Helmut Leftbuster

Helmut Leftbuster

Helmut Leftbuster nasce a Roma abbastanza tardi da essersi goduto i mefitici effluvi scolastici e universitari del ’68. Nella vita non scrive (semmai parla!), ma lo fa per passione e missione, essendo un convinto assertore di quelle libertà di pensiero e di opinione che, ben 3000 anni dopo Atene e Roma, vengono messe sotto assedio da una sorta di Pensiero unico depressivo, nichilista e soprattutto antidemocratico. Il suo nome nasce dal connubio fra l’aulicità del romanticismo nibelungico e lo humor “trash” col quale Egli si rende guastatore delle peggiori ipocrisie progressiste e radical-chic. Il “castigat ridendo mores” contraddistingue da sempre il tenore tematico e stilistico sia delle sue collaborazioni (Qelsi, Arianna Editrice e, ora, anche Il Populista) sia della gestione del blog che coordina, Aristocrazia Dvracrvxiana, ove si ciondola dal ghibellinismo dantesco (la “Dvra Crvx” del Poeta e non la “moscia crux” di 4 fricchettoni post-conciliari) a ricette gastronomiche identitarie messe a tavola per onorare  contadini e pastori nostrani ed indurre giovanissimi e massaie a dire "basta!" a venefiche porcherie sottocosto globalizzate e a cazzarate eque e solidali. Il suo motto è «alla "povertà" si guarda, non si crede».

La Sinistra parla sempre di mafia per esser certa di beccare solo criminali italiani

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La Sinistra parla sempre di mafia per esser certa di beccare solo criminali italiani

Ma ogni tanto il boccone le ritorna su e pure bello rancido. Come per la storia dell’incendio al campo Rom costato la vita a tre povere ragazze, ove i compagni non hanno avuto il tempo di stappare al colpaccio mediatico del movente razzista, che erano già stati smentiti da un impietoso filmato che inchioda altri Rom. Ora ci riprovano con la storia delle infiltrazioni di 'Ndrangheta nel gran bazar dell’accoglienza, sperando così di ottenere due piccioni con una fava: vittimizzare ulteriormente gli accolti e salvare il deretano agli accoglienti prendendosela astrattamente con strutture criminali di italica tradizione come Mafia, Camorra e 'Ndrangheta, appunto. Mentre, come dimostra questo video, chi spaccia e delinque nel nostro paese non è affatto "astratto". Del resto, la retorica criminologica della sinistra, storicamente benevola coi caini quanto menefreghista con gli abeli (seppure deboli, anziani o malfermi), è dai tempi del terrorismo che mena il can per l’aia solo con associazioni mafiose per evitare di forcaiolizzarsi contro prede "sbagliate", tipo bombaroli rossi o terroristi islamici. Ma ora hanno tirato troppo la corda e troppi nodi stanno venendo al pettine: l’apparato cattocomunista dell’accoglienza trasuda beghe giudiziarie da troppi pori, e le o.n.g. la stanno facendo talmente sporca col loro "buon cuore", che le autorità non possono più fare finta di nulla, e i giornalisti neanche. Ma, soprattutto, in un paese governato oramai dalle sinistre da anni, accusare di “mafiosità” gli apparati è, per gli intellettuali di sinistra, come sputarsi in un occhio allo specchio e centrarsi, visti tenore e colore della propaganda elettorale che portano avanti indefessamente dai tempi del Berluska. Vergogna.

“Ospitalità” e “gratitudine” sono sentimenti. E i sentimenti non si collettivizzano

Foto ANSA

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“Ospitalità” e “gratitudine” sono sentimenti. E i sentimenti non si collettivizzano

Le recenti polemiche sulla responsabilità aggiuntiva di quanti commettono reati in un paese ospitante, tradendo così la fiducia dei suoi abitanti, ci ripropongono una volta di più l’indole abulica e acefala di quella “gauche” italiana che si avventa sui dissenzienti alla stregua di zombi i quali, fiutata la presenza di un umano al loro interno, lo sbranano non appena s'accorgono che respira. La sinistra italiana da “comunista”, e cioè da finta amica di operai e contadini con i quali i suoi ideologi mai si sarebbero sporcati le mani, non avendo altro dogma al di fuori d’un’arida e anaffettiva “collettivizzazione”, mira a sbaragliare qualsiasi riferimento d’appartenenza contraddistinto da diversificazione: famiglia, regione, popolo, civiltà. Con l’alibi dei “diritti per tutti”, i compagni intendono estirpare qualsiasi riferimento identitario che possa circoscrivere l’ambito antropico a cui riservare tali diritti, sino a sostituire sic et simpliciter la categoria “nazionale”, scritta nella Costituzione, con quella “umana”, del tutto astratta e immaginaria. In un tale clima è inevitabile che la tradizionale lotta di classe con cui si sono arricchiti per decenni, venga sostituita da quella etnica, scatenando la peggiore edizione neoliberista del loro millantato "socialismo". Orbene, per accogliere migliaia di persone al giorno come fossimo un mega-resort gratuito dalle soluzioni illimitate, occorre dare per scontato che ogni Italiano si posizioni in modalità “ospitalità” e che ogni migrante faccia altrettanto in quella “gratitudine”, come fossimo tutti dominati all’unisono da una sorta di coscienza collettiva e telepatica capace di farci prescindere da opinioni, pulsioni, gusti, e vissuti soggettivi. Tuttavia, sia la disponibilità ad ospitare, sia la gratitudine verso l’ospitante, non sono obblighi giuridici, ma “sentimenti”; sentimenti umani la cui orbita filosofica mai potrà appartenere a quella della coercizione legislativa. Ed è così che i nostri politici abbandonano il loro popolo alla totale mercé di una fantascientifica ipotesi di perfezione etica di questi migranti, i quali, invece, proprio in quanto esseri umani, possono essere fallaci, stuprare, delinquere e sovvertire l’ordine costituito esattamente come qualsiasi italiano potrebbe fare, certo, ma con un approccio culturale sicuramente più prossimo a quello della civiltà da cui provengono, rispetto a quello sedimentatosi per secoli in lidi di approdo che hanno avuto Socrate, Platone, Aristotele, Roma, Cristo, la Magna Charta e Montesquieu. Possiamo, dunque, mettere la mano sul fuoco su ognuno di loro senza nemmeno quel beneficio del dubbio che chiunque di noi avrebbe finanche per un familiare? E sapete quanti sono e quanti saranno a breve? Ce lo dice un tizio con gli occhi a mandorla, chissà se lo stare a sentire...

A caccia di voti tra semafori "gay friendly" e soppressione dell'obbligo di fedeltà coniugale

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A caccia di voti tra semafori "gay friendly" e soppressione dell'obbligo di fedeltà coniugale

Ora pure i semafori “gay friendly” ci toccherà veder glitterare. Così si sarà talmente distratti da tanta idiozia “dis-semantica”, da finire investiti. Già, perché la parola “semaforo” deriva dal greco e letteralmente significa “portatore di significato” e quindi, traslato, di segnalazione, che burocraticamente si traduce in un potere implicito di regolamentazione del traffico cittadino da parte della Pubblica Amministrazione (“semaino”= significare, segnalare e “fero”= portare). Ora, l’uso dei colori, rosso per il pericolo, giallo per l’attenzione e verde per la permissione non necessita di spiegazioni. Tuttavia, in alcuni impianti, soprattutto di qualche anno fa’, la semantica cromatica era coadiuvata da quella linguistica con le diciture “Alt” e “Avanti” e talvolta contribuivano a tale chiarezza, soprattutto in prossimità delle scuole, persino alcune stilizzazioni grafiche, riportate anche sulla segnaletica verticale, raffiguranti un genitore con bimbo in attraversamento. Tali figurine (alle volte i bimbi erano disegnati addirittura col fiocchetto e la cartella) erano improntate ad una immediatezza di interpretazione, e, al contempo, ad una “familiarità” positiva e rassicurante che sapeva di casa e famiglia. Chi infatti non si intenerirebbe di fronte ad un genitore che attraversa la strada col suo cucciolotto alla mano?! Ecco, tutto questo, oggi, viene stravolto e arraffato dall’imperante assolutismo politicamente corretto e dai suoi compagni di merende “acchiappa-voti”, i quali non esitano a sostituire le figurine genitore-figlio con quelle di due adulti dello stesso sesso, infliggendo così anche al povero semaforo quell'appiattimento estetico che è l'oramai famigerata uniforme grigia dell'èra globalista, oltre ad insufflare nell'aria quel mortifero senso di sterilità sociale che vede la vitalità del fanciullo sostituita dalla statica raffigurazione d'una nullità procreativa. Naturalmente, gli ovini inghirlandati che sentono il bisogno di veder avallate dai codici scelte personali che noi occidentali vivevamo serenamente già tremila anni fa senza bisogno di reclamarle come "diritti", gioiranno e inneggeranno a quei partiti furboni che gli muovono le marionette davanti. Già, non a caso insistiamo tanto sullo sfondo "elettorale" di tutta questa pantomima progressista; poiché dopo aver verificato le reali motivazioni politiche che sono dietro alla legge sulle "unioni civili", è ora il momento di capire come possano lor signori riuscire a rendere il matrimonio nulla più che un viatico per ottenere le cittadinanze facili senza demolire quell'obbligo di fedeltà coniugale che è lo scomodo e residuale intoppo nel riuscire ad equiparare un secolare istituto giuridico votato alla costruzione della famiglia naturale, con qualcosa di simile ed utile soprattutto ad ottenere la “green card” (come nell’omonimo film con Gerard Depardieu). E infatti ci stanno provando. Allora, si tratta di stabilire se la fedeltà è o non è un presupposto socio-giuridico indispensabile a tenere salda la famiglia. Se non lo è, nulla quaestio: a Roma come a Sparta quel che contava era garantire la prole alla patria; il resto erano questioni "fisiologiche" del tutto scevre da implicazioni di carattere etico. Ma in un’ottica socio-giuridica post-pagana, cioè, volenti o nolenti, quella attuale, legislatori e canonisti hanno per secoli posto la fedeltà coniugale come paletto per la vivificazione dell’istituto matrimoniale; ebbene, “rebus sic stantibus”, o mentivano prima sostenendola, o mentono adesso sostenendo che se ne possa fare a meno. Secondo noi mentono adesso; e lo fanno solamente per snellire le pratiche di acquisizione delle cittadinanze attraverso matrimoni improbabili e fasulli, ulteriore viatico alla sostituzione demografica in corso. Insomma: cercano l'infedeltà per legge onde evitare che le "green card" si impiglino troppo alle corna degli incornati.

L’Africa? Il continente con più miliardari. Alla salute del terzomondismo!

Una veduta della Namibia

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L’Africa? Il continente con più miliardari. Alla salute del terzomondismo!

Perché il giacobinismo forcaiolo, che in Europa si sbandiera come emancipatore di povertà e re-distributore di ricchezza, non lo si pretende attuato là ove una miseria, tanto astratta quanto ben poco documentata, viene fatta scontare senza troppi complimenti ai contribuenti di altri continenti? Già, perché molti commenteranno questa notizia cianciando di "ricchezza concentrata nelle mani di pochi africani": e allora, anche fosse (e non è), forse che i popoli non sono tutti uguali e, in quanto tali, capaci di combattere le tirannidi di casa propria?! Noi Occidentali, nei secoli, abbiamo saputo dare il nostro sangue per giustizia e libertà, garantendoci quell’attuale moderato benessere che ora ci sta addirittura rammollendo. Altrove ciò non è accaduto; e così, guerre, carestie e ingiustizie del tutto estranee al nostro percorso storico, vengono oggi fatte scontare a quella parte di globo che si è data da fare per emendarsene, come accadeva a scuola quando chi studiava il giusto doveva poi passare il compito anche a chi non studiava affatto per evitare di essere additato come "egoista", o magari di essere picchiato all'uscita. La povertà è un fenomeno endemico di ogni comunità in rapporto alla capacità dei suoi consociati di gestire equamente (e democraticamente) il lavoro e le risorse naturali a disposizione; quindi, sfatata dalle evidenze l’idea di una mega-famiglia umana, sarebbe il caso di tornare a pensare ognuno ai propri figli. Poiché la finanza, come ogni energia, non si crea e non si distrugge: e ogni centesimo dato al vento è un centesimo sottratto a noi stessi. E a proposito di finanza e Finanzieri: se ne parla poco per ovvi motivi di politicamente corretto, ma le truffe telematiche operate da Africani in Italia abbondano quanto le favolette sulla loro presunta povertà e immacolata bonomia. Forse, chi ha escogitato queste truffe, farebbe meglio a battere cassa ai ricchi di casa propria, invece di venire a gabbare i poveracci di casa nostra (ne han trattato persino a "Chi L'Ha Visto?"). Per non parlare del "razzismo" come fenomeno a senso unico, quando la cronaca quotidiana ci mostra tutt'altro. Insomma, basta retorica, basta favole, basta idiozia: se arrivano a dirlo dalla Sciarelli, significa che la misura è davvero colma.

Quell'indomito prof. Sartori, antiglobalista che pochi elogi funebri hanno menzionato

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Quell'indomito prof. Sartori, antiglobalista che pochi elogi funebri hanno menzionato

Insieme a Ida Magli è stato uno dei più indomiti critici del multiculturalismo. Ma questo non fa notizia, purtroppo. E allora ci pensiamo noi a ricordarlo. Nell’immaginario mediatico, Giovanni Sartori è stato il vecchietto bisbetico che agitava il suo bastone retorico contro Berlusconi durante le comparsate da Fazio o in altre trasmissioni "di regime". Ebbene, dopo la caduta del Berluska ce lo avete più visto in Tv? Pochissimo. E sapete perché? Perché le menti lucide, libere e ribelli fanno comodo ai regimi solo finché possono essere usate contro i loro avversari politici; ma poi, in mancanza di questi ultimi, rischiano di trasformarsi in scomodi boomerang che è meglio non agitare troppo per l'aria. Giovanni Sartori, lungi dall’essere quell’uomo “de sinistra” che ci hanno fatto credere, in quanto sociologo e politologo, ha scritto in tempi non sospetti interi tomi tonanti contro l’immigrazionismo, il multiculturalismo e la globalizzazione. Eccone di seguito una prefazione e alcuni stralci. “Giovanni Sartori, in questo interessante saggio, afferma che la società aperta, fondata sul pluralismo, la tolleranza e il riconoscimento delle diversità, non ha nulla a che vedere con il multiculturalismo, il quale, nel perseguire un’integrazione differenziata, porterebbe al rischio di una “disintegrazione multietnica”. G. Sartori, Pluralismo, multiculturalismo e estranei. Saggio sulla società multietnica, Rizzoli, Milano 2000. <<...è sbagliato, sbagliatissimo, raccontare che ormai viviamo tutti in società multiculturali, e che questo è inevitabilmente il nostro destino. Invece sinora viviamo quasi tutti, nell’Occidente, in società pluralistiche in grado di assorbire e di gestire al meglio l’eterogeneità culturale. Attenzione, allora, a non attribuire al multiculturalismo pregi che sono invece del pluralismo. I rimedi. Tutti si chiedono quali siano, eppure sono ovvi. È stato il bombardamento del «politicamente corretto» che ce li ha fatti dimenticare o dichiarare superati. A suo tempo i tedeschi accolsero milioni di turchi come «lavoratori ospiti»; noi avevamo e abbiamo i permessi di soggiorno a lunga scadenza; gli Stati Uniti concedono agli stranieri la residenza permanente. Sono tutte formule che si possono, se e quando occorre, migliorare e «umanizzare». Ma sono certo preferibili alla creazione del cittadino «contro-cittadino» che, una volta conseguita la massa critica necessaria, crea e vota il suo partito islamico che rivendica diritti islamici se così istruito nelle moschee. Non dico che avverrà; ma se il fondamentalismo si consolida, potrebbe avvenire. È un rischio che sarebbe stupido correre. O almeno a me così sembra>>. (Giovanni Sartori, Corriere Della Sera del 7 gen 2010) C’aveva visto giusto, il povero prof.Sartori: oggi il partito islamico c’è eccome. Houellebecq Già lo scrittore francese Houellebecq aveva previsto una scalata elettorale europea di politici islamici favoriti dal malsano connubio fra sovescio demografico in atto e istanze progressiste, beccandosi puntualmente del razzista, lui, veterano della scapigliata "gauche" francese. Ebbene, solo qualche tempo dopo l’uscita del suo libro, a Londra viene eletto il primo sindaco islamico d'Europa. Stima, rispetto e memoria, professor Sartori.

La dittatura dell'omologazione di genere parte dall'Università per arrivare al cesso

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La dittatura dell'omologazione di genere parte dall'Università per arrivare al cesso

Ormai i paladini dell’indifferenziato non hanno più scrupoli nemmeno a beffarsi del buon senso. Ed è un bene, poiché, così facendo, ci aiutano a snudare l’assurdità dei loro progetti ed il grigiore del conformismo a cui vorrebbero soggiogare ogni individualità. In questa università britannica, attraverso la coercizione e il ricatto, si obbligano gli studenti a sostituire millenni di evoluzione linguistica basata sulla differenza fra maschile e femminile, con l’uso del neutro, che la lingua inglese riserva ad oggetti e animali, ovvero a categorie ontologiche nelle quali i mondialisti vorrebbero ricondotti anche gli umani. Fortunatamente la lingua di Dante non ha il neutro, ma anche da noi c’è chi rompe lautamente i coglioni con la femminilizzazione di titoli e apposizioni, nonostante l’uso del maschile sia una prerogativa grammaticale talmente radicata, da imporsi in qualsiasi pluralità di umani contenente almeno un soggetto di sesso maschile a fronte di una qualsivoglia moltitudine di amazzoni e megere. Ebbene l’Italiano è forse una lingua sessista? O piuttosto è stata la natura ad averne performato nei secoli la formulazione con dignità logica ben maggiore di certe cazzate femministoidi e radical-chic in voga negli ultimi tempi?! Ma andiamo avanti: le “invasioni barbariche” diventano “migrazioni barbariche”, come se Vercingetorige avesse chiesto ospitalità in un centro d’accoglienza. E persino nei cessi non ci lasciano più cagare in pace senza doverci sorbire stilizzazioni semiotiche talmente grottesche da risultare lassative. Se Achille e Patroclo si fossero visti disegnare su qualche anfora alla stregua di mezzi uomini e mezze donne come la “terza” figurina nella foto, i loro sputi sarebbero piovuti a noi senza nemmeno la traduzione dal greco. Resistiamo.

Perché dell'aggressione al calciatore si parla mentre di quella all'inviato di Striscia si tace?

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Perché dell'aggressione al calciatore si parla mentre di quella all'inviato di Striscia si tace?

Una giovane colombiana è stata aggredita da alcuni nomadi per aver messo in guardia dei giapponesi dalla loro presenza in metropolitana. I protagonisti della triste vicenda sono tutti stranieri, e questo manderà in tilt l'accurato filtraggio mediatico della notizia. Qui, invece, il portiere di uno stabile è stato massacrato da due giovanissimi egiziani mentre faceva il suo lavoro: sorvegliare l'ingresso. Insomma, chi sono i buoni e i cattivi del film? Premesso che qualsiasi aggressione è ripugnante e assolutamente condannabile sia dal punto di vista umano che da quello penale, sul fronte mediatico, invece, tale equivalenza si piega puntualmente alle ragioni politicamente corretto. E noi, da cittadini contribuenti liberi e democratici, non ci stanchiamo di denunciarlo. Ora, secondo voi, chi è più conosciuto, a livello mediatico, fra un volto di Striscia La Notizia e un calciatore del Torino? Ebbene sono entrambi stati vittime di un’aggressione vile (perché compiuta da più persone contro un singolo) e gratuita. E allora perché sulla vicenda del calciatore si grida ben più che sull'altra, quando entrambi gli eventi sono stati segnati dal ricovero in ospedale di entrambe le vittime? È forse una questione di maggiore notorietà di uno dei diretti interessati? O piuttosto dipende dalla strumentalizzazione che immancabilmente vien fatta a seconda che un fatto di cronaca remi contro o a favore di determinate istanze ideologiche, politiche ed...elettorali?! Informatevi sui dettagli di entrambe le vicende e poi ragionateci con la vostra testa.

Avete straperso le elezioni olandesi, rispettate i populisti che le hanno quasi vinte

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Avete straperso le elezioni olandesi, rispettate i populisti che le hanno quasi vinte

Voi che vi atteggiate ad “amici del popolo", ma condannate i populismi; voi che ritenete degni e proficui solo i vostri voti; voi che considerate l'amor di patria come il male assoluto: ebbene, visto lo storico flop dei laburisti olandesi alle recenti elezioni, anziché “tirare sospiri di sollievo”, rispettate piuttosto tutti quei cittadini liberi che hanno votato il secondo partito d'Olanda. Il regime di terrore mediatico che avete instaurato non è servito ad evitare che Wilders, pur non ottenendo una maggioranza che gli consenta di governare, possa ora promuovere con maggior forza leggi a favore della propria nazione e dei propri connazionali. Siete talmente ossessionati dal fatto che la gente non ne possa più delle vostre ricette immigrazioniste, da festeggiare la mancata vittoria del Partito della Libertà "dimenticandovi" di considerare lo sfacelo dei Laburisti, letteralmente decimati dalla loro stessa cronica stitichezza nel produrre vantaggi a favore dei propri concittadini. Definite "islamofobi" tutti coloro che vorrebbero evitare di finire dilaniati da camion lanciati sulla folla, di venire lapidati qualora la Sharia prendesse demograficamente piede in Europa, di veder diventare l’omosessualità di Alessandro Magno e Adriano un sacrilegio/reato, senza punto riflettere sulle conseguenze oramai conclamate del vostro adorato "multiculturalismo". E a proposito di omosessuali, voi che millantate credito elettorale presso il mondo gay, imparate dalla dignità di leader "xenofobi" come Pim Fortuyn e Jorg Haider (pace all'anima loro), che non hanno mai celato il proprio orientamento sessuale, senza però mai farsi beccare a fare porcherie pagate dai cittadini come tanti politici nostrani. E sappiate che distorcere la realtà non vi servirà a molto: Geert Wilders è il politico olandese con più legislature consecutive alle spalle, è il leader del secondo partito nazionale ed è stato battuto dalla destra moderata solo vedendosi scippare ricette che sono comunque il sintomo di un Occidente che non è più disposto a dare il culo. Siete penosi nell’attaccarvi ai suoi capelli colorati, anziché valorizzarne quell'estro estetico e quell’ironia tipici dell’Uomo di Destra che il vostro grigiore estetico e spirituale mai vi consentirà di saggiare; gli fate addirittura colpa di avere origini indonesiane, anziché considerare ciò come un valore aggiunto, dimostrando così il vostro inconfessabile razzismo e la vostra malafede nel valorizzare la dignità umana per ciò che è la persona e non per quel che rappresenta. Ora vi aspettiamo al varco con le elezioni francesi e tedesche: e a proposito di Germania, il vostro “europeismo” globalista fa sì che l'inno nazionale trasmesso da RadioRai ad inizio e fine giornata sia eseguito dai Berliner Philharmoniker e non da un'orchestra italiana, nel paese di Verdi e Puccini. Bene, secondo voi che cosa ne pensano quei filarmonicisti italiani che sono rimasti a casa grazie al vostro disprezzo per l’italianità del lavoro? Forza Marine, magnateli tutti!

Se gli esseri umano sono tutti uguali, perché si sbraita solo quando muoiono i delinquenti?

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Se gli esseri umano sono tutti uguali, perché si sbraita solo quando muoiono i delinquenti?

Mentre quattro ragazzotti bene si atteggiavano ad eroici facinorosi dando da lavorare ai poveri celerini costretti a scortare una manifestazione della minoranza parlamentare (Salvini a Napoli), noi ci siamo dedicati a qualche riflessione alla luce di fatti di cronaca che si fanno sempre più frequenti e opprimenti. La legittima difesa è un argomento che non dovrebbe "appassionare la politica", ma dovrebbe essere di buon senso e basta. E invece no: c'è sempre qualche radical-chic con porta blindata e allarmi di ultima generazione in casa pronto ad infestarlo coi soliti "se" e i soliti "ma", in nome del sommo valore della vita umana del delinquente anche quando tale "valore" specula sul dolore e spesso sulla morte di brave persone, magari anziane e indifese, che hanno la sola colpa di non essere i cattivi del film. Quindi, le rare volte in cui il delinquente di turno ci lascia le penne grazie alla reazione dei poliziotti, o magari alla prontezza o alla buona sorte degli aggrediti che riescono a sparare per primi, il sinistrume si strappa i capelli, alza barricate e invoca la forca contro i legittimi difensori della propria incolumità. Quando invece il morto scappa fra le forze dell'ordine, come purtroppo sempre più spesso accade, il cordoglio svanisce, l'umana pietas si autocensura, il valore della vita umana diventa un dettaglio mediatico trascurabile, poiché, nella contorsione del pensiero "buonista", morire durante un inseguimento o anche solo essere gratuitamente malmenati durante un controllo è un dovere d'ufficio di chi porta la divisa. Noi, invece, continuiamo a credere che Caino sia una belva e che le belve vadano tenute a bada almeno quanto l'ipocrisia di chi insiste nel considerarle vittime anche quando sono carnefici.

Continua l'affarismo calcistico che gabba i vivai nostri con migranti freschi di sbarco

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Continua l'affarismo calcistico che gabba i vivai nostri con migranti freschi di sbarco

Già ci occupammo degli effetti nefasti della globalizzazione sul calcio italiano, intervistando un giovane atleta che ha avuto il coraggio di denunciare il mercimonio in voga nel settore, non dissimile da quello avvenuto per la raccolta dei pomodori quanto a finalità: abbassare il costo del lavoro sostituendovi il naturale accesso di aspiranti professionisti con la veloce compravendita di "risorse" low-cost raccattate da fuori. L'aggravante è che ci vogliono mascherare l'ingiustizia compiuta a scapito degli atleti italiani lasciati a marcire in vivai abbandonati, con la solita fuffa dell'umanitarismo verso il migrante; così, intanto, loro ci guadagnano, risparmiandosi la fatica di coltivare i nostri giovani e alimentando il ricatto psicologico sul mercato calcistico con la pendente spada di Damocle di far saltare la fila delle promozioni al primo migrante sbarcato, e fanno pure la figura degli eroi anziché quella dei furbetti. Il sudore della fronte non è quello di chi sbarca in poche ore, ma quello di chi si è fatto il mazzo per anni inseguendo un sogno. E i sogni non li hanno solo i migranti, ma anche i ragazzi italiani, sebbene certi politici se ne fottano altamente. Le righe di quest'articolo dicono tutto: "Coulibaly, che nel suo Paese non aveva mai giocato a calcio, era stato scoperto per caso e proposto al Pescara. Prima del compimento dei 18 anni, in base alle normative vigenti, non poteva essere tesserato. Ora avrà modo di misurarsi con il calcio italiano. Se i pareri nei suoi confronti si riveleranno fondati, il presidente Sebastiani potrebbe aver fatto con lui un vero affare".  Continuiamo a farci del male!

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