Edoardo Varini

Edoardo Varini

Dopo anni, dopo decenni di editoria e comunicazione mi sono reso conto che senza una precisa scelta d'azione lo scarto tra la parola e lo stato delle cose è incolmabile. Se questo scarto era tollerabile un tempo, quando all'incirca il nostro Paese viveva in un sostanziale benessere, ora non lo è più. In ragione di 5 milioni di poveri e stipendi e pensioni da fame non lo è più. In ragione di riforme di cartapesta e malgoverno non lo è più. Non è tornato il tempo dell'impegno, è giunto per la prima volta. Quello degli anni Settanta era un impegno ideologico spesso, troppo spesso avulso da una reale cognizione della condizione socio-economica delle persone. L'impegno di oggi – ancora di pochi ma è sufficiente contarsi ogni giorno per vedere che il numero cresce – ha dalla sua la forza del bisogno e la lucidità di un pensiero nuovo forgiato dallo scontro quotidiano con quell'entropia che il capitalismo sregolato unito ad una malintesa idea di sinistra senza volto né identità vorrebbe trionfante ma ancora non lo è. Opporsi a questa disumana insensatezza è un dovere. Doverosamente scrivo allora queste notabili note.

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Seicento milioni di euro: il prestito ponte governativo ad Alitalia

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Seicento milioni di euro: il prestito ponte governativo ad Alitalia

Alitalia non ha piano industriale, il suo personale non è disponibile alla ristrutturazione. Seicento milioni a vuoto. Per un prestito ponte con il primo pilastro nell'assistenzialismo becero e discriminatorio ed il secondo sul nulla dell'incompetenza. Ora abbiamo anche i tre commissari. I tre fenomeni. I tre salvatori, i tre ammazzasette. E il premier Gentiloni dice che "l'intervento del Governo è un atto di responsabilità". Mi domando se non abbia la minima idea della differenza tra investire e sprecare o se sia in malafede. Entrambe le ipotesi sono plausibili. Probabilmente sono entrambe vere. Una vergogna. Ma dire "vergogna" non basta più. Bisogna andare al governo e fargliela smettere. Ogni altra energia è sprecata.

Presidenziali francesi: Macron, il finto rivoluzionario o Marine e il suo movimento di popolo vero?

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Presidenziali francesi: Macron, il finto rivoluzionario, o Marine e il suo movimento di popolo vero?

Il primo turno delle elezioni presidenziali di Francia è stato vinto la scorsa domenica da Emanuel Macron con il 23,8% dei voti. Emanuel è il leader di un movimento indipendente di centro, che è come tutte le cose di centro: privo di idealità. Già nel nome, En Marche!, che sembra pronunciarlo la Libertà che guida il popolo di Delacroix e che invece per esteso suona «Association pour le renouvellement de la vie politique». Non cambiamento della vita del popolo, badate bene, «della vita politica». Non è un sfumatura, è sostanza. Perché così non spaventa nessuno ed ecco il successo elettorale. Il movimento di Macron è una presa in giro. Stravotato da chi è benestante e istruito per poter seguitare ad essere la prima cosa: l'istruzione vera, quella che insegna a considerare il prossimo tuo come te stesso, a nessuna classe privilegiata importa, nemmeno nella terra dell'uguaglianza e della fraternità. Marine Le Pen, leader del Front National, il maggiore partito della Destra francese – "di estrema destra", la definizione comunemente affibiatagli dai media, non ha senso alcuno: "estrema" in democrazia significa solo "eversiva" ed il Front National non lo è – è giunta seconda con il 21,5%. Dunque il ballottaggio, domenica l'altra, il 7 maggio, vedrà contrapposti Emanuel il furbetto e Marine. Marine che gode di una base elettorale di 7 milioni di persone, Marine che dicono che è antica come i valori che porta ma è la più presente sul Web, grazie al piccolo ufficio di esperti che l'assiste in Rue du Fauburg Saint-Honoré, Parigi, Centro, la stessa strada in cui venne inventata l'omonima torta dalla corona di bignè farciti. Chi lo sa se dopo il 7 maggio i bignè saranno ancora appannaggio dei loro abituali consumatori o se «L'opprobre de tous les partis» – come recita la Marsigliese – sarà sconfitto una volta per sempre. Vorrei dirvi questo cugini francesi: diffiderei di uno che si è chiamato il movimento En marche! per rubare un po' di voti nazionalisti e non Marchons! per non spaventare troppo i borghesi. Il nuovo, il popolare, oggi sta da una parte sola: a Destra. A presto. 

Il Diavolo è cinese e che l'Angelo non celebri il terrore

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Il Diavolo è cinese e che l'Angelo non celebri il terrore

Il 24 germinale, giorno della rucola del primo dei mois du printemps dei rivoluzonari di Francia, presso lo studio legale "Gianni Origoni Grippo Cappelli & Partners" in piazza Belgioioso in Milano, l'Associazone Calcio Milan, dopo 31 anni di Brianza, passa alla Terra del Dragone. Ore 11.45, il conto Unicredit della Fininvest si gonfia di altri 190 milioni di euro bonificati dal nuovo proprietario, Li Yonghong, classe '69 e tanti soldi fatti con l'immobiliare, che si è comprato il Diavolo per diversificare in vista dell'esplosione della bolla del mattone Made in China. Fosse mio fratello glielo avrei impedito con la forza, ma poi magari ha ragione lui, poi magari la storia non è questa... Certo che il calcio non è mai stato solo uno sport, e che questa gloriosa squadra meneghina – lo dico da interista – passi ad un signore con gli occhi a mandorla non è una bella cosa. Dicono il business è business. D'accordo, ma anche la tradizione è tradizione e sventurato il sempre più prossimo giorno in cui la nostra identità diverrà liquida come i capitali. Martedì sera, l'altrieri, il pullman della squadra del Borussia Dortmund sta raggiungendo lo stadio cittadino per giocarsi il quarto di finale di Champions League con il Monaco. Deve passare tra due siepi e nelle siepi ci sono tre ordigni caricati a punte di ferro, che l'esplosione scaglia a frangere i vetri e ad uccidere. Ma non uccide: ferito a una mano il difensore Marc Bartra e ricoverato per trauma da scoppio il poliziotto in moto che precedeva il bus. Nel luogo dell'attentato viene rinvenuta una rivendicazione, che inizia così: «Nel nome di Allah il misericordioso e il compassionevole, 12 infedeli sono stati uccisi in Germania dai nostri fratelli. Ma apparentemente, Merkel, non ti importa dei tuoi sporchi, miseri sudditi. I tuoi Tornado stanno ancora volando sul califfato per uccidere musulmani. Noi, nonostante ciò, non cediamo grazie ad Allah». Fermato un venticinquenne iracheno, indagato un ventottenne tedesco. Il calcio è molto seguito. Tra gli sport, in Europa, è il più popolare. Che gli jihadisti lo colpiscano non è una novità. Basti ricordare i kamikaze allo stadio di Parigi. Però tra gli attentati e la loro diffusione mediatica c'è un passaggio. Ed è la volontà dei media di divulgarli. Non devono farlo più. Mi rendo conto di chiedere una cosa prossima all'impossibile. Ma un modo più rapido per fermare il terrorismo islamico non c'è. Forse non esiste alcun altro modo tout court. Perché ammazzare non può dare celebrità. Non può essere il riscatto paranoide di migliaia di disgraziati sulla Terra. Post Scriptum Apprendo ora che la polizia tedesca sta negando l'esistenza di prove che colleghino l'attentato all'estremismo islamico. Ma così non basta, ragazzi. Non lo dovete proprio raccontare. Raccontarlo a modo vostro, serve a poco. A presto. 

"L'amaca" di Serra o "la moto" di Varini: dipende da quanto vi importano gli altri

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"L'amaca" di Serra o "la moto" di Varini: dipende da quanto vi importano gli altri

Dal gennaio di quest'anno la rubrica "L'amaca" di Michele Serra è sopra la testata di "Repubblica". In verità lo apprendo oggi, perché da tempo non compravo più il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari ventun'anni anni fa. Leggo: «Kim & Trump produce un suono da coppia comica, com Mutt & Jeff, come Ric & Gian, ma non c'è molto da ridere [...] Sono abbastanza vecchio per ricordare la crisi di Cuba. Vedevo gli adulti angosciati, capivo la gravità del momento [...] Ora che siamo post moderni c'è qualcosa di differente, di meno serio. Che non vuol dire meno pericoloso [...] La crisi di Cuba pareva sceneggiata da Jean Renoir o da Rossellini, uno strascico della guerra, del realismo e del neorealismo, questa qui appartiene alla surrealtà...». Per me appartiene alla surrealtà che una rubrica anteceda una testata, non ricordo altro caso al mondo. Riporto il giudizio di Giovanni Valentini, ex direttore de "L'Espresso" ed ex vicedirettore di "Repubblica": «...l’impropria collocazione in sovratestata. Una scelta del genere significa dichiarare ogni giorno che il giornale non ha di più e di meglio da proporre ai suoi lettori. Una sovraesposizione che, come ti ho già scritto, è un obbrobrio giornalistico, uno sfregio storico». E tutti gli altri giornalisti diventano gregari. Ed al democratico Serra sta bene così. Leggetela "L'amaca" di oggi: è un temino che può valerti un bel voto  dalla prof. di lettere. Un temino di quelli che piacciono tanto agli "integrati" per usare la terminologia di Umberto Eco, soprattutto perché scritti dallo pseudodiscolo, l'"apocalittico". Colui che rifiuta dalla sua turris eburnea la cultura di massa. Incontrai Michele la prima volta tanti anni fa, così tanti che eravamo giovani entrambi. Lui era il direttore di "Cuore" ed io un fumettista che faceva delle strisce surrealiste, quelle sì. Perché il surrealismo non è una realtà adulterata bensì la realtà di tutti i possibili, del tutto diverso. Leggete Breton, capirete. Be', Michele mi disse: «Belle ma non le capiscono». Fu semplicemente per me una verifica del fatto che gli intellettuali di sinistra credono di essere superiori alla massa. E credono esista una massa.  Eccocelo ora, Michele, a fare il graffito letterario pop ogni mattina, sopra la testata del giornale più filogovernativo d'Italia. Che così diventa il giornale della sudditanza al motto di spirito e non un'espressione di giornalismo serio e aderente alle cose. Più Rossellini che Renoir, nevvero? Dunque farà ridere "Kim & Trump", ma a me fa ridere anche la sopravvalutazione di questa rubrichetta che viene ritenuta dagli adulatori dello status quo un precipitato di ironica saggezza che più non si potrebbe. Io, per parte mia, sono sei anni che due volte a settimana invio ad un sempre crescente numero di lettori un commento su temi politici, economici e culturali di maggior rilievo. Un pochino più lungo ed un po' meno algido, un po' meno da entomologo che guarda l'andirivieni degi insetti con una punta di schifo. Parafrasando Woody Allen, uno dei numi di coloro che leggono Michele: «Io non accetterei mai di scrivere per un giornale che accetta prima della testata l'articolo di uno come me». Ma già dal titolo, "L'amaca", lo vedi che chi scrive non sta per correre in piazza. L'unico dubbio è se le pantofole le abbia ancora ai piedi o se le debba mettere. Invio ai miei lettori una foto che mi ritrae sulla mia moto. La moto fa due cose senz'altro più utili alla democrazia di un'amaca. Si muove e romba. Se stai sull'amaca e ti passa vicino, ti svegli. A presto. 

La Corte dei conti e l'affabulazione della crescita "robusta e duratura". Cui seguirà la moltiplicazione dei pani e dei pesci

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La Corte dei conti e l'affabulazione della crescita "robusta e duratura". Cui seguirà la moltiplicazione dei pani e dei pesci

Questa cosa se non riguardasse le nostre vite sarebbe comica. Solitamente le premesse introducono e descrivono e supportano lo svolgimento e le conclusioni di uno scritto, di un documento, di una relazione. Ma quando si tratta della Corte dei conti, no. Leggendo il suo Rapporto 2017 apprendiamo nella premesse che: «Finalmente si è usciti da una fase di recessione protrattasi per otto anni. [...] I primi segnali dell'anno in corso sono molto incoraggianti e la nostra economia è in una fase di transizione verso una crescita più robusta e duratura». Proprio così: «Una crescita più robusta e duratura». Senza vergogna.  Prosegui nella lettura e scopri che il carico fiscale complessivo (total tax rate) per un'impresa italiana di medie dimensioni è del 64,8%, superiore del 25% ad un'omologa impresa dell'area europea. E allora ti chiedi: ma di che cosa parlava la premessa? Ma come si fa ad essere diretti verso una robusta e duratura crescita con questo gravame? E allora leggi ancora, perché magari potresti trovare un chiarimento. E invece trovi una confutazione: il nostro cuneo fiscale (cioè il delta tra il costo del lavoro a carico dell'imprenditore e lo stipendio netto del lavoratore) è superiore di 10 punti percentuali al dato medio del resto d'Europa: parliamo del 49% contro il 39%. A seguire la Corte dei conti scopre che il debito pubblico nostrano è il più alto del Vecchio Continente, inferiore solo a quello della Grecia, ovviamente parlando in termini percentuali: oggi è pari al 132% del Pil, a fronte di un debito teutonico del 78,4%. Lo scorso anno, il debito, ha superato i 2.200 miliardi. Ora, si sente ripetere spesso la tiritera che a far esplodere il debito pubblico sia stata un'esplosione della spesa: è falso. E non è che a ripeterlo diventa vero. Nel 1980 il debito pubblico corrispondeva al 57,7% del Pil, nel 1994 raggiunse quei livelli spaventosi che oggi dobbiamo affrontare, per l'esattezza arrivò al 124,3%. Andiamo a vedere se nella spesa pubblica si registrò un'analoga impennata? Non ve ne fu nessuna. Nel 1980 la spesa era pari al 40,8% del Pil e nel 1994 al 42,9: nemmeno 3 punti percentuali in più. Ricordiamo che negli stessi anni il debito pubblico raddoppiò. E allora? A allora vorrei tanto che la si smettesse di attaccare salari e welfare con queste panzane. Con ogni panzana. Non è più il tempo delle fesserie, ammesso che lo sia mai stato. La situazione del debito pubblico divenne insostenibile a seguito del divorzio tra Banca d'Italia e Tesoro, allorché la prima smise di intervenire nell'acquisto dei titoli di Stato. Venne così a mancare uno dei maggiori compratori di titoli di stato, cioè del debito nazionale, e che cosa succede quando diminuisce la domanda? Che aumentano i tassi, perché altrimenti i compratori non arrivano. Nel 1994 il divario tra i tassi di interesse dei titoli italiani e della UE giunse al 9%: pari al 13% il primo ed al 4% il secondo. Nel '92, senza la difesa della Banca d'Italia, giunsero gli attacchi speculativi alla lira che costrinsero l'Italia ad uscire dal sistema monetario europeo ed a svalutare. Riassumendo, ben vengano la riduzione e la razionalizzazione della spesa pubblica, ma la si smetta di additare il welfare ed i salari come la causa dell'aumento del debito pubblico. Se ci sarà una ripresa non sarà perché gli insegnanti o i poliziotti o gli impiegati statali prenderanno 800 euro al mese e non si spenderà nulla per sostenere il disagio economico o la malattia, oppure la vecchiaia. Sarà perché verrà ridotta l'imposizione fiscale sul lavoro e si appronteranno piani di sviluppo economico solidi e credibili. Sono cose indissolubili. Oggi in Italia non si può fare impresa. Non si può. Lo sappiamo tutti. Vogliamo piantarla di raccontare che è possibile, santi così le cose, una ripresa? Lo dico in primo luogo ai magistrati contabili della Corte dei conti: non scrivete che assisteremo a un miracolo, che lo stiamo rendendo possibile. Siate istituzionali e non governativi, se vi è riesce. A presto. 

Non si tratta di uscire dall'euro ma di sopravvivere alla sua ormai inevitabile caduta

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Non si tratta di uscire dall'euro ma di sopravvivere alla sua ormai inevitabile caduta

Leggo sempre i fondi di Giavazzi e Alesina, e ne consiglio la lettura a tutti, essenzialmente per la loro chiarezza. Parla di chiarezza espositiva, cui tuttavia non sempre è accompagnata un'equipollente chiarezza concettuale. Voglio dire: quello che hanno da dire lo dicono chiaramente, ma spesso lo dicono semplificando, e qualche volta la semplificazione è eccessiva. Nel fondo odierno, intitolato "L'insensata uscita dall'euro", il cui spunto è l'annuncio da pare del Movimento 5 stelle di un referendum consultivo appunto per l'uscita dall'euro, scrivono che "un'eventuale svalutazione decisa per guadagnare competitività sarebbe neutralizzata dai dazi che gli altri Paesi imporrebbero sulle nostre esportazioni". Ora, malgrado nei libri di economia rimanga scritto che il tasso di cambio influisce sulle esportazioni, la storia economica recente ha dimostrato che così non è. Basti pensare al Giappone. Alla svalutazione di oltre il 35% nei confronti del dollaro degli ultimi anni non è corrisposto alcun aumento delle esportazioni. Certo, se misuri l'export nella svalutata moneta locale è ovvio che gli importi aumentano, ma è altrettanto ovvio che si tratta di un abbaglio derivante dalla riduzione del valore dell'unità di misura, la svalutata valuta locale, per l'appunto. L'entità delle esportazioni puoi valutarla soltanto o in termini di quantità o di valuta estera. Non voglio farla lunga. La svalutazione non comporta benefici per l'export, a prescindere dai dazi degli altri Paesi. Dunque non è per questo che si uscirebbe dall'euro, mi perdonino i due professori. E non è nemmeno esatto dire che si uscirà dall'euro, dal momento che è l'euro che ci espellerà tutti quanti. L'euro non regge. E non regge perché economie diverse non possono avere una stessa moneta. Ciò non in ragione del fatto – come molti dicono – che tra paesi con diversi tassi di crescita e produttività servono aggiustamenti dei tassi di cambio (ho parlato prima dell'inefficacia dei tassi di cambio sulle esportazioni) ma perché i paesi debitori possono sopravvivere solo con una svalutazione interna. Voglio essere chiaro che più non si può, anche se sempre meno di Alesina e Giavazzi, per carità: se non mi puoi aumentare lo stipendio perché ti sei indebitato, tu, Stato Italiano, mi devi abbassare i prezzi, perché altrimenti io non campo. La svalutazione interna, se sei nell'area euro, non puoi farla. E allora l'operaio italiano prende la metà dello stipendio di quello tedesco ed ha lo stesso costo della vita. Questo può durare? No, ed è la ragione per cui l'euro crollerà. A meno che i Paesi debitori acquistino per incanto una produttività pari alla tedesca. Un'ipotesi risibile, che se non riconosci come tale diventa di colpo drammatica. È questo il dramma che stiamo vivendo. Per concludere: non si tratta di uscire dall'euro bensì di sopravvivere alla sua inevitabile caduta. Chiunque venga a dire agli italiani di rimanere nella moneta unica sta preparando per loro un futuro di ristrettezze e privazioni. E solitamente si tratta di persone che non hanno mai provato né l'una cosa né l'altra. A presto. 

L'indipendenza scozzese: solo una questione di tempo

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L'indipendenza scozzese: solo una questione di tempo

La prima ministra scozzese, Nicola Sturgeon, ha annunciato ieri l'intenzione di tenere un secondo referendum sull'indipendenza dal Regno Unito, tra l'autunno del 2018 e la primavera del 2019, quando si saranno meglio comprese tutte le conseguenze ed i termini della Brexit. L'altra volta in cui il popolo scozzese fu chiamato a rispondere alla fatidica domanda: «Should Scotland be an independent country?», il 53% dei votanti rispose «No». Era il 18 settembre 2014. La campagna degli unionisti venne portata avanti da un movimento che si chiamava "Better together", "Meglio insieme", ma forse non è stato poi così vero. Le condizioni speciali che sarebbero dovute arrivare non sono arrivate: la Gran Bretagna ha sempre fermato ogni richiesta di Edimburgo con intransigenza, la stessa con cui oggi il primo ministro inglese, Teresa May, ha bollato l'intenzione dell'altra dama di ferro, Nicola: «La politica non è un gioco». È una rivalità antica, che vede solo falsamente sullo sfondo la permanenza nella UE, dal momento che seppure al referendum sulla Brexit la maggioranza degli scozzesi votò per rimanere nell'Unione, è pur vero che i vertici europei hanno già fatto sapere che in caso di separazione dal Regno Unito, la Scozia non verrebbe automaticamente ammessa a farne parte ma dovrebbe iniziare daccapo l'iter di ammissione. Però Nicola questa cosa la dice, lo dice che: «Quando abbiamo votato due anni e mezzo fa non sapevamo che rimanere nel Regno Unito significasse uscire dalla UE». Ma la dice per le telecamere, per i giornalisti, lo dice per dare in pasto qualche corbelleria utile a discutere per ore in qualche talk show. La verità è che Nicola è leader del Partito Nazionale Scozzese, che è un partito indipendentista, un partito che rivendica la sovranità della Scozia dal 1934, allorché si formò dalla fusione del National Party of Scotland e dello Scottish Party. Alle ultime elezioni generali nel Regno Unito nel 2015 il partito della Sturgeon conquistò 56 dei 59 seggi in quota scozzese a Westminster. Gli scozzesi non sono mai stati latinizzati né invasi da anglosassoni e normanni: sono sempre rimasti e sono ancora un popolo celtico. Il loro eroe nazionale, William Wallace, Bravehart, è diventato tale per aver sconfitto gli inglesi, quelli che ora dicono a Nicola di non giocare. Ma Nicola non gioca. E la storia è dalla sua parte. A presto. 

Draghi: tutto va bene ma meglio tenere le stampelle del quantitative easing

notabili note

Draghi: tutto va bene ma meglio tenere le stampelle del quantitative easing

Alle 14.30 del 9 marzo iniziava la conferenza stampa del governatore della BCE, Mario Draghi, a margine della riunione del consiglio direttivo. Prima che Mario iniziasse a parlare, la Banca Centrale Europea aveva comunicato che i tassi di interesse sulle operazioni di rifinanziamento principali, sulle operazioni di rifinanziamento marginale e sui depositi presso la banca centrale rimarranno invariati rispettivamente allo 0,00%, allo 0,25% e al -0,40%. E che continuerà il programma di acquisto di attività al forsennato ritmo di 80 miliardi al mese fino a fine marzo, per poi scendere da aprile a dicembre a "soli" 60 miliardi mensili. Tutto ciò che si attendeva il Presidente dicesse, lo ha detto: che occorrono riforme strutturali, che tutto sta andando bene epperò non abbastanza da piantarla con il doping finanziario del "quantitatve easing": siamo talmente abituati a non vedere che le due cose sono in contraddizione che questa contraddizione semplicemente non la si rileva più. Il mercato sta in piedi da solo però meglio che faccia altri quattro passi con le stampelle. E non più leggere: le stesse. Insolito, no? Non più, almeno per noi europei, che stiamo ancora a credere alle parole di Supermario quando ci dice che l'euro è irrevocabile, come se poi la cosa dipendesse da lui e non dalle economie collassanti e dalle sovranità nazionali svanenti che la moneta unica prevede e impone. La verità è che l'euro è già finito. Per questo la Cancelliera Federale di Germania, Angela Merkel, volerà da Trump il prossimo martedì: perché alle presidenziali francesi di aprile e maggio è possibile il trionfo del candidato del partito nazionalista Front national, Marine Le Pen, che non manca occasione per gridare che in caso di vittoria il suo Paese se ne uscirà dall'euro, che rimarrebbe buono come unità di conto tra nazioni ma non per il portafoglio dei francesi. È palese a tutti che questo eventuale nouveau franc determinerebbe la definitiva morte della moneta unica europea. Al mercato della sterlina (Commonwealth) si affiancherà il mercato del franco (protettorati francesi) ed entrambi saranno ancillari al mercato del dollaro, quello dell'FMI e della FED: alla Germania non rimarrà che leccarsi le ferite. Non parliamo dell'Italia, che verrà abbandonata a se stessa o al più alla sfera dell'ex compagno Putin, ed avremo così quella scissione verticale del Vecchio Continente di cui nessuno parla perché è troppo vera. In definitiva io la penso esattamente come l'ex governatore della Fed Alan Greenspan, che qualche giorno fa si è espresso in questi termini: "Sono molto preoccupato per l'euro, e penso che il Presidente della BCE Mario Draghi dovrebbe essere chiaro". Devi essere chiaro, Mario. Aiuta i popoli d'Europa a non finire sotto le macerie. A mettersi in salvo per tempo. A presto. 

Si può votare ora: lo si faccia

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Si può votare ora: lo si faccia

La Corte costituzionale ha modificato la legge per l'elezione della Camera dei Deputati, detta "Italicum". Bloccato il ballottaggio, via libera al premio di maggioranza e dichiarata illegittima la disposizione dell’Italicum che consentiva al capolista bloccato eletto in più collegi di scegliere a sua discrezione il proprio collegio d’elezione. La Consulta ha altresì sancito che "all'esito della sentenza, la legge è suscettibile di immediata applicazione", e per questa ragione il M5S, La Lega, i Fratelli d'Italia ed anche renziani del PD si sono messi a richiedere a gran voce il voto subito. Devo dire che la cosa che meno mi andava dell'Italicum, vale a dire l'assegnazione del premio di maggioranza al partito vincitore al ballottaggio indipendentemente dal numero di voti conseguiti, è stata opportunamente eliminata, lasciando nel testo solamente quella molto ipotetica assegnazione del premio alla formazione che raggiunga il 40% di voti al primo turno cui assennatamente nessun segretario di partito italiano può puntare. Lo fa Grillo, com'era prevedibile, visto che a guidarlo è il velleitarismo e non il senno. La parola agli italiani, allora. Sono d'accordo. Prima possibile. Vorrei dire anche a Forza Italia di darsi una mossa, la storia non aspetta, ed ogni popolo, l'italiano incluso, segue la storia. Un tempo si diceva che il popolo la fa. Ed è lì che dobbiamo tornare. A presto. 

Scatteranno le clausole di salvaguardia ed allo stordimento della flessibilità seguirà il macello

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Scatteranno le clausole di salvaguardia ed allo stordimento della flessibilità seguirà il macello

La lettera con cui la Comunità europea chiede la correzione del deficit strutturale di 0,2 punti di Pil, ritenendo che il bilancio 2017 si scosti dal cammino di riduzione del rapporto debito/prodotto interno lordo è infine giunta. Senza le richieste "misure addizionali" giungerebbe automaticamente pure "la procedura per il deficit eccessivo". È in questa condizione che il governo ha avuto il coraggio di chiedere il 21 dicembre scorso al Parlamento l'autorizzazione ad emettere nuovo debito a sostegno delle banche di 20 miliardi di euro. Ed il Parlamento ha avuto il coraggio di concederla. Il solo salvataggio di Montepaschi costa 6,6  miliardi di euro. La correzione che ci sta chiedendo ora la Comunità Europea è di 3,4 miliardi di euro, dunque circa la metà di quanto verrà speso per salvare (?) Montepaschi. Se entro il 1° febbraio l'Italia non dirà come pensa di trovarli scatteranno le temutissime "clausole di salvaguardia", che impongono un addizionale IVA di 15 miliardi di euro nel 2017. Qui si rischia che per aver tentato di mettere in sicurezza il carrozzone bancario nazionale, costellato di amministratori delegati che pensano basti vestirsi con abiti costosi per essere banchieri, gli italiani si gravino di 35 miliardi di euro: i 20 già destinati agli istituti di credito ed i 15 derivanti dall'aumento dell'IVA. Il nostro Ministero competente altro non sa replicare che "il rapporto deficit/pil si è sostanzialmente stabilizzato". E che "questo è un risultato straordinario". Si chiama "derealizzazione" il non vivere nella realtà ma in una sua fantasmagorica rappresentazione. E rientra nella psicopatologia. E tutti noi stiamo per essere derubati. Ancora, e ancora, e ancora. Senza fare niente. Storditi. Non come i maiali dalle scosse elettriche ma dai culi, dai soldi e dall'idea di campare più a lungo, costi quel che costi, anche l'anima. A presto. 

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