorietà d’un’innovazione che non fra quelle pieghe che l’esperienza umana ha oramai acquisito come giuste e virtuose. Basti osservare la situazione attuale: l’Italia di oggi è visibilmente meno benestante, meno sicura, meno fiorente, meno bella di quella di cinquant’anni fa’: eppure il tempo da allora è trascorso non certo a ritroso, e sono sempre stati i cosiddetti “progressisti” a tenere banco. Tutto questo per dire che buone verità possono indifferentemente precedere o seguire verità meno buone, l’ideale sarebbe scegliere quelle giuste, senza preconcetti ideologici. Invece, l’interpretazione del messaggio evangelico ha negli ultimi decenni, diciamo dal Concilio Vaticano II in avanti, camminato verso una sorta di apertura indiscriminata a valori un po’ astratti e lacunosi come modernismo, ecumenismo, e relativismo; per carità, se ne potrebbe anche discutere, se non fosse che i meno disposti al confronto sono proprio i “sacerdoti” di questa virata progressista, cioè esattamente coloro ai quali toccherebbe fornire l’onere della prova sulla bontà dei passi che hanno imposto, sic et simpliciter, all’intera comunità. Ma, fortunatamente, a controbilanciare tale “assolutismo ecumenista” c’è stato chi ha saputo dire “no”, spesso a prezzo di gravi ostracismi (sia canonici che mediatici), ritenendo fosse altro il modo di seguire il Vangelo, e cioè quello del “prima” e non quello del “dopo”. Ebbene, diamo la parola a questi “cattolici resistenti” per sentire una campana senz’altro meno ascoltata, soprattutto su quei temi che troppo spesso tirano per il bavero una spiritualità cristiana a cui si tenta di estorcere soluzioni etiche (e pratiche) di discutibile applicabilità. Partiamo col commentare questa presa di posizione delle gerarchie ecclesiastiche verso un fenomeno immigratorio che il Vaticano stesso disciplina piuttosto severamente all’interno dei propri confini; eppure, il cardinale Scola ha dichiarato che "gli stranieri sono il futuro di Milano ed hanno cambiato la fisionomia della città" (Ansa, 13 aprile 2014): questo continuo richiamo al concetto di “cambiamento”, soprattutto in chiave palesemente demografica, non ha un retrogusto inquietante, a vostro avviso? Nell’attuale gerarchia ecclesiastica, né il “conservatore italiano” Scola né il “novatore dell’America Latina” Bergoglio hanno una visione cattolica di come la società debba essere ordinata. Lo dimostra come concordino nel giudizio positivo sulla società che pare debba essere necessariamente multiculturale e multireligiosa. Non sembrano preoccuparsi del fatto che se una popolazione non prende più forma dalla religione cattolica, se una società non si organizza intorno alla Chiesa, non corrisponde più a ciò che Dio le richiede e si allontana dal suo Creatore, oltre ad allontanare le singole anime dal loro Fine eterno. Da molti decenni al contrario le gerarchie si sono impegnate ad assecondare la società multireligiosa e a dare credito ad ogni genere di culto, sulla base del principio della libertà religiosa proclamato dal Concilio. Se Milano non è più la città di sant’Ambrogio, che faceva chiudere le chiese ariane, ma quella di Cardinali che sostengono la costruzione di moschee, non credo sia un segno di “continuità” di fede. Secondo quale logica le gerarchie vaticane avallano il multiculturalismo ed il relativismo? Ammettendo (e non concedendo) ne ricorrano i presupposti evangelici, non si rendono conto che le diverse fedi e confessioni non sono mercanzie interscambiabili, e che se i cristiani diverranno demograficamente minoranza anche nei loro paesi, il Cristianesimo si estinguerà come l’intera civiltà occidentale? Temo che la civiltà occidentale, nel senso della civiltà cattolica, sia già estinta da molto tempo, e che noi superstiti viviamo tra delle rovine e delle tombe. L’attuale civiltà occidentale è quanto di più anticattolico si possa immaginare. Certo è curioso che i Pastori della Chiesa siano diventati i sostenitori di questa nuova società multireligiosa, ma evidentemente sono servi dei poteri che l’hanno voluta come succedaneo alla Cristianità. La nuova società multireligiosa è fatta in modo da alimentare il relativismo delle fedi, in modo che diventi del tutto indifferente in cosa si crede. Credo si rendano benissimo conto di questo, se pensiamo che lo stesso Papa Francesco pochi mesi fa nella parrocchia del Sacro Cuore a Roma ha invitato i musulmani a leggere il Corano e i cristiani la Bibbia, come se fosse uguale. Quindi lavorano tutti a un medesimo progetto. Le gerarchie non sono indipendenti e libere ma asservite, è l’unica spiegazione a ciò che da decenni succede nella Chiesa. Il Papa può anche dire ai Vescovi di non cercare appoggio nei potenti, ma in realtà nemmeno nel secolo di ferro il Papato è stato così a rimorchio del potere secolare. Stanno presentando la Chiesa cattolica come una specie di ente di animazione spirituale ecumenica del nuovo ordine mondiale. Il concetto evangelico di “prossimo da amare come noi stessi”, prevede anzitutto l’imperio ad amare se stessi e la propria comunità, appunto, considerando che “proximus” è colui che ci è più vicino, e quindi che ci è più simile, una proposizione che accosta Omero (“il simile attira il simile”) a san Benedetto (l’amare se stessi come primo passo per saper amare gli altri). Ebbene che senso ha questo “amore indiscriminato” così di moda oggi, tanto facile da strombazzare quanto incapace di farsi carico della naturalità che sempre dovrebbe governare ogni convivenza civile nel rispetto delle leggi territoriali (il “Redde Caesari” pronunziato da Cristo)? L’invocare il Vangelo a sostegno dell’accoglienza indiscriminata è un sofisma fallace per vari motivi. Anzitutto è vero che c’è un ordine nella carità, cioè non ha senso aiutare gli uni danneggiando altri. Soprattutto chi governa una società non può ignorare il bene comune, che non si ottiene necessariamente immettendo masse di popolazioni in difficoltà all’interno di una società già in crisi. Inoltre la vera carità non può perdere di vista la salvezza eterna delle anime, che si deve ottenere tramite l’appartenenza alla Chiesa Romana. L’ingresso di persone di altre fedi in grandi numeri non facilita la conversione ma alimenta l’indifferentismo, quand’anche queste non prendano il controllo della società e non la improntino alla loro fede. C’è un chiaro piano alle spalle dell’ingresso dei musulmani in Europa, che è quello di dare il colpo di grazia a quel poco che resta dell’identità cristiana. Non credo che chi governa la Chiesa possa ignorare un dato così evidente, quindi ne concludo che siano complici. Le immagini della chiesa di Palermo con le navate usate come dormitori e le acquesantiere usate come stenditoi, da cristiani, che sentimenti vi hanno suggerito? Non è del tutto incongruo che in estrema necessità i poveri vengano ospitati nelle Chiese, ma qui è chiaro che siamo di fronte a un’operazione mediatica alquanto becera. Non mancano certo alla Chiesa italiana o al Vaticano strutture enormi e più pratiche, dotate di servizi migliori di quelli disponibili in una Chiesa. Il voler mettere i letti da campo in Chiesa mi pare solo una propaganda squisitamente politica; perché non ospitarli in qualche convento o seminario? In fondo negli ultimi decenni preti e Vescovi sono stati molto bravi a svuotare quel genere di edifici. Forse non ci si possono mettere gli immigrati perché servono meglio come alberghi di lusso o simili? Suggerisco a Papa Francesco, che fa alloggiare gli immigrati a Santa Maria Maggiore, di dare loro l’aula Paolo VI (tanto le udienze sono tutte in piazza ora), oppure i suoi appartamenti vuoti. Perché occupare e lordare la basilica? Considerando che qualsiasi bene in natura è finito per definizione, e quindi, nell’ottica del buon cristiano, per volontà divina, come si può identificare il concetto etico di “bontà” con la discriminazione del “vicino” a favore del lontano? Insomma, a giudicare dal gran numero di suicidi per indigenza e di anziani che raspano nell’immondizia, alla caritatevolezza nostrana non manca certo in casa un gregge di cui occuparsi; come mai, allora, essa è solo protratta a cercare poveri in giro per il mondo? Dio, nella sua immensa logica e saggezza, non ha forse disciplinato in piena armonia con l’ambiente i propri pastori, dislocandoli all’interno dei rispettivi popoli secondo le esigenze d’ognuno di essi? Se parliamo del soccorso a persone in estrema necessità, indubbiamente questo deve essere indiscriminato. Ma per estrema necessità si intende l’immediato pericolo di vita. Un altro conto è fare una politica a lungo termine che permetta di dare a ciascuno il dovuto, e ai cittadini di un paese ciò che spetta a loro. Facilmente si gioca sulla confusione tra l’aiuto all’individuo che rischia la vita (come i naufraghi del Mediterraneo) e la politica di un governo che deve assicurare il dovuto ai propri cittadini senza danneggiarli a favore di altri. Come possiamo resistere a questo continuo tentativo di alterare l’ortodossia dei valori tradizionali? Come si può pensare che ciò che esiste da millenni possa essere raggirato quando non invertito? Sotto attacco della globalizzazione c’è la storia, la lingua, il sapere, la bellezza dell’Occidente: cosa possono fare i cristiani, oggi, per tutelare il proprio retaggio culturale? La nostra società è già lontana dal cristianesimo e anche dalla nostra cultura cattolica e romana, non dobbiamo farci illusioni. Tuttavia la fede e la presenza di Gesù Cristo restano realtà vive, vivificatrici, capaci di far rinascere ciò che la malvagità dei nostri nemici e dei loro complici hanno distrutto. Spetta ad ogni cattolico coltivare la propria unione con Dio, lottare sapendo di essere più che mai estraneo al mondo. Occorre ripartire dalla ricostruzione, anche nel piccolo, di realtà autenticamente e integralmente cattoliche, nella professione della vera fede, nel culto, nell’insegnamento, nella trasmissione della nostra cultura trimillenaria, nell’apostolato combattivo di diffusione del Vangelo, che è la vera carità che possiamo fare ad un mondo senza Verità. Dobbiamo ricostituire una rete sociale, un’unione di famiglie con sacerdoti di ortodossia provata, per ripartire dall’inizio, benché ricchi del bagaglio dei secoli. Non pensiamo di trovare appoggi chissà dove, anzi saranno proprio le nostre autorità a ostacolarci. Soprattutto, come i primi cristiani, dobbiamo essere pronti a restare fedeli anche davanti al sacrificio, senza l’illusione di vivere in un mondo cristiano, come era quello di qualche decennio (o secolo) fa. Vivere da cristiani, anche nelle cose più semplici, richiederà sempre maggiore sacrificio. Rallegriamoci, perché questo ci aveva promesso Nostro Signore, e combattiamo per restargli uniti e per rifondare ogni cosa in Lui. (Don Mauro Tranquillo, Fraternità “San Pio X” di Albano Laziale).

Quel turbante fra le guardie d’onore britanniche è il simbolo del destino di noi europei

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Quel turbante fra le guardie d’onore britanniche è il simbolo del destino di noi europei

Ovviamente ha mandato in visibilio tutti i buoni progressisti, soprattutto quelli che in questi giorni defecano livore per la fattività “filo-nazionale” del nuovo governo e che detestano le parate militari almeno quanto il brodo caldo sotto l’ombrellone. Erano lì, a far zapping davanti alla tv, in attesa di sbavare ludibrio per le battute di qualche comicastro raitreino o per qualche annoiata filippica anti-salviniana, quando incappano nella parata d’onore delle “Coldstream Guards” per il genetliaco di Elisabetta II. Figurarsi i sospiri di snobismo giacobino innanzi a quei soldatoni coi baschi di pelliccia, impettiti, marziali e soprattutto tutti con quell'orrenda carnagione pallida. Che orrenda visione quella di volti così tipicamente britannici abbinati a uniformi così tipicamente britanniche! Quale oltraggio alla società fluida, quale blasfemia al culto multiculturalista! Ma ecco che un inaspettato dettaglio della scena placa il reflusso gastroesofageo in corso: uno dei soldati rompe bruscamente quell’odiosa armonia “suprematista e ariana”, mostrando non solo amene fattezze esotiche, ma soprattutto un bel turbante al posto del tradizionale basco d’ordinanza. "Che meraviglia!", esclama il sinistronzo, rifocillando il suo ego ovino con la speranza che presto o tardi ogni “europeità” sarà estinta a colpi di sostituzionismo. Chissà se è consapevole che grazie a quel turbante, presto si estingueranno i testi di Socrate e di Dante Alighieri nella scuole, il buon vino sulle nostre tavole, i tortellini col ripieno di maiale nei negozi di alimentari, e soprattutto quel senso di libertà e pluralismo che a noi Occidentali è costato secoli di coraggiosa emancipazione civile. Un’uniforme militare, così come una ricetta gastronomica, un dipinto o una poesia, non nasce per il capriccio di qualche stilista estemporaneo e raccomandato; è piuttosto frutto d’una sedimentazione di fattori storici, estetici, culturali, politici, araldici, geografici e climatici che hanno avuto, nella sua gestazione estetica, merceologica e manifatturiera, una precisa e determinante ragione. Quindi, sostituirne singoli elementi o modificarne l’estetica per il capriccio d’un soldato di religione Sikh, non è un esercizio di stile o una forma di ecumenismo; è solo autolesionismo e pronezza ai colpi di mano demografici in atto. Sarebbe potuto essere sociologicamente stimolante verificare che sotto quella storica uniforme potesse arrivarci un cittadino britannico di origini coloniali, questo sì; ma a patto che fosse lui a diventare una vera Coldstream Guard ponendosi sul capo il tradizionale basco di pelliccia, e non che fosse il basco di pelliccia a diventare un turbante per il solo fatto che il soldato abbia origini straniere. Poiché piegare la tradizione secolare di una collettività alle pretese religiose di un singolo, che nessuno ha obbligato a far parte della società medesima, è la negazione in termini del concetto stesso di “democrazia”. Confondere il rispetto e la tolleranza verso le minoranze con il lasciare che queste ultime si scelgano i prodotti e i vantaggi dell’ospitalità rifiutandone le forme e i doveri, non potrà che portare i pochi e stanchi Europei viventi a quell’estinzione agognata da chi ne ha progettato la demolizione.

Iniziano le rappresaglie del sinistrume contro la democrazia che ha vinto alle elezioni

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Iniziano le rappresaglie del sinistrume contro la democrazia che ha vinto alle elezioni

Lo stesso spirito discriminatorio che li porta a piagnucolare per il bracciante africano ucciso in Calabria (drammaticamente come ogni altra vittima di attentati mafiosi) e, di contro, a tacere sulla terapista accoltellata a morte dal marocchino o sul ragazzo gettato sotto al treno da un altro immigrato (cronaca di questi giorni verificabile digitando le ormai arcinote parole chiave), sta portando l’eterogenea compagine politica ostile alla coalizione di governo, a forme di rappresaglia degne del peggiore squadrismo. I sinistrati d’ogni ceppo hanno sempre odiato il proprio popolo, questo è dato noto; ma in un frangente nel quale, dopo il decennale sfacelo frutto proprio della loro anti-italianità, il popolo s’è finalmente deciso ad eleggere un parlamento che ne rappresenti degnamente le istanze, la bile è esplosa loro dal culo e non sanno più come raccoglierla. Naturalmente, le lobby globaliste ci inzuppano il pane, ad iniziare da quella gay che elogia il nuovo governo spagnolo solo per l’alta presenza di donne e di omosessuali al suo interno (ma gli esseri umani non erano tutti uguali?!), per finire con quelle che da decenni foraggiano lo smantellamento della nostra coesione sociale e del nostro benessere attraverso massive dosi di sbarchi. Poi ci sono gli “antifa” e i centri sociali, felici di poter nuovamente scatenare il loro ancestrale odio anti-governativo, anchilosato da lustri di governi progressisti contro cui non c’era gusto a lanciare sputi e tirare molotov; ora possono finalmente tornare ad imbrattare parchi per l’infanzia nuovi di zecca, ma infamabili per essere stati inaugurati da una sindaca alleata dei leghisti, quindi di ovvie simpatie “neonaziste”! E poi c’è la manovalanza dei clandestini, i quali, incazzati neri per la nomina d’un ministro dell’Interno che finalmente si impegni a far rispettare le leggi dello Stato, malmenano poliziotti e carabinieri nel silenzio dei tanti cosiddetti “non violenti”. Last but not least, abbiamo le grassocce intellighenzie, le quali, abituate all’inerzia tipica degli scodinzolatori di regime, innervosite dall’essere state di colpo scaraventate via dalle loro amache dorate, e impaurite che si tagli loro il foraggio di sempre, insultano, imprecano e minacciano ritorsioni d’ogni risma nel loro tipico stile da “armiamoci e partite!”. Se questa è la nuova opposizione Brancaleone che sino a ieri è stata classe dirigente del Paese, non c’è da meravigliarsi di quanto luride e sgualcite siano le pezze al culo che si ritrovano i poveri Italiani.

L’unica vera sfida, ormai, è quella fra sovranismo e globalismo. In gioco ci sono 3000 anni di civiltà occidentale

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L’unica vera sfida, ormai, è quella fra sovranismo e globalismo. In gioco ci sono 3.000 anni di civiltà occidentale

Se prendete nella mano dei grani di sale, non ne troverete uno identico all’altro. Mettendoli poi in un bicchiere colmo d’un fluido qualsiasi, noterete che nessuno di essi tenterà di assimilare il fluido, il quale invece farà di tutto per intaccare l’integrità dei grani. Ecco, i grani sono i popoli, con le loro bellezze, le loro identità, le loro differenze e le loro concomitanze; e il volume di fluido che ognuno di essi occupa nel bicchiere costituisce lo spazio vitale indispensabile alla loro precipua sopravvivenza. Il fluido rappresenta invece l'asetticità globalista, una forza acefala, omogenea, incolore, amorfa e stagnante capace solo di inglobarne, annullandole, le differenti singolarità che animano l’universo. Ora, i grani più meritevoli, gioiosi e orgogliosi della propria natura avranno massimo interesse a distinguersi da tutto il resto, a moltiplicarsi e a tramandare se stessi così come sono nati; al contrario, quelli più mediocri, nichilisti, depressi, depressivi e vinti diventeranno i più cinici complici dell'azione diluente del fluido poiché non potranno che godere nel veder soccombere ad essa quei paradigmi differenzialisti d’eccellenza responsabili della propria frustrazione. La parola, a questo punto, passa a Madre Natura. Già, ma in veste di madre, come appunto la riteniamo noi, o di “matrigna”, come essa viene considerata dalla vulgata globalista? Poiché se la natura ha creato i grani di sale, evidentemente intendeva anche preservarne bellezza e funzione, altrimenti si sarebbe risparmiata la fatica. Indubbiamente ha anche attribuito al fluido proprietà fisiche e chimiche tali da renderlo una sostanza potenzialmente solvente verso tutto ciò che arriva ad inglobare; ma è altresì vero che non ha poi fatto sì di sciogliere tutto il sale del mondo nel mare, anzi, con molti dei suoi "grani" ha costruito meravigliose cattedrali gotiche, con altri splendide pagode, e con altri ancora incredibili piramidi egizie. Insomma, Madre Natura ha creato le differenze; le “uguaglianze” sono solo fantasie congetture umane generate da ideologie decadenti. Non esiste alcuna Pangea sul pianeta Terra, anzi: i continenti tendono a distaccarsi e a distinguersi come ogni entità geologica, vegetale e animale, favorendo condizioni estremamente differenziate declinatesi nei vari habitat e nei loro popoli. Non a caso l’intero universo è nato dall’immane forza centripeta e differenziatrice scaturita dal “Big Bang”. Ebbene, chi artificiosamente tradisce tutto questo per odio verso il senso d’appartenenza e/o per profitto derivante dall’omologazione produttiva, muove guerra a qualsiasi dignità ontologica e a qualsiasi forma d’amore basato sulla naturale genealogia dell’affettività fra esseri umani. E noi ci difenderemo.

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