PIU' MERITO, MENO CERTIFICATI

Da Einaudi a Salvini: “Abolire il valore legale della laurea”

Il valore legale del titolo di studio è l’opposto dell’efficienza e del merito del sistema Istruzione. Se ne parla da 70 anni, senza esiti

Andrea Lorusso

S’è scatenato un alveare di polemiche sulle dichiarazioni tenute dal Ministro Matteo Salvini alla Scuola di Formazione Politica: “Dobbiamo rimettere mano alla riforma della scuola e dell’università, l’abolizione del valore legale del titolo di studio è un tema che va affrontato. Negli ultimi decenni sia la scuola che l’università sono stati considerati serbatoi elettorali e sindacali, semplici fornitori di documenti.”

E, settant’anni fa, ne parlava in altri termini ma con gli stessi contenuti uno che di sicuro non aveva l’onta del leghismo, ovvero il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi: “Finché non sarà tolto qualsiasi valore legale ai certificati rilasciati da ogni ordine di scuole, dalle elementari alle universitarie, noi non avremo mai libertà di insegnamento; avremo insegnanti occupati a ficcare nella testa degli scolari il massimo numero di quelle nozioni sulle quali potrà cadere l’interrogazione al momento degli esami di stato. Nozioni e non idee; appiccicature mnemoniche e non eccitamenti alla curiosità scientifica ed alla formazione morale dell’individuo.”

Ecco, mentre i social ed i media fucilano le tesi del Vice-Premier come fuorvianti dal corso dell’evoluzione culturale, è esattamente l’opposto il risultato che si otterrebbe levando alle cattedre la funzione di filtro e bollo di Stato sulla formazione dei nostri giovani. La Scuola dovrebbe essere una fucina di idee, fatta di passione, verve, ragionamento, critica, maieutica, stimolo alla crescita personale, spirituale e di mestiere. Un polo delle eccellenze, ambienti in cui respirare la sapienza, e non il protocollo di testi standard e frustrazioni da carriera piatta in attesa del 27 del mese per la paga.

Abbiamo trasformato le Università in pollai di demenza, burocratici e affollatissimi luoghi in cui l’abbandono scolastico e l’abbandono del guizzo e del genio, raggiungono i massimi storici. Nei sistemi anglosassoni il valore legale del titolo di studio non è contemplato, eppure non abbiamo una manica di dementi a Cambridge o Harvard, anzi, forse qualcuno riconoscerà dei galloni di merito superiori alla facoltà di Camerino, che pure rilascia titoli equipollenti alla Bocconi, Luiss, Cattolica, ecc.

Oppure è notorio che gli studenti pascolino negli atenei più periferici e spesso con una rigidità inferiore, pur avendone magari uno “sotto casa”, per riuscire a passare un dato esame, o l’intero percorso di studi. Vi faccio un esempio spiccio, per anni la triennale di psicologia di Bari è stata sabotata da chi viveva in città o in provincia, preferendo Chieti a 320 km, solo per il fatto che lì fosse a numero aperto l’accesso.

Siamo un Paese in cui non esiste il costo standard tra le siringhe dei nosocomi, figuratevi la preparazione omogenea degli alunni. E questo va bene, benissimo, dinamica di mercato, di flessibilità, ma per l’appunto non vanno appiattite le eccellenze, ma stimolata la competizione tra Atenei. Tasse, facilità, attrattività, saranno compensate da una libera concorrenza sul mercato, e ovviamente i CV da aziende e Pubblico impiego non saranno parametrati sul possesso di un titolo o sul voto, spesso indicatori totalmente falsari delle qualità cognitive e pratiche di una persona, ma potranno rimettere al centro l’individuo.

Negli USA solo l’1% di chi non ha fatto percorsi di studio specifici esercita professioni diverse dalla propria istruzione scolastica, eppure resta una possibilità, spesso con casi eccellenti. Quanti autodidatti diventano brillantissimi in ciò che fanno, sarebbe come negare a Vasco Rossi la patente di cantante perché non ha conseguito un attestato da un maestro di musica. Un perito agrario che per vocazione diviene giurista, vincerà molte più cause del rampollo di famiglia con otto titoli impolverati al muro. Avete presente i treni fatiscenti con le ISO di igiene e qualità? Penso ci siamo capiti.

C’è una scena bellissima e molto evocativa di un film di qualche anno fa, che spiega in maniera magistrale il concetto di perseveranza, intelligenza, ed auto-formazione lucida. Parliamo di “Giustizia Privata” con Gerard Butler, in cui un ingegnere ad un certo punto si alza in un processo penale e si difende da solo (in Italia vi è il paradosso che nemmeno un avvocato può difendere se stesso, sic), smontando le ipocrisie del sistema. Buona visione!

 

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